RUBRICA BENI COMUNI, 103. LA BUENA EDUCACIÓN (*** GUARDARE E VEDERE)

a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦

Riprendo il discorso interrotto. Parlavamo della Sala consiliare, l’Aula “Renato Pucci”. E del fatto che intervenire su un edificio, soprattutto se si tratta di una struttura pubblica rappresentativa, con una architettura che rispecchia il momento storico in cui sorge e i criteri espressivi del progettista, richiede modi rispettosi e, quando possibile, se ancora in circolazione, la richiesta d’un intervento diretto dello stesso o la sua cortese consultazione.

In effetti, il carattere “identitario” proprio dell’Aula, cioè quali siano le idee costitutive, le scelte formali e lo spirito concettuale dell’opera, non sembra essere stato assimilato da chi – senza curarsi di consultare l’autore del progetto, notoriamente in circolazione anche nei paraggi, come pure prescrive il nostro Regolamento per la tutela del patrimonio architettonico stilato nel 1991 – è intervenuto con innovazioni o non è intervenuto per opportune manutenzioni o riparazioni. È certamente veniale il “peccato” di aver introdotto forme estranee, segni stridenti e decorazioni stravaganti nell’arredamento della buvette, la caffetteria interna. Non trovo brillante, però, aver posto un grosso distributore di bibite e bevande, che potrebbe trovare posto in tanti altri luoghi, a coprire il fondale decorativo della galleria, quella che dovrebbe diventare la «Galleria dei Sindaci», un allestimento che ricordi – in modo semplice e sobrio – le Amministrazioni che si sono succedute nel tempo, ripristinando in qualche modo la buona pratica dei «Fasti civici», che era stata inaugurata con le iscrizioni dipinte nel Palazzo della Comunità dal 1696 in poi (vedi nota 3).

Nelle figure allegate – che illustrerò tra poco – propongo una soluzione alternativa al distributore, ossia la collocazione, ad ancor maggior decoro, di un’opera d’arte o comunque d’un bell’elemento ornamentale di forma, dimensioni e colori adatti (creato dall’arte o dalla natura, antico o moderno), che aumenterebbe senza dubbio la solennità del luogo.

L’aver fatto rendere inservibili, una dopo l’altra, una decina di poltrone per il peso abnorme di qualche fruitore, il non aver mai realizzato – nel corso di quasi trent’anni – le dotazioni “a scomparsa” per le conferenze e per le altre occasioni simili (schermo e proiettore negli appositi alloggiamenti predisposti) né l’accesso “non acrobatico” alla cabina di regia, come erano previste dal progetto, mi lasciano perplesso. La Casa comunale è di tutti noi, è un bene comune, tutti ne dobbiamo aver cura. E la struttura degli uffici comunali ne è, ne deve essere, la prima e diretta responsabile! Come mi intristisce la mancata utilizzazione dei comandi (semplici interruttori) esistenti nel quadro elettrico per l’apertura e chiusura delle tende oscuranti, che lascia da sempre la sala nel perenne grigiore di tutte le finestre perimetrali tenute coperte, mentre i vetri sono stati fatti per mostrare quel loro gioco decorativo dato dal ripetersi della disposizione alternata dei riquadri azzurri.

Questa ultima parte della puntata sul tema dell’educazione è sottotitolata «Guardare e vedere», perché non sempre la prima parola sottintende il verificarsi della seconda. Per questo, l’amico Abock, come vedete (“vedano?”), ha messo gli occhiali.

Ecco, allora, la descrizione dei contenuti non ancora spiegati delle figure, a partire dalla prima figura della prima puntata. Augurandomi di riuscire a soddisfare in modo adeguato e consono la curiosità della professoressa Maria Zeno, che ringrazio per la costante e affettuosa presenza nei puntuali e stimolanti commenti alla rubrica. La prima immagine della figura 103/1 mostra un prospetto tratto dal progetto (anno 1988-90) della ristrutturazione del palazzo del Pincio con l’aggiunta della Sala Consiliare e degli uffici nei corpi laterali. Si tratta del prospetto verso nord, dove il lato corto di testata del Palazzo del Pincio viene a trovarsi, appunto, tra i predetti elementi di nuova costruzione. La fotografia, che risale al mese di gennaio del 1997, mostra la galleria della Sala in costruzione, dopo essere riuscito a imporre la mia soluzione a due spioventi traslucidi alla ditta, tenuta a realizzare l’opera senza oneri per il Comune, e aveva contrapposto un’altra soluzione, meno costosa e molto tenebrosa, con un semplice solaietto di copertura in putrelle e tavelloni.

L’immagine a fianco, come dice la didascalia, è quella della Sala «per chi la voleva in stile», mostrandone l’aspetto che avrebbe dovuto avere per non suscitare le critiche ricevute a quel tempo. Adeguandomi al tema di cui parlerò più tardi, nel disegno, ho imbrattato la parete esterna del foyer con scritte e segni deturpanti. La fotografia successiva mostra lo stato della sede comunale a progetto realizzato, con le pareti pulite e solo con una incipiente invasione della vite americana sull’ottagono consiliare. Mentre, invece, nella foto sotto, le scritte, prive di senso, prive d’arte e prive di intelligenza, imbrattano senza interruzioni le parti basse della nuova costruzione. Infine, le tre vedute interne della sala rappresentano, una, l’estremità di ingresso, quella settentrionale con la pensilina, nel giorno dell’inaugurazione, avvenuta come ho detto, il primo giugno 1997; l’altra, la parete opposta di fondo, cioè del fondale prospettico, come la prevedevo nel progetto e l’ho realizzata; l’ultima, la stessa con il distributore di bibite nello stato attuale, appoggiato lì certamente a utilità del pubblico, ma senza alcuna cura o ragionamento, nel primo posto libero capitato, come accade con certe apparecchiature “tecnologiche”, piazzate anche su monumenti.

La figura 103/2 si apre con due fotografie dell’usanza incivile, molto diffusa in alcune zone del nostro Paese, di abbandonare lungo la strada i sacchetti dei rifiuti organici quotidiani, i sacchi della spazzatura, l’immondizia e gli scarti d’ogni tipo, compresi quelli speciali, come gli elettrodomestici e le varie apparecchiature elettriche ed elettroniche anche pericolosi (qui parliamo di rifiuti urbani e non delle sostanze e dei materiali di provenienza industriale o agricola). Ho scritto “lungo la strada”, in modo generico, perché effettivamente si vede di tutto, su ogni categoria di strade. Perché da alcuni, la strada – come ai tempi in cui certi recipienti si vuotavano dalla finestra – non viene considerata un bene “proprio”, “nostro”, come la casa, ma “comune” in un senso diverso da quello “costituzionale”: ci appartiene, lo possiamo usare a piacimento, senza rispetto, perché “tanto” sappiamo che poi interverrà “chi di dovere” a ripulire. È un modo immaturo di considerarsi cittadini, con molti diritti (pretesi) e nessun dovere. Un atteggiamento privo di senso civico, di senso del decoro pubblico e, a ben vedere, di considerazione per se stessi, che non credo sia migliorato con l’entrata in vigore nel 2023 di nuove disposizioni che hanno introdotto l’ammenda penale, con importi aumentati, invece della sanzione amministrativa (legge 9 ottobre 2023, n° 137) peri reati di l’abbandono di rifiuti, gli incendi boschivi ed altro.

Infatti, le foto sono di un luogo che dovrebbe essere salvaguardato da brutture, nello stesso interesse primario di chi vi abita, per tutti loro e per gli innumerevoli turisti di tutto il mondo che lo visitano. Si tratta di alcune vie all’interno del Parco dell’Etna, area naturale protetta, e di accesso alle zone delle escursioni alle quote alte ed alla sommità del vulcano e quindi alle “bellezze naturali” più notevoli della Sicilia. Ma la scena non è diversa, purtroppo, in tanti altri luoghi “in vista”, a cominciare dalle piazzuole di sosta della Cassia bis, la Via che dalla capitale porta nei territori dell’Etruria e della Tuscia, patrimonio mondiale storico e archeologico tutelato dall’UNESCO. Va detto anche che questo fenomeno d’inciviltà, fatto ancora più triste ed avvilente per noi sentimentalmente “meridionali”, si attenua al crescere dei gradi della latitudine. Ma siamo pure coscienti d’aver inquinato ovunque e che i nostri rifiuti stoltamente abbandonati a deturpare e inquinare sono arrivati tanto al grado 0 dell’equatore quanto ai 90° del Polo Nord. Non dimentico i cumuli di sporcizia “turistica” visti a ridosso degli edifici di servizio nelle stazioni di rifornimento del Sahara.

Le altre due foto della figura risalgono a molti anni fa, esattamente al 14 febbraio 2003, un venerdì. La festa di San Valentino non c’entrava e tuttavia posso dire di non aver dimenticato la ricorrenza, perché quel giorno l’ho celebrata insieme a mia moglie – che di suo stava svolgendo uno studio per l’Autorità Portuale – compiendo un ampio giro nel territorio del settore settentrionale del piano regolatore, per verificare e documentare lo stato di attuazione di alcuni progetti dei due enti e la situazione di fatto. Il degrado avvenuto negli ultimi anni era evidente ovunque: i nuovissimi edifici direzionali dell’interporto, ancora mai inaugurati, avevano tutti i grandi vetri degli uffici distrutti a sassate, i giardini circostanti erano depositi di carcasse di elettrodomestici, con l’immondizia sparsa dovunque e le pareti esterne ed interne imbrattate da scritte indecifrabili, improperi, imprecazioni. Devo dire, per la verità, che nell’immenso garage ancora mai utilizzato, tra tante iscrizioni spray e invettive a personaggi politici del momento, vi era anche un riquadro dipinto di una certa qualità artistica. I copertoni e gli altri residui della fotografia accanto sono invece ripresi, nello stesso giorno, in una delle strade di lottizzazione delle zone industriali di Grasselli e Monna Felicita, realizzate secondo il piano urbanistico attuativo progettato nel 1974.

Mi vantavo di questo, dicendo di non sapere con certezza se, dal punto di vista professionale, ne avevo fatta poca o molta di strada, ma che invece potevo senz’altro affermare di averne fatte tante di strade! Sia proprio nel senso dei tantissimi chilometri percorsi in diverse regioni del mondo, tanto nei quotidiani andirivieni tra la casa di Roma e l’ufficio di Civitavecchia nel corso dei quarant’anni di servizio, quanto dei tanti altri precedenti e successivi, ma poi anche come viabilità, strade e percorsi e aree di sosta, svincoli, raccordi, parcheggi, progettati, cioè ideati, studiati e disegnati, in tutto il territorio civitavecchiese e della Tuscia. Aggiungendo all’elenco la «Variante Cimina della Via Francigena», grazie a mio figlio Antonio, che più volte mi ha portato a percorrerne qualche tratto o a disegnarne qualche veduta dei suoi borghi storici. E aggiungendo, infine, il Cammino di Hasekura e dei Martiri Giapponesi, sui quali è ormai pronto per la pubblicazione un bel volume a più mani, tra cui quelle della cara e brillante collega (e nuora) Emanuela Biscotto.

Però, se davvero ne ho fatte di strade, beh, vederle così, no! Non era questa l’idea che volevano esprimere quei progetti. Questa schifezza di copertoni accatastati, di bottiglie, barattoli e lattine, pezzi di motore, tubi, ferraglia arrugginita, no! Mi ritorna ancora in mente la Fiat 500 svuotata e senza ruote, che per lungo tempo rimase davanti a porta Livorno tra i ruderi delle antiche mura e le baracche di lamiera e cartoni, “immortalata” nel 1971 in una delle fotografie di Civitavecchia da salvare, quella di Umberto Mazzoldi, a immagine della dignità civica perduta! E di una indifferenza di cittadini e istituzioni che solo dopo quella “denuncia fotografica”, unita ai nostri moniti impietosi, ebbe finalmente un sussulto.

Le tre fotografie a seguire mostrano, partendo dalla nostra destra, la demolizione appena avviata della centrale della Fiumaretta (la foto è del 2004; ne abbiamo parlato, contrapponendo la demolizione al riuso culturale previsto per l’analoga struttura di Fiumicino, nelle puntate 20 e 21 della rubrica, del 14 luglio e dell’8 settembre 2022); al centro, una veduta interna della povera chiesetta di San Rocco sulla via Cimina, Comune di Caprarola, quasi al bordo del cratere del lago di Vico, che oggi, crollati il tetto e il portico, è ormai ridotta a pochi muri diruti, dopo aver visto profanati i suoi altari e le sue immagini sacre, a sfregio dei secoli di culto praticato dai pellegrini lungo quell’itinerario romeo preferito spesso alla via Francigena dopo la tappa di Viterbo.

Scendendo alle altre immagini della figura 2, a sinistra, si vede il disastroso aspetto delle Tombe dei Cittadini Illustri nel Cimitero Monumentale di Civitavecchia, ossia nel “Famedio” dedicato ai Benemeriti della Patria (CIVIBVS PRAECLARE MERITIS) come ancora oggi lo può vedere un cittadino qualunque o un qualunque visitatore intendesse recarsi lì per accendere da quelle Urne il forte animo a cose egregie. Aggiungo, però, che, finalmente, è divenuta concreta e imminente la speranza di porre fine a quella situazione che dura da qualche decennio. Della stessa giornata è l’immagine al centro, più in basso, dove campeggia un ampio divano imbottito, posto per qualche conversazione improbabile a cospetto della immensa distesa di auto nuove in sosta per la “movimentazione” (il porto è dotato di 540mila mq di piazzali che possono ospitare fino a 280mila vetture!).

Nonostante la trasformazione del paesaggio, che ha perduto del tutto le caratteristiche dell’antica tenuta camerale del Sugareto, ricordo che quel giorno, durante il nostro sopralluogo, abbiamo potuto constatare la persistenza di usi e conseguenti “visioni” fuori del tempo, dateci dal lento passaggio d’un gregge di pecore, condotte al pascolo in quel contesto assolutamente innaturale, accompagnate da suoni e voci che sembravano rimaste nell’aria dal passato.

Accanto a quella del divano, la foto del pregevole plastico del mio progetto del nuovo complesso comunale del Pincio, più esattamente, del Progetto di sistemazione della sede comunale secondo il Piano di recupero del comparto n° 21 della zona R/Piazzale del Pincio, del 1988, con gli aggiornamenti del 1990. L’accurata maquette, realizzata con l’aiuto diretto e la grande bravura manuale di Sandro Angioni, riproduceva tutti i dettagli architettonici del progetto, con i diversi nuovi corpi di fabbrica previsti intorno al Palazzo preesistente, con la Sala ottagonale, la Torre Civica (alta 33 metri come quella antica distrutta della Rocca), le due ali su pilotis degli uffici, a delimitare la grande «Piazza del Popolo» (arricchita da opere d’arte e da memorie municipali) ma senza occluderne le libere vedute tutt’intorno e verso il grande giardino. Questo, sistemato secondo un elegante cono prospettico che si apre all’inizio di via Buonarroti, fiancheggia la trincea (adesso coperta) e si articola in successivi episodi tematici. Prima, il «Viale delle Fontane a cascatelle» (ispirato ai giardini storici della Tuscia barocca), con panchine e zone di lettura, quindi l’ampia «Cavea della Musica» (l’arena con due-tre gradoni ad anfiteatro) intorno al chiosco in ferro battuto e cupoletta della Banda musicale, poi un doppio viale con aiuole e la «Fontana dei giochi d’acqua» e infine lo spazio del «Giardino Giapponese», con i ciliegi, la fonte, la lanterna a pagoda e la «Roccia commemorativa del Gemellaggio» (ripristinando e mantenendo le donazioni del sindaco Sugawara-san). Al suo termine, la sequenza di attrezzature giardiniere punta obliquamente sul «Portale dei Leoni», in asse sulla grande piazza, e lì si conclude, immettendosi nell’Atrio dell’Albo Pretorio.

La mia “brillante” descrizione del plastico, ahimè, è riferita a quanto era visibile prima del momento della foto. È la descrizione di quel progetto di cui ho mostrato i prospetti nella prima figura (103/1), che il plastico riproduceva in scala ridotta. Come i lettori son costretti a constatare, invece, la foto mostra quel bel plastico, tanto amorevolmente realizzato per meglio illustrare al pubblico il progetto, anticipandone gli andamenti volumetrici, consentendo di capirne l’organizzazione funzionale e di osservarne i vari scorci, è stato distrutto dalla «imbecillità» di alcuni, direttamente esecutori dell’intrusione negli uffici e degli insulsi, gratuiti, morbosi accanimenti su quei «beni comuni» che vi erano, e da quella di altri, che hanno lasciato gli uffici e tutti i documenti, le attrezzature e i mobili (tutti beni pubblici) all’interno completamente abbandonati, senza alcuna protezione e senza tener conto delle mie reiterate raccomandazioni e di quelle, allarmate e pubbliche, ripetutamente inviate ai quotidiani ed apparse sulla stampa, di molti amministratori di altri Comuni ma soprattutto, in toni accorati e molto energici, dal caro Roberto Tamagnini. Quella fotografia, come le tante scattate in quel periodo, testimonia i danni irrimediabili arrecati da quelli che, come al solito, erano chiamati sui giornali «ignoti vandali», senza nulla dire dell’incuria di chi (facilmente noto) doveva tutelarli dalle violazioni, devastazioni e sfregi, avvenuti nel corso del 2007 e nei tempi seguenti a Piazza Piccinato, sede capofila dell’Ufficio Consortile Interregionale e della direzione del Dipartimento Urbanistica Territorio e Beni Culturali e Ambientali: una questione di cui abbiamo parlato ampiamente in altre puntate. A chiusura delle immagini, quella pure ben nota, tratta dal film Il sorpasso (Dino Risi, 1962) con Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant, dove al gesto del guidatore, qui, voglio dare un valore scaramantico per le inciviltà precedenti, ma che resta, a perpetua memoria, un aspetto dell’espressività e del “galateo” di molti automobilisti italici. In basso nella figura, i citati Carmencilta e il suo Caballero, affiancati ai lati dal nostro sbalordito Abock!

La figura 103/3 si apre con la copertina di un libro – il celebre Viaggiando a occhi aperti di Terrile, del 1927 –  che mi fu compagno, quand’ero giovinetto, grazie all’incessante azione “educativa” di mio padre che all’esempio, alle sue istruzioni e alla pratica dei viaggi d’istruzione, aggiungeva l’invito alla lettura, con la generosa fornitura di libri della sua già notevole biblioteca e dei nuovi, acquistati appositamente per me. Accanto, sotto gli occhi vigili di Abock e col richiamo ad Arlecchino per giustificare il disordine dei miei pensieri, un interessante libro sulla storia del vandalismo, acquistato a Parigi negli anni della polemica contro la demolizione delle Halles e la realizzazione del Forum. Interventi che, comunque, a noi architetti italiani, allora, apparivano straordinari e alla fine invidiabili: d’accordo, è stato un delitto demolire un’opera di altissimo valore storico e architettonico, forse ci sono anche aspetti discutibili di politica e di correttezza, ma qui le nuove grandi opere, les Grands Travaux, durante i due settennati (1981-1995) di François Mitterrand, si sono fatte e veramente alla grande, avec leur Grandeur, come del resto, già in precedenza, è sorta in pieno centro, al Beaubourg, quella struttura innovativa e affascinante – con l’area intorno – che è il “Centro nazionale d’arte e cultura” di Renzo Piano e Richard Rogers (con Gianfranco Franchini), voluta dal presidente Georges Pompidou (anni 1969-1974, inaugurata nel ’77). Da noi – era il nostro commento – gli aspetti discutibili di politica e di correttezza sono macroscopici, e le opere neppure si fanno!

Nella figura, il tema dei Vandali è ripreso dal libro dei due ben noti scrittori Stella e Rizzo, edito nel 2011, in una delle tante opere in cui i vari autori hanno fatto l’inventario delle distruzioni subite dal nostro patrimonio nazionale. Una selezione di quelle opere la vedete su uno degli scaffali delle mie librerie, a cui ho associato tre fotografie di momenti in cui, in anni recenti, si è cercato di contrastare la tendenza barbarica con interventi di ricostruzione della memoria: i convegni-seminari «Punti di fuga» e gli interventi di diretta salvaguardia del patrimonio con il restauro di monumenti nei territori della Tuscia. Qui, due momenti dei restauri di opere d’arte a Soriano nel Cimino (la Fontana di Papacqua) e a Bassano in Teverina (la pala d’altare della chiesa di San Rocco, qui più fortunato che nella sua chiesetta di Caprarola!), in due foto gentilmente inviatemi da mia figlia Francesca.

La figura 103/4 scende (o sale?) nel territorio della mia professione, con copertine di libri e immagini di quello che in qualche modo è un dibattito, una polemica, come oggi ce ne sono d’ogni tipo, in cui – da una parte – l’architetto è celebrato e il “Grande Architetto” è sinonimo di abile creatore, tanto dell’universo, quanto della natura e di ogni cosa buona, mentre è vituperato da chi non sopporta certe abitudini o vezzi o fissazioni di qualche celebre «archistar». Ma come gli stessi colori dell’abito di Arlecchino possono trovare infiniti modi d’essere associati e ordinati nei Tartan scozzesi e divenire eleganti disegni o pattern per tessuti, così le regole della buona architettura, del buon disegno, del buon senso, possono, in tanti altri casi, essere esempi di applicazioni corrette e piacevoli. Quindi, a commento dell’uso scherzoso degli “occhietti”, ho inserito un mio disegno giovanile di quando giocavo con gli esperimenti chimici, insieme a qualche immagine tratta dalle centinaia di miei disegni “dal vero” degli anni in Facoltà e dei disegnetti e caricature in vena umoristica, abbinata a gesti e posture. Prendendo a prestito una espressione partenopea che è anche il titolo di un simpatico manualetto, “Come te l’aggio a dicere”, che qui associo ai miei tentativi, fatti in tutta umiltà, di spiegare meglio proprio quello che vorrei dire in questa mia rubrica. Cercando di tenere lontani i “soliti ignoti vandali” anche da questi beni comuni.

E siamo così giunti alla figura 103/5, l’ultima di questa puntata. In alto, la copertina del libro Et ab hic et ab hoc, della serie raccomandatami da papà, poi due foto del bellissimo prato fiorito spuntato a primavera sui tetti dei casali dell’urbanistica al Parco della Resistenza, a memoria dei verdissimi campi circostanti, fin dei tempi di Traiano, l’antica Aurelia Nova (che purtroppo fanno il paio con la vita americana e con l’edera, quanto a presenza nociva su manufatti edilizi) e poi la pratica applicazione della mia proposta di inserire un’opera d’arte un oggetto significativo di qualsiasi tipo a sfondo della Galleria dei Sindaci, che vorrei vedere realizzata a ridosso della sala Pucci. Senza alcuna pretesa di raggiungere la bellezza, la misura e l’eleganza della Galleria Spada di Francesco Borromini, che certamente mi conforta con il piacere dell’omonimia. Come è stato confortante e incoraggiante, in tutti gli anni scorsi, nelle innumerevoli manifestazioni di altissima umanità, quella con il Papa di cui nei giorni scorsi abbiamo pianto, noi laici, il “ritorno alla casa del Padre”.

La figura si chiude con alcune immagini di murali (murales, se preferite) esistenti o previsti in città, insieme alla “statua bis” di Hasekura da collocare sul portale della chiesa dei Santi Martiri Giapponesi, in un modo che non contravviene affatto agli accordi con gli “gemelli” di Ishinomaki. In basso, ho posto l’immagine della parete esterna del foyer della Sala Consiliare. Quel muro è continuamente oggetto, fin dalla vigilia dell’inaugurazione, dell’insulsa incapacità espressiva di qualche cittadino che forse, da quei segni, si sente appagato. Sulle pareti affrescate del Santuario francescano della Verna, una piccola epigrafe dice: «Se credi, prega, se non credi, ammira, se sei stupido, metti la tua firma sui muri». E in effetti, i segni di quelle persone esprimono il loro pensiero, che non riesce a dare nessun valore estetico a quei segni “spruzzati”, né esprimere qualcosa di trasmissibile e rappresenta invece proprio un vuoto di idee. Questo ci dispiace profondamente e ci spinge a cercare di intervenire in qualche modo, proprio per aiutare quelle persone, perché, senza altrettanto stupida presunzione, pensiamo che quel vuoto di senso civico, di educazione, di valori, corrisponda ad una povertà sentimentale, all’assenza di soddisfazioni autentiche. Da cui forse derivano i comportamenti che abbiamo biasimato in queste puntate, cioè quelli di disprezzo o mancato riconoscimento dei Beni Comuni.

Concludo, allora, le tre puntate con una immagine e un appello. Quel «Chi l’ha visto?» finale è riferito allo stemma di Benedetto XIV di cui vi ho parlato tante volte. I frammenti rimasti dello stemma originale, asportati dal Casale Antonelli dopo il mio pensionamento (primo gennaio 2007), sono stati ritrovati gettati in una aiuola a Villa Albani e, per il momento, sono posti al sicuro in attesa della loro destinazione finale sul Muraglione per il quale erano stati pensati. Quest’altro della fotografia, intero, era un bozzetto in gesso del medesimo, da me recuperato nel laboratorio Romiti insieme agli altri, ma invece è scomparso dall’ufficio, senza essere stato più ritrovato. Sono certo che non può esser stato eliminato e che si trovi da qualche parte, prigioniero forse di qualche sentimento male espresso. Ne raccomando il ritorno. Chi l’ha visto ci aiuti a ricollocarlo tra i Beni Comuni: farà parte della Galleria degli Stemmi pontifici di prossima sistemazione definitiva e la sua restituzione alla libertà avverrà con ogni garanzia per chi contribuirà al suo recupero.

Ci siamo riproposti e ripromessi, anche all’interno di SpazioLiberoBlog, tante attività comuni, incontri, convegni, azioni culturali finalmente concordi, ma all’atto pratico ben poco è stato fatto. Il convegno all’Autorità Portuale sulla rassegna urbanistica regionale è stato molto interessante, bella la locandina, bravissimi di organizzatori, ma non ha lasciato segni evidenti a Civitavecchia. Eventi editoriali, come l’uscita del volume Cinquant’anni di professione per gli Architetti Decani, le cui opere sono numerosissime nella Tuscia, benché meritatamente organizzato dal rappresentante dell’Ordine, non si è ancora svolto. Il successo dell’iniziativa dell’AIDIA, le parole e gli applausi nell’aula magna della Facoltà a Fontanella di Borghese, non hanno avuto alcuna eco nel porto e nella città di Civitavecchia nonostante le tantissime opere di restauro e di riqualificazione ambientale prodotte negli scorsi decenni dalle Donne Architette. Non parliamo di sinergie per la memoria civica e luoghi per la memoria, scritta o illustrata o semplicemente per la Biblioteca su Civitavecchia, la Galleria Calamatta, il Viale dei 100 pilastri o la Galleria dei Sindaci. Mentre il Fondo Ranalli non ha riavuto una sede, né degna né indegna… Eppure, i convegni del Prusst “Punti di fuga”, con l’esposizione in mostre tematiche delle tesi di laurea di studenti di Civitavecchia (e non solo), potevano offrire – come possono ancora – spunti importanti per tanti luoghi desolati o non risolti o risolti altrove, non più IN COMUNE ma FUORI DEL COMUNE, e non è un complimento. Le tesi sull’area Italcementi erano esemplari, come le proposte per le terme e altri nodi strategici. Come i vari interventi concordati con la Soprintendenza di Margherita Eichberg su luoghi storici, famedi, fontane e campanili, con la speranza che suscitino dubbi e perplessità, ma soprattutto che non vengano ancora ignorati dai cittadini. Quella buona notizia per cui ho appreso che 3000 cittadini hanno manifestato contro un provvedimento va proseguita e soprattutto occorre, senza sosta, riproporre a gran voce i problemi e, se necessario, battere i pugni sui tavoli, ovunque occorra, finché i problemi non siano risolti.

Nota 3

Trascrivo, per comodità dei lettori, la Rubrica “Beni Comuni” n° 44. Il rimembrar delle passate cose… (Giacomo Leopardi, Alla luna, 1819), parte 2, del 22 giugno 2023 di SpazioLiberoBlog:

«Passo adesso alla mia seconda proposta, la “Galleria dei Sindaci” nel complesso della Sala “Renato Pucci” al Pincio. Il tempo stringe, la puntata della rubrica è fin troppo lunga e deve finalmente “uscire”, per cui a mia volta stringerò le spiegazioni, data l’analogia dell’idea con quella sin qui trattata. Di diverso il luogo dove attuarla e il periodo storico da considerare, limitato agli anni dal 1945 ad oggi (sempre con una apertura al futuro lasciata ai posteri).

Per un caso singolare, dobbiamo riprendere il nostro cammino dallo stesso Palazzo Altieri di Oriolo Romano su cui ci siamo dilungati in precedenza. La caratteristica “che rende unica questa villa-fortezza – come recitano le guide turistiche – è la famosa Galleria dei Papi, ovvero i ritratti di tutti i Papi della storia, che servì da modello per i medaglioni in mosaico dei ritratti dei papi di San Paolo Fuori le Mura che erano andati distrutti dopo l’incendio del 1823, giunti con Francesco al numero 266.

Nel palazzo di Oriolo e nella basilica di San Paolo, dunque, sono riportate le immagini dei pontefici da San Pietro a quello attualmente regnante. Altrettanto avviene in gran parte delle istituzioni del mondo, nelle cui sedi sono celebrati (e raffigurati) tutti i precedenti e attuali “titolari” delle cariche istituzionali. Così, nella galleria della Sala consiliare intitolata al “primo sindaco eletto democraticamente” Renato Pucci (realizzata, anche questa, su mio progetto – e ne sono molto onorato e compiaciuto – nel 1997) potrebbero essere “rappresentati” i Sindaci e le Amministrazioni succedutesi nel Palazzo del Pincio.

Anche in questo caso, il modo e la forma di questa rappresentazione potranno essere oggetto di un concorso di idee o di altro genere di partecipazione del pubblico, come per il “Viale della Storia civica“. Le idee in proposito possono essere innumerevoli. Nel mio disegno della figura 2 ho voluto sintetizzare in maniera allusiva un elemento di supporto, ad esempio delle sagome in legno grezzo a metà strada tra le silhouette alla Mario Ceroli e le catene di omini di carta che si tengono per mano, ma senza alcuna finalità di soluzione concreta. Tutto è possibile immaginare, dalla lapide alla “fotografia formato tessera”, in modo che Sindaci e Amministrazioni abbiano nella sede del “massimo consesso cittadino” un segno, un distintivo, un ricordo. Eviterei le erme marmoree, i “BUSTI” della rimembranza… Sono certo che la soluzione ottimale potrà essere trovata, ancora una volta, ricorrendo alla versione femminile, ovvero aprendo le “BUSTE”, cioè le buste con l’
idea, il suggerimento, il consiglio proposto in ciascuna dei tanti cittadini (del mondo) che parteciperanno alla consultazione, una volta tanto non elettorale ma artistica. E sarà, ne sono assolutamente certo, come sempre, un ottimo consiglio.»

Nota 4

Ritengo utile una proposta che aveva avuto una prima applicazione con la prima Giunta Tidei, poi l’avevo ripresa in forma diversa, chiamando illustri cattedratici e ottimi artisti come tutor dei giovani collaboratori del mio ufficio e che oggi vedo avviata in altre modalità da alcuni Comuni lombardi. L’iniziativa prevede che pensionati e pensionate con specifiche competenze tecniche si iscrivano al registro dei Volontari civici e si dedichino a una serie di attività di controllo dello stato sia dei cantieri sia di altri spazi pubblici, come la pulizia delle strade, dei marciapiedi e dei parcheggi, la cura del verde pubblico, la pubblica illuminazione e l’eventuale presenza dei rifiuti per strada, segnalando ciò che non va all’ufficio Lavori pubblici.

L’attività dei volontari è divisa in sei aree di controllo, tendenzialmente assegnate sulla base della vicinanza a casa, e su turni di mezza giornata, gestiti a seconda delle disponibilità e comunque con molta flessibilità. L’iniziativa è stata avviata dal sindaco Lorenzo Galli, di una lista civica di centrosinistra, che l’ha presentata come un modo per supplire alla mancanza di personale nell’ufficio Lavori pubblici e dare a pensionati e pensionate la possibilità di partecipare in maniera attiva alla vita della città e di mettere a frutto le proprie competenze. L’iniziativa era stata presentata alla fine dell’anno scorso con la pubblicazione di un bando, chiuso a inizio aprile: si sono candidate otto persone, sei di Villasanta e due di Monza. Sono tutti pensionati (sette uomini e una donna) con titoli di studio ed esperienze lavorative nel settore tecnico: sono ex periti, architetti o ingegneri.

FRANCESCO CORRENTI