“AGORÀ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – NO! AL PARCO NON SI PUÒ!

di STEFANO CERVARELLI ♦

Jorge Luis Borges un giorno scrisse che ogni volta che un bambino si diverte prendendo a calci qualcosa che trova in strada, in quel momento comincia una nuova storia di calcio.

Una storia che nel corso del tempo ha visto pagine scritte da fuoriclasse come Pelè, Maradona, Ronaldo “il Fenomeno”, Cristiano, Messi, mentre del passato remoto voglio solo fare un nome: Alfredo di Stefano.

Questi grandi del football avevano sì caratteristiche e capacità differenti l’uno dall’altro ma una cosa certamente li univa: la strada.

Tutti hanno cominciato a giocare da bambini e il loro primo campo è stata la strada, là dove hanno appreso tutto quello che poi, unito al talento naturale, è servito loro per farsi ammirare  negli stadi di tutto il mondo.

Per restare in Italia devo dire che secondo me, noi giocatori bravissimi venuti dalla strada nel passato, l’abbiamo avuti. Se, purtroppo, ultimamente dobbiamo lamentare una notevole mancanza di giocatori in possesso di fondamentali e gesti tecnici dettati dalla fantasia, lo dobbiamo certo a una concomitanza di situazioni – delle quai sono in buona parte responsabili società e federazione – ma anche al fatto che i bambini non hanno più l’opportunità di giocare liberi nella strada.

Indubbiamente il modello attuale di urbanizzazione, il traffico che sta soffocando le città non lasciandoci neanche più lo spazio per camminare, hanno contribuito a togliere ai piccoli la loro prima palestra di vita, ma è pur vero che nulla viene ideato, realizzato per sopperire alla mancanza di spazi una volta naturali; basterebbe dotare i quartieri di play-ground.

Là dove poi ci sarebbe la possibilità di giocare in strada, genitori ansiogeni per strappare i loro pargoli dalle insidie di questa, ricorrono a palestre, piscine e scuole varie di ogni sport; risultato è che abbiamo atleti da allevamento, giocatori capaci di ripetere mille volte gesti meccanici ma  completamente privi d’inventiva, di fantasia, di “furore” agonistico.

Piccolo esempio tratto dal mio sport, il basket.

Una volta c’erano gruppi di 15 ragazzi e tre palloni per cui se volevi tirare a canestro dovevi andare a conquistare pallone al rimbalzo rivaleggiando con gli altri  anche e soprattutto fisicamente. Oggi ogni ragazzo, ogni bambino, ha il suo pallone, quindi niente più lotte sotto i canestri, niente più corse a chi fa prima ad arrivare sulla sfera, niente aggressività, niente combattività. Si è perso l’istinto, il gusto della conquista.

Per riprendere il discorso delle scuole calcio c’è da dire che il tasso di abbandono supera non di poco quello di iscrizione, vi spiegate il perché? La noia.

Il bambino non si diverte perché non gioca, non gioca spontaneamente, apprende, impara ma in un sistema, in un percorso didattico che non coinvolge la sua spontaneità, la sua voglia – ripeto ancora –  di giocare, quindi per lui è come trovarsi nuovamente a scuola.

In altre parole l’apprendimento del gesto tecnico è come una lezione, non c’è divertimento, il primordiale istinto del gusto del gioco è represso, sacrificato sull’altare del raggiungimento del  gesto tecnico.

Tornando alla strada devo dire che quei (pochi e temerari) ragazzi che ancora provano a giocare negli spazi aperti vanno incontro, per rimanere al gergo sportivo, al cartellino rosso della pubblica “ottusità” come la definisce Gramellini nella sua rubrica quotidiana sul Corriere della Sera.

Gramellini racconta, partendo da una lettera ricevuta, di sei bambini che giocando a pallone in un parco, ripeto in un Parco, cioè luogo per antonomasia relegato principalmente ai giochi (quelli veri) dei bambini, si sono visti redarguire da adulti che li rimproveravano perché le loro grida di esultanza dopo un goal erano ritenuti eccessivi e davano fastidio.

Questi adulti per dare più convincimento alle loro proteste, indicavano i sei bambini come “irregolari” in quanto un cartello posto lì nel parco diceva testualmente: “E’ vietato il gioco del calcio nel parco”.

Offenderei senz’altro la vostra intelligenza se mi prolungassi in commenti e spiegazioni.

Dirò soltanto che è vietato anche portare i cani a fare i propri bisogni nel parco ma come dice sempre Gramellini “questo è un paese in cui tutti soffriamo di miopia  selettiva e tendiamo a leggere solo i divieti che ci fanno comodo”.

Esempio personale: treno affollatissimo e valigie poste sui sedili, niente da fare, nonostante l’espresso divieto a non occupare i sedili con valigie, il proprietario si rifiutava di spostarli  adducendo che non sapeva dove metterli.

Ma scendiamo dal treno e rientriamo nel parco di quella cittadina di cui, ovviamente, non faccio il nome.

Lì la storia si è fermata perché ai bambini non è permesso prendere a calci un pallone.

E da chi viene vietato?

Da quelle stesse autorità che poi organizzano pomposi incontri e dibatti sull’importanza sociale dello sport con tanto di esperti che si chiedono perché i bambini di oggi non escono dalla loro stanza per socializzare e giocare all’aperto.

Signori per favore meno ipocrisia lo sport e, soprattutto i bambini, non ne hanno bisogno.

STEFANO CERVARELLI