Come Eravamo- Il Cineclub XXI

di MARIA ZENO ♦

Non poteva mancare, in questo itinerario attraverso i ricordi, una tappa fondamentale della mia giovinezza: il Cineclub 21 o  XXI, quello dei Salesiani.

Primi anni Settanta, ero studentessa del locale liceo Guglielmotti, la prof di Filosofia, la vulcanica Vittoria Zagari decideva che tutti noi dovevamo impegnarci in qualcosa  oltre la scuola ( e l’alternanza scuola lavoro o PCTO che dir si voglia erano ancora di là da venire, ma lei era avanti). Ci interpella, ci ascolta, ma l’imperativo categorico era: TUTTI, nessuno escluso, DOVETE fare qualcosa.

A me tocca in sorte il Cineclub, proprio davanti casa così non potevo accampare scuse. Il Cineclub già muoveva i suoi primi passi, inaugurato da Antonella Del Vecchio, studentessa dell’ultimo anno di Liceo o già da poco diplomata, non ricordo.

L’avventura era più ardita e complessa di quanto si potesse immaginare e, detto con un po’ di immodestia , è stata una pietra miliare della cultura cittadina, al di là del tono semiserio che sto adottando per questo sprazzo di ricordi: cinema serio, anzi serissimo, Autori da far “tremar le vene e i polsi” solo a sentirne parlare, ma noi del Cineclub eravamo giovanissimi e mi piace evocare anche una certa disinvolta spensieratezza.  

Il Cineclub 21 è passato alla storia della nostra città per programmazioni ardite per scelta di Registi ed Opere. Film del tipo Sussurri e grida ( Bergman), Au hasard Balthazar (Bresson), L’arpa birmana (Ichikawa), La fontana della Vergine (Bergman),  Alexander Nevsky (Ejzenstejn). Cito a memoria, per difetto  e non in ordine cronologico rispetto alle annate di programmazione.

Il cinema, intendo il luogo, era anch’esso parte della mitologia dell’esperienza, coerente con il clima culturale e sociologico degli anni Settanta e riconducibile al civitavecchiese “Hai da soffrì!” ; la sala era fredda, un freddo rappresentativo di una notte polare più che del clima tradizionalmente mite di Civitavecchia, il vento entrava dalle fessure del tetto e iniziava la sua opera refrigerante a partire dai piedi fino a salire su su fino al cuore, una cosa “che sale che sale e fa male”, per dirla con la canzone di Arisa.

E, finito il film, il disgelo era provocato dal dibattito! Io ero una delle animatrici del suddetto poi, negli anni, divenni adepta di Nanni Moretti ( “No, il dibattito no!!”) , forse per espiare le mie colpe.

La scena del fugone dal dibattito era ormai consueta e ricorda un film cult di Paolo Villaggio: finisce il film, il disgelo degli spettatori si fa rapido, il sangue affluisce alle gambe e via di corsa verso l’uscita, in massa, finché in sala restavano pochi eroi a parlare del film. Che, però, erano pochi ma buoni e ciò sia detto senza ironia.  Una volta, erano già gli anni Ottanta, un ardito sacerdote volle dare una lezione e chiuse le porte per impedire l’esodo, un po’ ci rimanemmo male, noi del Cineclub, un po’ ci vergognammo anche :” Don, Ottà, non sta bene, lasci uscire chi vuole andare via…”.

Quanti aneddoti! Si va dalla coppia che veniva armata di copertine e borsa dell’acqua calda, alla signora che, scandalizzata da Il tamburo di latta andò dritta filata dal Vescovo a protestare che ai Salesiani si proiettassero simili film con il permesso dei Preti.

Ma forse l’episodio più emblematico è legato a Il raggio verde , di Rohmer, del 1986. Film francese dal ritmo riflessivo, tutti ad attendere l’acmè, il famoso raggio verde di cui gli scienziati dicono che è l’ultimo bagliore del sole un attimo prima del tramonto, un attimo fuggente difficile da cogliere; ebbene, il raggio verde non si appalesa, nulla! “ Tu l’hai visto?” “Io no”, “Io sì, mi pare, una cosa rapida però, non so…”, al limite dell’allucinazione visiva, insomma.

Inizia il dibattito, lo conducevo io. Subito, uno degli affezionati mi fa :” Maria, ma perché il raggio verde non si è visto!?” e io mi lancio in una improbabile lettura : è una metafora del desiderio, l’attesa che non si compie, sogno e ideale. Insomma, scomodo la letteratura di secoli: da Euripide a Ariosto a Shakespeare al Piccolo Principe etc etc. Nel mentre, serafico ma seccato, scende dalla cabina di proiezione Peppe, il nostro proiezionista. Mani in tasca, fare sicuro nella sua innata eleganza, entra in sala e si rivolge al direttore dell’Oratorio , responsabile del Cineclub : “ Don Stefano, non paghi la pellicola, eh!! Perché era talmente rovinata in coda che  ho dovuto tagliare gli ultimi fotogrammi!”. La coda- apro una parentesi per i più giovani nativi digitali, era la parte finale della pellicola, quella che , svolgendosi la stessa, toccava terra e si rovinava, quella a cui dobbiamo le antiche e romantiche ultime scene dei film di una volta, di cui presagivamo prossima la fine proprio perché apparivano le sgranature, le righe della coda danneggiata.

 Era così stato sforbiciato il raggio verde, rovinata irrimediabilmente la pellicola e con lei il mio colto dibattito. E questa è solo una delle tante storie legate al Cineclub, ma per oggi satis est.

Post scriptum: Vi voglio tranquillizzare: la Sala dell’epoca nulla ha a che vedere con l’attuale Cinema Buonarroti, completamente ristrutturato ed arredato, dotato di un confortevole climatizzatore che restituisce caldo in inverno e fresco d’estate.

Ciò che ancora lega la sala attuale alla vecchia è l’attività  del Cineclub XXI che, come Associazione  Culturale promuove pregevoli iniziative e, soprattutto, ciò che resta attiva è la intensa e mai casuale programmazione cinematografica,  che ora copre l’intera settimana con pellicole fresche di uscita. Già, ho scritto pellicole: ora il Cinema è digitale, il Raggio verde non corre rischi di perdere la coda, ma a me piace ancora parlare di pellicola.    

MARIA ZENO