Guerre della Nato. Il j’accuse di Alessandro Orsini al sistema dei media

di PATRIZIO PAOLINELLI ♦

L’ultimo libro di Alessandro Orsini si intitola Casa Bianca-Italia. La corruzione dell’informazione di uno Stato satellite (Paper FIRST, 2025, 234 pagg.). Il titolo è molto polemico e tuttavia analizza con acume il degrado raggiunto dal giornalismo internazionale del nostro Paese nel raccontare guerre che coinvolgono la Nato (Iraq e Siria ieri, Ucraina e Israele oggi). La stampa internazionale è definita corrotta non perché intasca bustarelle (fa eccezione Giuliano Ferrara, reo confesso informatore della Cia), ma per la sudditanza nei confronti del potere politico. Un potere dimezzato perché l’Italia è un paese poco rilevante sul piano internazionale e perché le massime cariche del nostro Stato devono attendere il gradimento degli USA prima di essere nominate.

Sullo sfondo di un Paese satellite Orsini dipinge il quadro sconfortante di una stampa che, in nome di interessi personali (carriera, reddito, visibilità), si piega alla narrazione politico-militare atlantista. Narrazione in cui la Casa Bianca è il Bene e tutti gli altri sono il Male: Russia, Cina, Iran e qualsiasi altro Paese che rifiuti il ruolo di comparsa nello scacchiere geopolitico mondiale. Questa visione manichea è definita da Orsini “assurdità statistica” perché è impossibile che una nazione abbia sempre torto al 100% e un’altra sempre ragione al 100%. Quando si verifica l’assurdità statistica ci troviamo di fronte a un’informazione corrotta.

Sociologo, esperto di terrorismo e relazioni internazionali Orsini utilizza il metodo del sospetto di Marx (nessuno si allarmi: Orsini è un liberal) e il realismo politico della scuola elitistica italiana per smascherare gli inganni della società giornalistica politicamente filo-americana. Fra questi inganni troviamo: interpretazioni di comodo, manipolazioni linguistiche, invenzioni spacciate per realtà, demonizzazione degli avversari. Come è noto, da tre anni a questa parte il cattivissimo di turno è il Presidente russo Vladimir Putin. A questo proposito Casa Bianca-Italia contiene parecchie pagine dedicate al conflitto in Ucraina, illustrando come il mainstream informativo italiano e le sue grandi firme non abbiano esitato a diffondere mistificazioni e falsità sacrificando la deontologia professionale alla propaganda. Come è noto, la propaganda è una forma di persuasione che non ammette repliche e per chi non si allinea scatta la diffamazione, l’ostracismo, il linciaggio mediatico. E così è stato a partire dallo scoppio del conflitto russo-ucraino. Come altri intellettuali italiani, anche Orsini è stato sottoposto a un processo pubblico da parte dei pesi massimi del nostro sistema mediatico per il solo fatto di aver sostenuto che Kiev non aveva la benché minima possibilità di vincere sul piano militare e che occorreva andare subito alla trattativa.

Seppure i bersagli principali di Orsini sono i giornalisti politicamente filo-americani della nostra stampa internazionale, sotto la sua lente finiscono anche accademici, esperti di relazioni internazionali e i loro istituti ridotti a vere e proprie dépendance della Casa Bianca. Quello che emerge dalla sua indagine è un sistema composto da minoranze organizzate e integrate tra loro al cui interno agiscono politici, giornalisti e intellettuali accodati alla narrazione di Washington.

Sul piano sociologico non è necessario essere d’accordo con tutte le affermazioni di Orsini. Il quale, per esempio, si professa filoamericano culturalmente ma non politicamente; oppure sostiene che una società può vivere nella menzogna ed essere ugualmente libera. Si tratta evidentemente di opinioni discutibili. Tuttavia, a parte il dibattitto tra esperti, Casa Bianca-Italia costituisce un ottimo esempio di sociologia critica di cui si è quasi persa la memoria. Eppure Orsini fa quello che dovrebbe fare qualsiasi sociologo: andare al di là delle apparenze, sollevare il velo dell’ufficialità, interrogarsi sull’immagine positiva che ogni potere dà di sé stesso, a iniziare dal potere mediatico e a quelli che ormai sono i suoi feticci: la libertà di opinione e il pluralismo dell’informazione.

PATRIZIO PAOLINELLI