Il ritorno di Pólemos
di NICOLA R. PORRO ♦
Il tempo che viviamo, scandito e ferito da guerre laceranti, è di nuovo il tempo di Pólemos. Il dio della guerra – come lo aveva rappresentato duemilaquattrocento anni fa Eraclito di Efeso – è tornato fra noi. Forse non pretende più di essere onorato come «il padre di tutte le cose e di tutte re»: la modernità postindustriale pratica la guerra ma non la considera più una dimensione costitutiva del cosmo. Non sembra capace, però, di affermare il primato di Logos, l’alter ego civilizzato e secolarizzato di Pólemos. Siamo perciò condannati ad azzuffarci nel recinto della dantesca “aiuola che ci fa tanto feroci”. Eppure non dovremmo lamentarci. Le generazioni postbelliche – quelle dei nati in Italia negli otto decenni del secondo dopoguerra – sono state le prime ad aver goduto di una stagione tanto lunga di pace dall’unità in poi. Nella fase di gestazione dello Stato Nazione – fra il 1848 e il 1861 – erano state combattute le guerre risorgimentali che costarono forse 150.000 vittime. Fra il 1881 e il 1905 abbiamo vissuto le guerre di conquista nel Corno d’Africa, la repressione della rivolta dei boxer del 1900, la campagna di Libia contro la Turchia del 1911-12. Fra il 1915 e il 1918 siamo stati fra i Paesi protagonisti della Prima guerra mondiale: 1.240.000 caduti fra vittime militari e civili. Poi vennero la campagna d’Etiopia del 1935-36, la Guerra civile spagnola 1936-39 (dove gli italiani combatterono su fronti contrapposti) e l’occupazione dell’Albania del 1939. Nella Seconda guerra mondiale le vittime furono poco meno di mezzo milione (fra 415 e 443.000, per un quinto civili). Dall’unità a oggi abbiano dunque vissuto poco più di ottanta anni di guerra e quasi ottanta di pace. Eppure rimaniamo pervicacemente convinti di rappresentare una comunità amante della pace e istintivamente aliena da ogni forma di violenza.
È tuttavia doveroso aggiungere che al presente i nostri soldati, tutti professionisti, partecipano soltanto (e onorevolmente) a operazioni di pace in diversi scenari internazionali. Il lavoro non manca: duemilaquattrocento anni dopo i fatti descritti da Eraclito sono ancora cinquantanove i conflitti in corso nel mondo. Le immagini di una guerra combattuta in qualche parte del mondo fanno irruzione ogni sera dai nostri teleschermi. La domanda “perché la guerra?” non ce la poniamo nemmeno più: la guerra l’abbiamo “metabolizzata”.
Hannah Arendt ci ha spiegato però a cosa serva una guerra: non ad affermare diritti bensì a ridefinire poteri. E ci ha ricordato come pace e democrazia nel tempo della postmodernità siano in linea di principio indissolubili eppure raramente compresenti. Occorre però precisare cosa intendiamo per postmodernità. La nozione è ambigua, la definizione approssimativa: come sempre in questi casi, ci rifuggiamo nella datazione, ci accontentiamo dei prefissi temporali. Usare i pre e i post ci consente però soltanto di situare nel tempo gli eventi, non certo di definirli. I sociologi se la cavano così: quella in cui viviamo, la (post)modernità, è un’arena di incertezza. Un brillante studioso tedesco, Ulrich Beck, già nel 1986 ne aveva individuato il tratto identificativo. La nostra, ci aveva spiegato, è una società del rischio (Risikogesellschaft): la più economicamente ricca e la più tecnologicamente evoluta della storia umana. E anche la sola che, grazie alle tecnologie di cui dispone, sarebbe virtualmente in grado di distruggere sé stessa.
Prima di lui un estroso ricercatore francese, Jean-Francois Lyotard, aveva spiegato come la rappresentazione sociale del rischio fosse divenuta cruciale nella nostra narrazione del futuro come provano la produzione letteraria e quella cinematografica. Quelle che Leopardi aveva chiamato le magnifiche sorti e progressive, insomma, non escludono l’irreparabile: quasi quaranta anni fa ce lo aveva ricordato Chernobyl. Già nel 1915, del resto, Sigmund Freud aveva puntualmente descritto la componente schizofrenica che presiede alla nostra immaginazione del futuro. Sin dai primi mesi della Grande guerra aveva colto il tragico salto di qualità rappresentato dall’avvento delle tecnologie della distruzione spiegandoci come dall’incubo della morte ci saremmo liberati solo se fossimo stati capaci di trasformare la guerra in un tabù della nostra civiltà. In proposito ricordava come l’umanità, per sopravvivere come specie, avesse dovuto elaborare tabù – si pensi all’incesto o al fratricidio – già agli albori della civilizzazione. Abbiamo invece rimosso la memoria di quei nativi americani – si stima fra i cinquantacinque e i cento milioni – sterminati nel tempo della colonizzazione europea per l’effetto combinato della guerra di conquista e delle epidemie che essa avrebbe indotto. In altre parole: da millenni conviviamo con la possibilità e in qualche caso con la pratica dello sterminio.
Dall’equilibrio del terrore (la semi-pace della Guerra fredda fra due blocchi e due potenze dominanti) siamo passati a quella che Papa Francesco ha chiamato una “guerra mondiale a pezzetti”. Dal fatidico 1989 – quando il crollo del muro segnò virtualmente la fine della stagione postbellica – questa guerra anomala ha modificato radicalmente la relazione fra centro e periferie del mondo. Una trasformazione che ha interessato la sfera politica ma anche quella strategico-militare. A un regime planetario bipolare si è sostituita una costellazione di poteri nazionali e sovranazionali privi di qualsiasi identificazione ideologica. Per trovarne un surrogato, un politologo conservatore americano, Robert Kagan, ha fatto ricorso all’immaginario classico: “gli americani – ha scritto – vengono da Marte e gli europei da Venere”. L’allegoria è tutt’altro che benevola: evidenzia una profonda linea di frattura fra i due Occidenti divisi dall’Atlantico. Il versante nord-americano è quello dell’hard power: una superpotenza militare, gli Usa, non aliena dal ricorso alla forza e incline all’azione unilaterale più che alla diplomazia e alla negoziazione. È la filosofia politica trumpiana che associa la rivendicazione dell’egemonia Usa a una rappresentazione sprezzante dell’UE e alla scelta della Russia di Putin come interlocutore privilegiato. Trump detesta soprattutto quella cultura europea del soft power che ha consentito per otto decenni l’integrazione di ventisette Paesi di lingue, storie e culture diverse che hanno scelto di convivere in pace, condividendo valori e interessi e una solida cultura del diritto, aliena da ogni forma di bellicismo e di unilateralismo.

La politica estera dell’UE è infatti l’espressione di una negoziazione permanente, non di rado lenta e faticosa, fra comunità nazionali che hanno conosciuto le atrocità delle guerre del Novecento e insieme hanno deciso di porre fine per sempre a quegli orrori. Il ricorso alla forza militare è ancora delegato ai singoli Stati ma limitato a interventi umanitari, a missioni di peacekeeping e peacebuilding e a qualche supporto tecnico e addestrativo a Paesi amici. Volendo nobilitare questo panorama potremmo associare a Marte la disincantata filosofia politica che a metà del Seicento presiedette alla logica pattizia del Leviatano di Thomas Hobbes. Venere evocherebbe invece il sogno pacifista rintracciabile nella pace perpetua sognata da Immanuel Kant nel 1795 subito dopo la Pace di Basilea fra Prussia e Francia. In questa ottica l’UE kantiana rappresenta allegoricamente l’alternativa all’ordine hobbesiano del mondo per il quale “contro la forza la ragion non vale”. Marte, dal canto suo, non intende più sobbarcarsi i costi della difesa di Venere e l’Unione Europea, geograficamente contigua ai principali teatri di guerra (Ucraina e Palestina), si trova ora ad affrontare una sfida inattesa e ben più ardua di quella sostenuta durante la prima presidenza Trump fra il 2017 e il 2021. Potremmo addirittura essere obbligati a un massiccio riarmo affidato alla precaria sommatoria di ventisette diversi eserciti nazionali. Il ritorno di Pólemos potrebbe così compromettere tutti i programmi orientati a rispondere alle sfide del nostro tempo, dal mutamento climatico alla gestione delle migrazioni alla qualità della democrazia. Quello che si viene componendo, insomma, è un panorama intricato e inquietante e la stessa digitalizzazione della politica, anziché dilatare confini e qualità della democrazia, potrebbe favorire la concentrazione dei poteri nelle mani di potenti lobby mediatiche controllate dal senior partner Usa. Elon Musk incarna alla perfezione la figura simbolo di questa stagione.

L’uomo forse più potente del mondo non è stato eletto da nessuno. Risponde solo a chi condivide i suoi interessi e riconosce il suo potere: è la contabilità dei byte a scala planetaria a fissare le nuove gerarchie del potere così come, per stimare l’influenza della Chiesa, Stalin si era chiesto in anni lontani di quante divisioni disponesse il Papa…
NICOLA R. PORRO

Il mondo, digitale e non, si sta riempiendo di messaggi di preghiera, anche laici, per la salute di Francesco papa, quasi che si possa temere che non ci sarà più nessuno in grado di parlare di pace dopo di lui.
E’ il tempo del coraggio, quello di strappare tutte le narrazioni dalla cornice semantica della guerra.
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la guerra è un evento tra stati e come tale eccezionale. Noi abbiamo vissuto in relativa tranquillità. Una straordinaria situazione. Ma la tensione fra i singoli, l odio reciproco, la violenza, l assenza di amore sono sempre stati presenti..Questo è il grande problema dell umano.Ridefinire sempre il potere.Il sogno agapico non ha più fondamento in questa società disincantata.
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Riflessione profonda e disincantata sul ritorno di Pólemos (il conflitto) come elemento strutturale della contemporaneità, nonostante l’illusione di un’era postbellica. L’excursus storico-filosofico, evidenzia come la guerra, da strumento di ridefinizione del potere (Arendt), persista in forme frammentate (“guerra mondiale a pezzetti”), mentre la modernità, seppur tecnologicamente avanzata, fatica a sostituire la logica della forza con quella del dialogo (Kant vs Hobbes). Giusta la critica alla deriva schizofrenica di una società iperconnessa ma incapace di elaborare tabù contro la violenza, citando esempi dallo sterminio dei nativi americani alle ambiguità della postmodernità, definita da Beck “società del rischio”. Il contrasto tra i due Occidenti – l’Europa “venusiana” del soft power e gli USA “marziani” dell’hard power – diventa emblematico di un ordine globale instabile, minacciato dal riarmo, dai nazionalismi e dalla concentrazione di potere in attori non eletti (es. Musk). La digitalizzazione, invece di democratizzare, rischia di amplificare asimmetrie, mentre emergenze come clima e migrazioni passano purtroppo in secondo piano. Possiamo davvero dirci civili se continuiamo a metabolizzare la guerra come inevitabile, rinunciando a costruire un’etica collettiva capace di sostituire Pólemos con Logos?
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