“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – I FIGLI DEL SILENZIO
di MICHELE CAPITANI ♦
Il silenzio in classe, prima che arrivino gli alunni.
Qui mi si rivela il silenzio nella sua essenza, ossia che esso non è un’eccezione ai suoni, alla parola, al rumore, alla musica, non un intervallo o una negazione, bensì esiste perché esiste (e quando i suoni non ci sono, semplicemente il silenzio appare più percepibile, in certi casi quasi visibile e tangibile, come adesso).
È un’idea troppo affascinante.
Anche in una scuola è dato a volte di provare questo, per esempio nei momenti che gli alunni non ci sono.
In una classe in carcere, il silenzio nella sua autonoma essenza forse si vede di più, lo penso spesso. Che i corridoi siano ampi e bianchi, come in questo penitenziario, o che le classi siano più o meno spoglie, o che là fuori si veda subito il filo spinato oppure, al contrario, solo l’azzurro di un’illusione di cielo, fa poca differenza.
Fa poca differenza che le pareti siano bianche bianche (il colore più adatto al silenzio) o tinteggiate di colore.
E gli spazi che intravedi nelle lunghe camminate per arrivare alla classe, celle vuote anche di sedie, corridoi che si dipartono perpendicolari al corridoio che tu vai percorrendo, vuoti e misteriosi…
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Non c’è ancora nessuno ma metto subito la presenza all’anziano e claudicante Giovanni perché comincio ad avvertirne, laggiù in fondo al corridoio, la voce bassa e il lento ticchettìo della stampella…
Invece, metto l’assenza a Bruno poiché ci aveva avvisati che oggi ha il processo.
Mi interrogo spesso su quale sia l’anima del silenzio, e insegnare anche in carcere non ha fatto che rendermi permanente questa domanda.
A volte cerco risposte anche dai miei alunni, cioè getto un sasso nello stagno.
La risposta che il silenzio è quel che preesiste a tutto, mi sembra ogni volta giusta, eppure difficilmente spiegabile. E anche loro ritengo che percepiscano di cosa sto parlando, ma so che faticano a entrare in categorie tanto profonde (e a verbalizzarle) e comunque remote dalla prosaicità della loro passata e attuale vita.
Come dalla prosaicità di ogni vita, senza dubbio.
Sarà nell’altra sezione, cioè dalle ragazze e signore del “femminile”, che domani mi arriveranno altre risposte…
È la prima ora: per prime arrivano Claudia, Sandra, Cinzia, Rosa.
C’è un amplissimo silenzio, e tutte quante, arrivando alla spicciolata in classe, lo apprezzano sorridendo con gli occhi, e tacciono, per non incrinarlo. Forse ultimamente in questa sezione c’è stata maretta, il carcere non è sempre silenzioso come lo si immagina, anzi! Perciò potrebbe essere anche per questo che stamani fanno più caso al silenzio di questa mattina soleggiata, e se lo custodiscono.
Visto che qualcuna poi parla proprio per lodare questa pace, chiedo loro cos’è.
Cos’è il silenzio secondo loro.
Prevedibilmente mi guardano sospettando che non sia una domanda tanto banale come potrebbe sembrare. Aggiungo che glielo chiedo perché “silenzio” è una parola come “felicità”: quelle parole che, se le chiedi a cento persone, c’è il rischio che scaturiscano cento risposte possibili.
Le prime che azzardano una risposta dicono che è assenza di rumore, ma anche qualcosa da ricercare in sé.
Riferisco dunque, per rilanciare la posta, della teoria secondo cui, essendo stato tratto tutto dal silenzio, allora questo c’è sempre, è semplicemente più visibile quando i rumori non ci sono.
Molte annuiscono, e comunque nessuna obietta (e io confermo tra me e me che questa è davvero una splendida classe).
Siccome con loro stiamo iniziando a studiare la comunicazione, butto lì un esercizio che, anche più in là, potrà tornare utile (non mi viene da chiamarlo “tema” per non metterle in soggezione né con l’esigenza di scrivere corretto né con una necessità di lunghezza, visto che l’oggetto potrebbe essere già difficile di per sé): “Parla di una situazione nella quale il silenzio è stato uno strumento di comunicazione”.
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Rosa, che frequenta da noi come uditrice perché già diplomata, scrive così:
“Luglio 2021, Roma Tor Bella Monaca.
Le sirene irrompono in una tranquilla giornata d’estate, nella piazza di spaccio più grande di Tor Bella Monaca, il “Bar della fucilata”.
In quel momento ho iniziato a tremare, come tutte le volte che venivano a fare una retata le forze dell’ordine, ma in quel giorno sentivo dentro di me qualcosa di diverso. Ho cercato di occultare più droga e soldi possibili ma quando mi hanno preso, dagli sguardi sorridenti che si scambiavano gli agenti della Finanza avevo capito che quel giorno avevano vinto loro.
Da quando mi hanno caricata nella volante fino alla Questura, dove ho appreso che oltre a me avevano preso altri tre ragazzi, la mia testa non smetteva di ragionare, di pensare, di calcolare come potevo uscirne pulita. Ma poi, quando ci hanno messo nella celletta tutti insieme, per aspettare la convalida dell’arresto, il silenzio nella mia testa e nella stanza era assordante. Fra me e i miei coimputati c’erano solo sguardi, accennavano solo un “no” con la testa e sapevamo che quel silenzio era l’inizio del caos chiamato carcere”.
“Rita, va benissimo… Ora però scrivi di una situazione positiva”.
E lei:
“A settembre dell’anno scorso ho deciso di concludere in carcere il mio percorso di studi, con il conseguimento del 5° anno di superiore, e quindi di prendere finalmente la maturità, con il sogno di uscire con 80.
Ho avuto la fortuna di essere assistita una volta a settimana da un professore di lettere e da una professoressa di matematica in quanto studiavo da privatista.
A giugno, ho passato i pre-esami con la media dell’otto, ma questo non mi ha fermato a voler di più, sempre di più da me stessa, tanto che praticamente passavo le giornate isolata dalla sezione, sui libri e a ripetere giornalmente tutto quello che imparavo, che leggevo e che schematizzavo. Di quel periodo ho il caos in testa, perché tra lavoro, studio e il processo il mio cervello stava per arrivare al collasso.
Poi è arrivato il giorno dell’esame, prima due scritti e poi l’orale.
Anche durante l’esame, il caos, perché mentre io facevo lo scritto prima di italiano e poi di scienze degli alimenti, i professori della commissione, dato che l’esame durava circa 4 ore a tema, loro parlavano, si confrontavano, ed io ero lì di fronte ma mi sentivo invisibile. Poi è arrivato il giorno dell’orale e lì praticamente ho parlato talmente tanto che i professori ad ogni materia mi interrompevano, fino a che non è arrivato l’esito dell’esame. Per la prima volta non avevo parole: ero io, il professore che mi ha seguito, e l’educatrice dell’istituto; quando ho letto 81/100, dai miei occhi scendevano solo lacrime di gioia tanto che anche l’educatrice si è commossa e non ha detto niente, in silenzio si è alzata e mi ha abbracciata.
Il silenzio valeva più di mille parole in quel momento, perché le mie lacrime e il suo abbraccio mi avevano fatto capire che ce l’avevo fatta!”
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Infine me ne esco, dispiaciuto che la lezione sia terminata, come a volte mi succede.
E con ancora meno risposte, nel cuore, su cosa davvero il silenzio sia, visto che questa tormentata, educata, intelligente e vivissima ragazza romana, oggi mi ha disciolto nell’inchiostro del suo tema altre declinazioni di tale questione.
Con altre parole che sembrano davvero lacrime incise sulla carta per narrare dei silenzi della sua vita, Rosa ci dice che, finché noi uomini soggiaciamo alle leggi della materia e del tempo, la prima risposta che dobbiamo darci è che in verità non c’è un solo silenzio bensì un’infinità di silenzi, almeno uno per ciascuna emozione che possiamo vivere dentro di noi, nel cuore, nell’intelligenza e nella memoria.
Il silenzio eterno da cui le nostre esistenze sono state tratte ha partorito oggi, nella memoria di Rosa, altri silenzi, altri suoi figli di quel primo silenzio perché ogni volta ce ne ricordano l’essenza.
Per esempio quei silenzi insostenibili, che davvero ci sembrano eterni…
I silenzi di quando non si riesce a parlarsi.
Il silenzio della solitudine e del sentirsi inascoltati.
O della casa svuotata dopo che l’ultimo figlio se n’è andato.
Il silenzio dopo aver appreso una diagnosi orribile.
Il silenzio della gente che vive sotto la cappa della dittatura.
Ma pure i silenzi felici, come due innamorati che si capiscono con lo sguardo in mezzo a tante persone.
Il silenzio del bimbo addormentato.
La pace del sonno dopo un’operazione riuscita.
La quiete dell’abbraccio dopo aver fatto l’amore.
Tanti silenzi, come tanti figli del primo silenzio originario, e dal carattere opposto fra di loro, come spesso sono i fratelli.
E perciò tante altre risposte e altri stimoli che non comporranno la risposta definitiva su cosa davvero il silenzio sia.
Almeno per ora.
MICHELE CAPITANI
