Sulla guerra, un racconto.

di ANNA LUISA CONTU

Unico figlio maschio di una numerosa famiglia di femmine  era stato avviato all’onorata e solitaria carriera del pastore di pecore il giorno dopo il suo primo giorno di scuola intorno al 1897. Era accaduto che , essendo un bambino malandrino, era stato punito dal maestro con una bella  sequela, lenta e poderosa, di bacchettate sulle mani. Lui aveva subìto quella punizione senza un lamento ma invece di ritornare al posto saltò dalla bassa finestra e si dileguò. Non tornò a  casa piangendo, aspettò che il maestro uscisse sulla strada e lo accolse con una scarica  di sassi. Non tornò più a scuola e non imparò mai a leggere e scrivere.  

Le persone comuni conducono una vita segnata da usanze secolari, il loro solco tracciato fin dalla venuta al mondo secondo la linea comune a tutti,   di  nascita, copulazione e morte . In esse nessuno scarto, un deviare dalla tradizione, nessuna voglia di scartare, finché la Storia irrompe nelle loro semplici vite e le travolge. 

Una cartolina precetto consegnata dal banditore che fungeva anche da postino lo convocò  alla Grande Guerra, ma lui non era d’accordo . Non sapeva niente dei non interventisti, di quelli che per motivi politici e ideologici si opponevano alla guerra; non aveva niente a che fare con quelle terre irredente che, dicevano,  dovevano essere liberate ed erano il motivo scatenante della guerra, non sapeva neanche dov’erano. Ciò che sapeva era che il suo gregge doveva essere accudito e munto ; le sue sorelle non sposate e i genitori quasi decrepiti avevano bisogno di lui.  La guerra gli sembrò un’insensatezza, un’interruzione del suo lavoro, pericolosa, perché poteva comportare la morte, e inutile, che non poteva permettersi . 

Per impedire di essere arruolato si mise della polvere di paglia negli occhi le cui conseguenze  i medici militari diagnosticarono come malattia procurata e lo spedirono in carcere a Sassari. Mesi a studiare come uscirne e infatti dal carcere fuggì e si diede alla macchia per due anni continuando il suo lavoro di pastore.  

Quando, dopo Caporetto, Cadorna venne sostituito da Diaz come comandante in capo dell’esercito questi emanò un decreto che permetteva ai disertori di presentarsi  ai comandi senza conseguenze. 

Essere definito disertore non lo tollerava, da bambino aveva imparato ad affrontare i suoi demoni nella solitudine dei campi e degli stazzi a guardia del gregge dove ogni frusciare di foglie, uno stormir di fronde potevano essere i ladri di bestiame o i banditi. Ebbe con largo anticipo la consapevolezza che ebbero quelli che ritornarono vivi, omaggiati come eroi e che furono presto dimenticati e  abbandonati: la consapevolezza che dalle trincee si usciva per rientrare nelle trincee della fame e del bisogno e che era più profittevole per essi coltivare grano che armare cannoni per i  padroni della ricchezza. 

Si presentò e venne mandato in prima linea sul Carso. Nel suo foglio di congedo datato millenovecentodiciannove c’era scritto che aveva  prestato il suo servizio con onore e per questo veniva premiato con dodici lire e un pacco di vestiario.  

Parlava poco della guerra ma pensava che non fosse un’esperienza di cui andare fieri. Una volta rischiò di essere fucilato per indisciplina  e venne salvato da un generale sardo che aveva il suo stesso cognome. 

I combattenti ritornarono in un paese in lutto  che  piangeva i giovani  figli mandati a morire a decine e decine in assalti insensati. La “balentia” , il valore dei reduci non si misurava con il coraggio dissennato e la temerarietà suicida, si misurò nel voler ridare vita al paese, riempiendolo di figli , di giovinezza e di vigore nel lavoro. 

ANNA LUISA CONTU