“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – Le tre piaghe della strada
di MICHELE CAPITANI ♦
Il Figlio dell’uomo non ha
dove posare il capo
(Mt 8,20)
Il mondo della strada è un mondo aspro, rischioso, sporco, spossante, dove di solito non si ravvisa bellezza, non c’è arte, dove le parole sono poche, sono impaurite o feroci, dove il prossimo è visto come un pericolo, o come uno da derubare. Quasi sempre, uno di cui diffidare.
La povertà è la prima piaga: povertà di cibo, di acqua, di vestiti, di comodità, di informazioni, di cure, di riposo: quindi la fame, il freddo, il caldo, la sete, la sporcizia, la miseria, la stanchezza, la malattia, l’isolamento.
Essa è la piaga più ovvia e immediata da riconoscere; purtroppo non è sempre la peggiore…
È ben peggiore la seconda piaga, perché avvelena e impoverisce il cuore, e spesso va in metastasi ammalando tutti i sentimenti e i desideri.
È la diffidenza, il contrario del fidarsi, la malattia dei rapporti umani: l’altro individuo è un nemico, quindi il mondo diviene tutto un pericolo; i colori si stingono, anche alle piccole gioie non si fa più caso, e i gesti disinteressati vengono sempre visti con occhio torbido e sospettoso.
La paura è evoluzione della diffidenza: ad esempio, paura di essere derubati, e quindi non si raccoglie l’invito alla mensa o alle docce o al pranzo di Natale.
La terza, mortale piaga, viene dalle prime due, ti blocca perché si stratifica e incancrenisce, e si nutre di vecchie ferite ancora sanguinanti; è una piaga che al di fuori puzza di alcol e di sporco, ma in realtà è tutta interiore, e impedisce di fare scelte e accogliere gesti che potrebbero dare speranza.
La malattia peggiore è la rassegnazione.
Perciò, è un’immensa stupidaggine dire che chi sta per strada è perché l’ha scelto. Piuttosto, è vero che colui che ci si trova, piano piano si rassegna a rimanerci, pensa di essere inutile, pensa che la vita non gli riservi più nulla.
Non considera più le proposte di un lavoro, e non smette di dormire insieme ai cani nel sacco a pelo nemmeno quando gli si rimedia una roulotte.
Si rassegna e si convince che la strada è la sua casa, e va a finire che non distingue più sé stesso da un cane randagio, da una busta abbandonata…
Pensa di essere già morto.
*****
Ci sono antidoti e farmaci con cui lenire queste piaghe: il più immediato e appassionante è ascoltare.
L’ascolto è una medicina iniziale facile da somministrare, non ha controindicazioni né limiti di posologia, e tramite esso talvolta si riescono a veicolare quelle eccezionali vitamine che sono la fiducia, le risate, qualcosa che metta un poco in crisi le convinzioni feroci a cui la povertà ha portato certe persone.
È inoltre facilissimo inoculare il farmaco dell’ascolto, poiché il malato delle tre piaghe ha, quasi sempre, un gigantesco desiderio di vederselo somministrare, perché ha fame di dire, dopo mesi o anni che non fa una vera propria chiacchierata, con uno che veramente lo ascolta.
Perché ha fame di non sentirsi più inesistente.
Perché alle volte scopre, sotto sotto, che spera ancora in una guarigione, che rende più umano lui, e anche te.
L’ascolto lenisce, talvolta è un inizio di resurrezione, e soltanto accenno, qui, al fatto che può appassionare anche chi fa servizio con gli abitanti della strada: infatti, non ascoltiamo disinteressatamente, bensì perché ne abbiamo bisogno, perché ci sentiamo bene, perché subito dopo sappiamo che potrà ricominciare l’esaltante esperienza comunitaria di tentare di risollevare altri uomini, e perché raccogliere storie è emozionante e divertente.
“Gocce nel mare”, si usa dire, ma non è forse a gocce che si somministrano le medicine?
Inoltre, è di gocce che è fatto il mare, e noi abbiamo bisogno di sentirci costruttori del mare.
Chiudo la parentesi, poiché non è dei nostri bisogni che nei miei racconti vuole raccontare.
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E dunque, cosa e chi si ascolta? In quali storie ci si imbatte fra gli stracci dell’uomo contemporaneo?
Storie incomplete, memorie intenzionalmente o necessariamente sciancate, imperfette, difettive; narrazioni talvolta fluviali o compiaciute, ma in altri casi reticenti e lacunose.
Certi uomini ti si aprono solo a segmenti, a causa del loro vagare e mai fermarsi. Altre volte si entra in una casa (o qualcosa che le somiglia), e si viene accolti da una storia, talora incredibile, talaltra più ordinaria.
Altre ancora bisogna ricostruirla, spesso con una pazienza che deve avere tempi geologici. Altre storie, infine, restano monche, perché l’uomo non è stanziale, o non è lucido, o perché, per altre sue ragioni, non cede informazioni su di sé.
Resto a volte sul generico anche perché dire “il” senzatetto, “il” barbone, ha senso quanto dire il maschio, la femmina, il disoccupato, l’adulto… categorie troppo ampie perché, a nominarle, se ne cavi una vera comprensione dei casi personali. Sarebbe meglio utilizzare un caro e semplice e antico sostantivo, così largo e così pieno: il “povero”, anche se è un termine in disuso, chissà perché.
Forse è una parola che ci imbarazza, noi che ci lasciamo prendere da quella peste del nostro tempo che è l’eufemismo, l’ipocrisia comunicativa, che ci fa illudere di rimuovere i problemi perché rimuoviamo le parole; altrimenti non si spiegherebbe perché, invece di “povero”, utilizziamo “indigente”, “meno abbiente”, “categorie svantaggiate”, “emarginato”, “disagiato”… la solita penosa e consolatoria paralingua, che vorrebbe edulcorare i drammi e sfumare gli estremi.
Eufemismi che in ogni caso non potrebbero mai rendere la varietà dell’uomo e donna della strada: il tipico barbone, impossibilmente sudicio, che puzza da cinque metri e trascina il suo bagaglio ipertrofico, in compagnia di un cane meno lurido di lui, è solo uno dei tanti; per la strada infatti vivono, sì, modelli umani rudimentali, dal pensiero ormai ridotto all’osso, e mossi solo dal soddisfacimento di alcuni, e nemmeno tutti, i bisogni elementari; però, altrettanto spesso si incontrano narratori capaci di sorprendere e di sorprendersi, con storie meravigliose, pur se enormi nei loro estremi di ferocia e di bassezza.
Nelle storie dei senza-casa si ravvisano angoscia e sangue, ma talvolta umorismo, alle volte piano piano la speranza, o il vanto di essere sopravvissuti per proprie risorse, risorse che quando si viveva sotto un tetto non si pensava di avere. O anche soltanto il divertimento dato da un’aneddotica inimmaginabile e gustosa. Persone di grandiose capacità, e dalle insospettate sfumature.
*****
La guarigione vera, alla fin fine, è la vittoria sulla rassegnazione: la loro, e anche la nostra rassegnazione, quella che di quando in quando ci tenta col pensiero di essere impotenti. Eppure è solo da quella vittoria che può discendere la guarigione di tutte le altre piaghe.
Per tutto ciò, lo scopo dei miei racconti è anche invitare a entrare nella marginalità, tramite la comoda porta delle storie vissute, poiché ogni volta si può riscoprire che scommettere sull’uomo vale sempre la pena.
MICHELE CAPITANI

Bravo, Michele, il tuo sguardo è come sempre empatico e soprattutto pieno di umana pietas, quella che diventa merce sempre più improbabile in questa nostra società di monadi, per dirla con un ossimoro.
Maria Zeno
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Sono Massimo Cozzi.
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Grazie, Maria, vorrei tanto che in quest’era di sdoganata aggressività l’ascolto fosse visto anche come una medicina per chi ascolta… Michele
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Ascoltare per comunicare. Solo attraverso l’ascolto è possibile comunicare. L’ascolto rappresenta la via maestra per comprendere l’altro da sé, per provare empatia
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