Il conflitto di Gaza nel contesto storico-politico mediorientale – Parte II

di PAOLO POLETTI ♦

  1. Israele e il trentennio di Netanyahu: l’opportunismo che ha logorato la “start-up nation”.

Israele è celebrata come Start-Up Nation per la straordinaria densità di imprese hi-tech e la capacità di attrarre capitali, ma quel marchio fotografa soprattutto l’élite di Tel Aviv-Herzliya. L’ecosistema dell’innovazione – dove il 16 % della forza lavoro opera nel settore hi-tech – è favorevole all’impresa privata, ma poggia su incentivi statali mirati (programma Yozma e successori), investimenti esteri e know-how militare delle unità cyber dell’IDF più che su un vero laissez-faire. Fuori da quel cluster la società rimane plurale e segmentata: circa metà degli ebrei si definisce secolare mentre l’altra metà varia dal tradizionale all’ultraortodosso; gli arabo-israeliani rappresentano il 21 % della popolazione ma sono sottorappresentati nella “nuova economia”; il coefficiente di Gini[1] figura tra i più alti dell’OCSE.

In questa situazione si colloca la “deriva Netanyahu”. Dal suo esordio nel 1996 Benjamin Bibi Netanyahu, si è dimostrato un leader longevo e tattico: ha governato più a lungo di Ben-Gurion, sopravvivendo a crisi e processi per corruzione grazie a maggioranze costruite prima con gli ultraortodossi di Shas e UTJ, poi, dal 2022, con la destra messianica di Bezalel Smotrich (Religious Zionism) e Itamar Ben-Gvir (Otzma Yehudit). La riforma giudiziaria varata a tappe dal 2023, percepita come schermo per i suoi guai giudiziari, ha innescato la più grande ondata di proteste della storia israeliana.

Oltre quindici anni di coalizioni sempre più nazional-religiose, riduzione dello stato sociale e tentativi di limitare l’autonomia giudiziaria, hanno acuito queste cesure, rafforzando i blocchi ultraortodossi e dei coloni e spingendo la minoranza laica-liberale a mobilitazioni di massa. Dal gennaio 2023 al marzo 2025 oltre sei milioni di partecipazioni-piazza hanno paralizzato autostrade, aeroporti e il porto di Haifa con tre rivendicazioni centrali: stop alla riforma giudiziaria, rilascio degli ostaggi di Gaza, elezioni anticipate. L’impatto economico è tangibile: start-up e fondi di venture capital hanno spostato miliardi all’estero o congelato assunzioni; il settore ha perso circa 5 000 addetti nel 2024 e gli investimenti sono crollati di oltre il 50 % rispetto al 2022, mentre l’indice Tel Aviv 35 ristagna e le agenzie di rating minacciano il downgrade. Sullo sfondo, ministri messianici avanzano proposte su modestia femminile e preghiera al Monte del Tempio, alienando investitori e cosmopoliti.

Percepita come tradita, la generazione laica e istruita – età mediana 30 anni – intravede da un lato lo spettro di uno Stato sempre più illiberale guidato da gruppi religiosi radicali, dall’altro la fuga di capitali, cervelli e credibilità internazionale. Ad Israele manca infatti già una generazione: quella che non riconoscendosi nell’involuzione della società, negli anni ’90 e ’00 ha lasciato il Paese e, pur conservandone la cittadinanza, non è disposto a tornare. Hamas ha colto questa frattura interna come opportunità strategica, puntando con l’attacco del 7 ottobre 2023 su una risposta israeliana che potesse isolare ulteriormente Gerusalemme e indebolirne la coesione sociale. In definitiva, Netanyahu ha barattato il prestigio della Start-Up Nation con la propria sopravvivenza politica, consegnando le chiavi del governo a formazioni che antepongono imperativi teologico-nazionalisti alla competenza economica e alla tenuta democratica di un Paese giovane e – almeno fino a ieri – motore di innovazione globale.

Ed oggi Netanyahu non è più il regista di questa perniciosa coalizione: ne è prigioniero.

Il “mito” della start-up nation vacilla proprio tra i giovani laici, i più esposti alla mobilità globale e i più presenti nelle piazze.

  1. Chi è la destra messianica e perché diverge dagli ultraortodossi.
Destra messianica (Religious Zionism, Otzma Yehudit, Noam) Ultraortodossi / Haredim (Shas, UTJ)
Visione dello Stato Lo Stato d’Israele ha valore teologico: avvia la redenzione messianica, da completare con l’annessione di “Giudea e Samaria”. Lo Stato è laico; nessun significato messianico prima della venuta del Messia.
Colonie Motore identitario: nuovi avamposti come realizzazione della promessa biblica. Meno coinvolti; priorità alla rendita di posizione (sussidi, esenzioni dal servizio militare)
Agenda interna Supremazia ebraica, riforma giudiziaria, limitazioni ai diritti LGBTQ, imposizione di legge religiosa negli spazi pubblici. Finanziamenti alle Yeshivot, status quo su kashrut e sabato, welfare per comunità Haredi[2].
Base elettorale Giovani coloni nazional-religiosi; parte della destra laica “hill-top youth”. Comunità ultraortodosse (≈ 13 % della popolazione), con tassi di natalità altissimi.
Rapporto con Netanyahu Alleati chiave dal 2022; pretendono annessioni e portafogli di sicurezza/finanze. “Partner di scambio”: sostegno parlamentare in cambio di budget e privilegi religiosi.

Il 29 maggio 2025 il ministro Smotrich ha annunciato 22 nuovi insediamenti in Cisgiordania, definendoli “passo strategico verso l’annessione”. La violenza dei coloni – spesso armati e talvolta coperti dall’esercito – è esplosa: oltre 500 attacchi documentati solo nel 2024, con villaggi palestinesi incendiati e strade pattugliate da milizie civili.

  1. Il 7 ottobre 2023: genesi, modalità e calcolo strategico dell’attacco Hamas.

8.1 Pianificazione e preparazione (2021-2023).

Il punto di partenza è il conflitto di maggio 2021 – gli 11 giorni di guerra dal 10 al 21 maggio, innescati dagli sfratti di Sheikh Jarrah e dagli scontri alla moschea di al-Aqsa. In quell’occasione Hamas lanciò più di 4 300 razzi verso Israele, che rispose con l’operazione Guardian of the Walls; il bilancio fu di 253 palestinesi e 13 israeliani uccisi e un cessate-il-fuoco negoziato dall’Egitto senza risultati politici duraturi. Per Hamas l’episodio servì da “prova generale”: dimostrò la capacità di saturare Iron Dome e di presentarsi come “difensore di Gerusalemme” – titolo propagandistico che il movimento intendeva consolidare con un’azione ancora più clamorosa.

Sotto la regia della Forza Quds iraniana, fra il 2021 e il 2023 le Brigate ʿIzz al-Dîn al-Qassam organizzarono addestramenti in Libano, Siria e Iran, ricevendo cash, droni di ricognizione e know-how per missili a più lunga gittata. Parallelamente, l’ala politica adottò una strategia di dissimulazione: accettò permessi di lavoro per 17 000 gazawi e mantenne contatti indiretti con l’intelligence israeliana per far apparire Hamas “interessato alla calma”, mentre selezionava e addestrava circa 1 500 uomini destinati al commando d’irruzione.

8.2 L’attacco del 7 ottobre.

All’alba di Simḥat Torah, 3 000 razzi saturarono le batterie Iron Dome; micro-droni neutralizzarono telecamere e torri di comunicazione; bulldozer e cariche cave aprirono 15 varchi nella recinzione; parapendii, pick-up e motociclette proiettarono i commando su 22 kibbutz, la base di Reʿim e la rave di Reʿim. In dodici ore furono uccisi circa 1 200 civili e militari e 251 israeliani rapiti, il peggior massacro di ebrei dalla Shoah.

Obiettivi di Hamas (dichiarati e impliciti):

Obiettivo Logica di Hamas Stato (maggio 2025)
Bloccare la normalizzazione israelo-saudita “Serve un’azione straordinaria” (memo interno sequestrato dallo Shin Bet) Processo congelato
Rimettere Gaza al centro della causa palestinese Riaccreditarsi come avanguardia della “resistenza” Consenso iniziale, poi eroso dal costo umano
Aprire un fronte multiplo dell’”Asse della Resistenza” Coinvolgere Hezbollah da nord e i Houthi dal Mar Rosso Escalation contenuta ma costante
Usare gli ostaggi come leva Scambiare prigionieri e forzare tregue Alcuni scambi, cessate-il-fuoco temporanei

8.3 Il calcolo del “bagno di sangue”.

Gli strateghi di Hamas contavano su una risposta israeliana massiccia e urban-centrica: “Il sangue palestinese è la nostra arma diplomatica”, ha ammesso un comandante catturato. Più alta la conta dei civili, maggiore – secondo il loro schema – l’isolamento politico di Israele.

8.4 Il ruolo di Teheran.

Fonti occidentali indicano che ufficiali IRGC approvarono il piano in un meeting a Beirut, mantenendo però un profilo “hands-off” per evitare un diretto casus belli contro l’Iran. Il modello è quello già sperimentato con Hezbollah: fornire capitali, addestramento e know-how ma lasciare l’esecuzione alle milizie proxy.

8.5 Fallimento dell’intelligence israeliana.

Bias analitici (“Hamas non ha interesse a un conflitto aperto”), riduzione dell’allerta durante una festività e eccessiva fiducia nella barriera elettronica hanno prodotto la peggiore débâcle della comunità di sicurezza dai tempi della guerra del Kippur.

La disattenzione strategica verso Gaza, va detto chiaramente, è conseguenza dell’escalation di violenze dei coloni[3] e della necessità di proteggere insediamenti in Cisgiordania, che hanno assorbito fino a trenta battaglioni dell’IDF e parte delle risorse dello Shin Bet (Servizio di intelligence “interno”), lasciando il confine sud meno presidiato e rafforzando il pregiudizio secondo cui Hamas non avrebbe aperto un nuovo fronte.

8.6 Bilancio strategico provvisorio.

Hamas ha centrato l’obiettivo minimo di bloccare il dialogo israelo-saudita e di riportare Gaza al centro dell’agenda globale, ma il costo umano minaccia di logorare la sua base sociale. Israele, a sua volta, si trova invischiato in una guerra di logoramento che ha indebolito l’economia hi-tech e la coesione interna, realizzando – almeno in parte – la “trappola” calcolata da Hamas e, per interposta persona, da Teheran.

  1. La guerra di Gaza (2023-25): obiettivi irraggiungibili, vittime civili.

Dopo quasi due anni di operazioni, Israele non ha annientato Hamas né liberato tutti gli ostaggi, ma ha trasformato la Striscia in una zona devastata: oltre 54 000 morti secondo il Ministero della Sanità di Gaza, con stime di vittime civili tra il 70 % e l’80 %. I precedenti storici – dall’Algeria francese all’Iraq post‑2003 – confermano che un esercito convenzionale fatica a sradicare un gruppo armato irregolare radicato negli abitati; l’IDF non ha fatto eccezione. Israele, consapevole di non poter sostenere perdite militari elevate in un assalto casa‑per‑casa, ha privilegiato bombardamenti massicci e forze corazzate, generando un “costo naturale” in termini di vittime civili che giuristi e ONG definiscono crimini di guerra o addirittura genocidio, poiché il diritto internazionale ammette l’autodifesa ma vieta la punizione collettiva.

Questa scelta operativa – cinica e inaccettabile – è stata facilitata dal peso crescente dei partiti messianici al Governo, la cui visione teologico‑nazionalista, intrisa di presunzioni etniche di superiorità, rifiuta qualsiasi tregua duratura e punta a una “soluzione biblica” per Gaza. Ne è derivato un conflitto che ha prodotto quasi solo la distruzione dell’enclave e l’eccidio di civili, logorando la legittimità internazionale di Israele e spaccando la società israeliana stessa.

Rapporti di Commissioni ONU, HRW e Amnesty documentano attacchi indiscriminati, uso sproporzionato della forza e imposizione di un assedio totale: elementi incompatibili con gli articoli 51 e 54 del I Protocollo addizionale alle Convenzioni di Ginevra. Anche Hamas ha violato il diritto bellico con l’uccisione e il sequestro di civili israeliani, ma la condotta di una parte non annulla gli obblighi dell’altra.

Un dato però rende più grave l’azione israeliana: l’accanimento. Quello con cui si continua a martellare Gaza. Pur senza riuscire ad eradicare Hamas, la sua leadership è stata decapitata. Perché proseguire oltre ogni ragionevole possibilità di successo? O forse la destra messianica ha l’obiettivo di eradicare i palestinesi da Gaza (e Hamas con loro)?

Purtroppo, molti governi sunniti hanno espresso condanne verbali ma evitato rotture diplomatiche o embarghi effettivi, limitandosi a mediazioni umanitarie. Pesano tre calcoli: l’interesse a veder ridimensionata l’influenza iraniana e delle sue proxy; la paura di destabilizzazioni interne se il jihadismo risorge; la prassi storica di finanziare la causa palestinese quanto basta per tenerla lontana dai propri confini.

Critiche vanno rivolte anche a Stati Uniti ed UE.

Washington ha fornito armi, sostegno diplomatico e 14 veti o astensioni selettive in Consiglio di Sicurezza, giustificando l’azione israeliana come “difesa necessaria”, salvo tardivi richiami alla proporzionalità. L’amministrazione USA è accusata di mancato conditionality sugli aiuti militari e di aver ritardato mediazioni per cessate-il-fuoco umanitari.

L’Unione Europea ha mostrato la consueta posizione frammentata. Alcuni Stati (Germania, Paesi Bassi, Croazia) hanno aumentato le licenze d’esportazione di componenti militari; altri (Spagna, Irlanda, Belgio) ne hanno sospeso il rinnovo. Bruxelles ha mantenuto i finanziamenti UNRWA ma ha evitato sanzioni coordinate, riflettendo la tensione fra principi di diritto umanitario e dipendenza da cooperazione tecnologica e di intelligence con Israele.

Per di più, Washington e Bruxelles sapevano che la reazione israeliana sarebbe stata brutale; eppure, nei primi mesi dopo il 7 ottobre, non hanno posto condizioni stringenti al loro alleato. Oggi il segretario Austin parla apertamente di “stallo” e di necessità di un accordo, mentre alla Casa Bianca si lavora a un cessate-il-fuoco di 60 giorni, ancora in bilico. Nel frattempo, la Russia ha coltivato rapporti tattici con Israele sul fronte siriano e gli Stati arabi vedono in Tel Aviv un argine all’espansionismo iraniano più che un partner in pace.

La storica Anna Foà ha definito questa deriva «un vero suicidio guidato dal governo» perché spinge Israele fuori dal consesso democratico occidentale e alimenta una spirale di violenza che, lungi dal rafforzarne la sicurezza, rischia di delegittimarlo sul piano morale e strategico.

[1] Gini è il cognome dello statistico italiano Corrado Gini (1884-1965) che ideò l’indicatore. Il coefficiente di Gini misura la disuguaglianza nella distribuzione del reddito (o della ricchezza) su una scala da 0 (perfetta uguaglianza) a 1 (massima disuguaglianza).

[2] Yeshivòt: scuole rabbiniche (letteralmente “luoghi di studio”) dove gli studenti haredi si dedicano a tempo pieno allo studio della Torah e del Talmud. In Israele molte yeshivòt ricevono sussidi statali e dispense dal servizio militare.

Status quo su kashrut e sabato: intesa del 1947 fra Ben-Gurion e i partiti religiosi: lo Stato riconosce l’autorità rabbinica su certificazioni alimentari (kashrut), matrimoni/divorzi e garantisce il riposo ufficiale di Shabbat; in cambio i partiti religiosi partecipano al sistema parlamentare. Welfare per le comunità haredi: pacchetto di trasferimenti pubblici (assegni familiari, sovvenzioni alle Yeshivòt, agevolazioni fiscali, sussidi abitativi) che permette a molte famiglie ultraortodosse, caratterizzate da natalità elevata e un solo percettore di reddito, di mantenere il proprio stile di vita centrato sullo studio religioso.

[3] Escalation in Cisgiordania (2022-23): la spirale di violenza fra coloni estremisti e palestinesi – definita dal Consiglio di Sicurezza ONU «la peggiore dal 2005» – ha spinto l’IDF a rafforzare in modo crescente la presenza nella West Bank. A ridosso di Simḥat Torà (6-7 ottobre 2023) fino a 30 battaglioni erano assegnati alla protezione di insediamenti e di eventi religiosi, secondo un’inchiesta di Haaretz. Il 5 dicembre 2023 il Times of Israel ha rivelato che due compagnie commando (≈ 100 soldati) erano state spostate dalla barriera di Gaza a Huwara per difendere i coloni dopo un’ondata di attacchi. Conseguenza: meno pattuglie e minore prontezza a sud; alcune torri di sorveglianza lungo la recinzione erano presidiate da personale ridotto o da riservisti. Un’analisi dell’Associated Press sul dopo-7 ottobre sottolinea che la riallocazione di risorse a causa delle violenze in Cisgiordania – insieme alla crisi interna sulla riforma giudiziaria – ha contribuito a “distogliere l’attenzione sia dell’IDF che dell’intelligence dal rischio Gaza”.Lo Shin Bet ha dedicato agenti e mezzi alla sezione “Jewish Division”, lasciando scoperte talune fonti HUMINT all’interno della Striscia.

PAOLO POLETTI