CARLO ALBERTO FALZETTI DIALOGA CON L’AUTRICE
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
C.A.F. Simonetta, in esergo al tuo testo,” L’Eclissi del pensiero critico”, poni un brano poetico che tu stessa hai prodotto. Generalmente, ciò che si fissa in esergo indica l’intenzione che si vuole dare al testo redatto. E, dunque, ti chiedo come prima domanda il senso da dare alla affermazione che l’alba del pensiero non trema.
S.B. Il titolo è la chiave di volta dell’intera opera e racchiude in sé un messaggio di speranza e forza. Vediamo le sue componenti: L’alba è il momento della nascita, della rinascita, della luce che vince le tenebre. Non è il pieno giorno, ma il suo promettersi. Nel contesto della poesia, non rappresenta un pensiero già maturo e consolidato, ma il suo primo sorgere, il momento in cui il “seme antico” germoglia nella coscienza “del pensiero”. Specifica di quale alba si tratti. Non è un’alba qualsiasi, ma l’alba del pensiero critico, autonomo e libero. È il risveglio della capacità di dubitare, di interrogare, di non accettare passivamente le “certezze sputate” dal sistema. È l’opposto delle “parole prefabbricate”. “Non trema” significa che è salda, decisa, incrollabile. Questa forza di interrogare, dubitare e resistere non si lascia annullare né dai condizionamenti tecnologici né dalle narrazioni prefabbricate. In sintesi, il mio è un invito a credere nella capacità, sempre umana, di guardare oltre l’ombra.
C.A.F .Con l’inizio della età moderna si è tentato di esorcizzare il dubbio sostituendolo con regole di metodo per poter arrivare a certezze assolute. Insomma, a partire dal razionalismo seicentesco si è voluto accantonare ciò che appare solo ragionevole, flessibile, pluralista. Tu, come sottotitolo, indichi il tuo scritto “Elogio del dubbio”. Dunque, indichi la necessità del ritorno al dubbio prendendo congedo dal mondo della rigida certezza.
S.B . Con l’età moderna si è creduto che il dubbio fosse un nemico da vincere, da disciplinare attraverso regole e metodi capaci di condurre a certezze assolute. È comprensibile: in un’epoca di grandi rivoluzioni scientifiche e politiche, la sete di stabilità e di ordine era fortissima. Ma quella spinta, se da un lato ha permesso progressi straordinari, dall’altro ha finito per relegare il dubbio al margine, come se fosse un pericolo per il pensiero invece che il suo motore.
Credo sia urgente rivalutare il dubbio non come esitazione sterile, ma come apertura, come capacità di interrogare, di vedere alternative, di non fermarsi al primo “dato per scontato”. Il dubbio non è un segno di debolezza, ma di forza e civiltà. È l’unico antidoto al fondamentalismo, di qualsiasi segno esso sia. Non significa non avere principi o valori, ma significa essere disposti a metterli alla prova del dialogo, della realtà e della storia.
Dunque, il sottotitolo “Elogio del dubbio” è sì un manifesto per il ritorno di questa virtù dimenticata, ma è anche una presa di posizione precisa: è una dichiarazione che la vera certezza non è il punto di arrivo di un metodo, ma il frutto di un percorso continuo di ricerca, confronto e autocritica. Il dubbio non paralizza, al contrario: è ciò che ci permette di distinguere l’illusione dalla realtà, il dogma dal confronto, la propaganda dal sapere. Ritornare al dubbio significa, per me, restituire dignità alla libertà del pensiero e alla responsabilità della scelta.
C.A.F. È di grande attualità l’Intelligenza Artificiale e l’uso dilagante dell’algoritmo. Il rumore dei social media è fragoroso ma all’urlo collettivo si contrappone il silenzio delle intelligenze artificiali e il dominio strisciante dell’algoritmo che sembrano soccorrere l’uomo in solitudine presentandosi come la voce che colma il silenzio, il rifugio virtuale, il mezzo che può lenire il dolore. Ma tu sconfessi questo ruolo salvifico e parli di drammatica “empatia simulata”. La cura, cioè, risulta peggiore del male che vorrebbe curare. La società appare sempre più inautentica e le vite che viviamo risultano semplicemente filtrate dal mezzo tecnologico.
S.B. Devo fare una premessa che ti apparirà ovvia, eppure andrebbe continuamente ribadita. L’IA non ha e, con le tecnologie attuali, non mostra alcun segno di poter sviluppare una coscienza. Questi sistemi sono addestrati e diretti dagli umani. È fondamentale capire che sono macchine sofisticate il cui comportamento emerge da modelli matematici e statistici. Ciò che percepiamo come un discorso dotato di senso è in realtà il risultato di calcoli probabilistici su rappresentazioni numeriche del linguaggio (token), senza alcuna comprensione semantica o esperienza soggettiva del mondo.
Eppure, questa “intelligenza senza coscienza” viene sempre più spesso presentata come un farmaco per i mali della postmodernità: solitudine, incertezza, rumore di fondo. Promette ordine nel caos, connessione nell’isolamento, risposte immediate all’ansia dei nostri interrogativi. Ma è proprio qui che si nasconde l’inganno, quello che chiamo il dramma dell’ “empatia simulata”.
Per essere chiari: queste tecnologie non sono empatiche; sono efficienti. Non comprendono il dolore umano; lo processano. Analizzano terabyte di dati sulle emozioni umane per imitarne le manifestazioni esteriori in modo persuasivo. Un chatbot di supporto psicologico, un influencer virtuale, un algoritmo di raccomandazione che “conosce i tuoi gusti meglio di te”: tutti offrono un surrogato di relazione, un’immagine riflessa e distorta della nostra umanità, privata della sua essenza più autentica: la reciprocità, la vulnerabilità, il conflitto costruttivo e quella scintilla di imprevedibilità che è alla base di ogni reale incontro.
Non è una condanna della tecnologia in sé — gli strumenti possono essere utili, a volte persino indispensabili. È però una critica al ruolo che rischiano di assumere: quello di surrogato dei legami umani. L’algoritmo, infatti, non sente, non soffre, non gioisce: riproduce pattern, riconosce parole, imita toni. È una rappresentazione convincente, ma priva di carne, di esperienza, di vulnerabilità.
Il vero atto critico oggi, quindi, è reimparare a distinguere l’efficienza dall’intelligenza, la simulazione dall’empatia, il rumore dal dialogo. È preservare uno spazio sacro di silenzio, di noia e di relazione non mediata che l’algoritmo non possa colonizzare.
La sfida è, dunque, non rifiutare la tecnologia, ma vigilare criticamente: riconoscere quando uno strumento diventa gabbia, quando un rifugio si trasforma in isolamento.
C.A.F. Il mondo tende sempre più a semplificare. La Ragione moderna ha tentato di ridurre la complessità offrendo un mondo di dicotomie, di opposti, di una logica dualista: se esiste disordine la soluzione è solo l’ordine assoluto, noi contro gli altri, il bene ed il male. Ne risulta un uomo semplificato e deresponsabilizzato nonché il rifiuto della complessità. Ciò ha condotto ad una autoreferenzialità della classe dirigente chiusa nei propri privilegi. Il disincanto degli elettori culminato nel disimpegno ha condotto alle forme drammatiche del populismo che vive di risposte consolatorie e rifugge dalle domande esistenziali difficili.
Necessita, dunque, ripensare la partecipazione collettiva per evitare il declino irreversibile della democrazia contaminata sempre più da un consenso popolare che è costruzione estetica e non atto razionale.
S.B. Il percorso che tracci è esattamente quello che abbiamo compiuto come società: dalla hybris della Ragione moderna, illusa di poter domare il reale con categorie rigide e binarie, siamo approdati al nirvana del populismo, che offre risposte consolatorie a costo di svuotare completamente la politica della sua sostanza. La semplificazione dicotomica (noi/loro, bene/male, ordine/caos) non è un errore innocuo. È un meccanismo di difesa psico-politico che, come tu giustamente affermi, deresponsabilizza l’individuo. Se il mondo è diviso in due campi netti, la scelta non è più faticosa, non richiede più discernimento, studio o empatia. È immediata, viscerale e, in ultima analisi, passiva. Si delega completamente la complessità a un leader o a una ideologia che promettono di “farsi carico di tutto”. Il risultato è un duplice fallimento.
In primo luogo, la classe dirigente, autoreferenziale e chiusa nei suoi privilegi, parla un linguaggio sempre più tecnocratico e distante, incapace di tradurre i problemi complessi in un progetto collettivo comprensibile e condivisibile. Non offre più una narrazione, offre statistiche. In secondo luogo, i cittadini, disincantati da un linguaggio che non li rappresenta e da promesse non mantenute, abbandonano la fatica della partecipazione. Il consenso non si costruisce più su un atto razionale (la valutazione di un programma), ma su una costruzione estetica (l’identificazione con un leader, uno slogan, un nemico comune).
In questo scenario, non è semplice recuperare quella partecipazione collettiva senza la quale si rischia un declino irreversibile. Ho individuato un insieme coeso di possibili vie d’uscita che fanno riferimento a una rinnovata capacità di “pensare”.
- abbandonare la logica del “o… o…” per abbracciare quella del “e… e…”. Un pensiero capace di tenere insieme opposti, di vedere le interconnessioni tra i problemi, di accettare le contraddizioni senza pretendere di annullarle con un atto di forza ideologico.
- Praticare un’etica della responsabilità contro un’etica della convinzione assoluta.(M. Weber, La politica come professione). Possiamo vederlo come un richiamo a non essere accecati dalla tecnofilia o dalla tecnofobia (etiche della convinzione), ma ad adottare un approccio maturo, ponderato e responsabile che guardi agli effetti concreti della tecnologia sul mondo reale e sulle persone
- un nuovo linguaggio politico, che sia insieme onesto (non nasconda la complessità) e capace di generare speranza e coinvolgimento.
- Aprirsi a una democrazia dialogante e partecipativa che affianchi ai momenti elettorali (che restano cruciali) processi permanenti di coinvolgimento dei cittadini (assemblee deliberative, bilanci partecipativi, ecc.) su temi specifici.
Insomma, anche se nel libro non l’ho esplicitato con questo termine, parlerei della necessità di un nuovo umanesimo della complessità. Il declino non è irreversibile, ma lo diventerà se continueremo a credere che la soluzione alla crisi della complessità sia una semplificazione ancora più radicale. L’unica cura è educarci collettivamente a pensare e ad agire nella complessità. È la sfida più ardua, ma è l’unica che può ridare futuro alla democrazia.
C.A.F. L’idea di progresso coltivata a partire dalla rivoluzione illuminista è fondata sul fatto che il passato è lo stadio del disagio, il presente è lotta, il futuro promessa di salvezza. Una idea che permea la cristianità, la scienza, la tecnologia, la psicologia del profondo, il marxismo. Una idea che ha finito per esaltare la competizione continua contro la cooperazione) il famoso “dilemma del prigioniero” che chiarisce come, in economia, la competizione conduca i giocatori ad un punto di non equilibrio rispetto alla cooperazione).
- Tuttavia, questa idea di progresso che sembra “irreversibile, è posta ora in crisi.
- La Terra è inquieta! Stiamo all’alba di una agonia planetaria. Da dominatori della Natura stiamo per diventare (speriamo di esserlo) dominatori del nostro stesso dominio. La pandemia ha dimostrato che “nessuno può essere al riparo” esistendo una corresponsabilità per il destino di tutto il pianeta. Qualcuno chiama questa situazione come una “comunità involontaria di destino”. Incubo nucleare, persistere di guerre ad alto rischio, pandemie potenziali, disparità enormi dovrebbero costringere ad un ripensamento globale dell’assurdo mito del progresso inarrestabile fondato sul sogno salvifico dei problemi e sullo standard di sviluppo quale metro unico di progresso. Siamo di fronte al bivio storico: l’uomo del futuro sarà uomo di pace oppure non sarà! È possibile andare oltre l’eclissi?
S.B. La tua riflessione coglie perfettamente la grandezza e la tragicità del mito del progresso così come l’abbiamo ereditato. Sì, siamo di fronte al fallimento di una narrazione salvifica lineare che ha scambiato lo sviluppo materiale e tecnico con il progresso umano e civile, dimenticando che il primo senza il secondo è un’arma puntata contro noi stessi.
Usi una metafora forte: “la Terra è inquieta“. È vero, siamo all’alba di un’agonia planetaria. Ma è proprio qui che devo richiamare il titolo della mia poesia, “L’alba del pensiero non trema”. L’alba è un momento di confine, di passaggio, di massima incertezza. La luce non è ancora piena, le forme sono sfumate, il pericolo e l’opportunità coesistono. È il momento in cui il pensiero – quello critico, dubitante, autentico – non deve tremare. Deve guardare in faccia la fine di un’epoca senza farsi prendere dal panico, perché solo in questa lucidità può scorgere i semi di un nuovo inizio.
La “comunità involontaria di destino” di cui parli è la chiave. L’assioma illuminista “nessuno può essere al riparo” si è capovolto: da promessa di un benessere universale futuro è diventato un monito drammatico sulla nostra vulnerabilità condivisa. La pandemia, il rischio nucleare, la crisi climatica ci hanno mostrato che non esistono muri abbastanza alti per fermare le conseguenze delle nostre azioni. Questo non è un motivo per cedere alla disperazione, ma la base materiale, scientifica e incontrovertibile per un nuovo patto sociale globale.
È il crollo dell’ideale del dominio sulla Natura e l’emergere, per forza maggiore, della necessità del governo di noi stessi. È la transizione da un’umanità adolescenziale, che ha sperimentato senza limiti la sua potenza, a un’umanità adulta, che deve esercitare la responsabilità.
Mi chiedi: È possibile andare oltre l’eclissi? La mia risposta è sì, ma con un ottimismo che definirei “vigile” o “operoso”. Non è una fiducia passiva in un futuro migliore, ma un atto di volontà collettiva che deve nascere dalla presa di coscienza del pericolo.
Il “dilemma del prigioniero” ci insegna che una competizione miope conduce al disastro per entrambe le parti, mentre la cooperazione favorisce il bene comune. Per secoli abbiamo giocato a quel gioco sbagliato. Ora stiamo dolorosamente imparando che la cooperazione non è più un ideale morale utopistico, è l’unica strategia razionale e pragmatica per la sopravvivenza.
Il progresso del futuro, se vorremo ancora chiamarlo così, non avrà la forma di una linea retta che sale verso l’infinito. Avrà la forma di un cerchio o, meglio, di un equilibrio dinamico. Sarà la capacità di trovare un punto di stabilità tra bisogni umani e limiti planetari, tra innovazione e precauzione, tra interesse individuale e bene collettivo.
Carlo, tu concludi con una frase cruciale: L’uomo del futuro sarà uomo di pace oppure non sarà. La pace di cui parliamo, però, non è solo assenza di guerra. È pace con la natura, è pace sociale basata sulla giustizia (perché non ci sarà mai pace in un mondo di disparità enormi), e infine è pace con noi stessi, nel superamento di quell’ansia da prestazione e competizione che il mito del progresso illimitato ha alimentato.
Andare oltre l’eclissi significa accettare questa sfida titanica. Significa smettere di sognare una salvezza futura e iniziare a costruire, con umiltà e coraggio, una convivenza nel presente. L’alba è incerta, ma il pensiero non trema. È da lì che dobbiamo ripartire.
CARLO ALBERTO FALZETTI

Un brano poetico come premessa e speranza e un dialogo impegnativo e convincente, con un impianto filosofico che richiama la logica di Aut Aut, ma predilige la logica di Et Et, questa forma di “relazione” secondo Hegel, che appare ancora oggi una risorsa concettuale valida per marcare il carattere interattivo e intersoggettivo del rapporto tra soggetto e realtà. Si aggiunge nel dialogo a due l’istanza “inclusiva”( nel senso adeguato del termine), per cui la costruzione della realtà comporta una costante apertura all’alterità.
Nella erosione delle ideologie del Novecento, con l’accentuazione manichea del dualismo di Bene/Male, mi fa ben sperare ridefinire la libertà come “pratiche di libertà” contingenti e irriducibilmente plurali, ma affrontate con il pensiero critico.
Grazie a Simonetta e Carlo Alberto.
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E dunque ricordiamo i versi di Brecht:
Ettore
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🎀 L’intento e’ chiaro e forte ~ Lo sara’ altrettanto l’ascolto? ~ Ad oggi non ancora..
Buon pomeriggio!
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