RUBRICA BENI COMUNI, 99. IL 3 NOVEMBRE DI AILATI: IDEE E DISEGNI DI UN REDUCE DELLA “GRAN VERA” NEL 1919 (SECONDA PARTE)

a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦

Inizio dall’illustrazione delle illustrazioni e comincio dall’inizio, dalla copertina, il cui fondo grigio verde riprende il colore della divisa dei soldati italiani. Il titolo, I 3 novembre di Ailati, come ho detto, è quello di uno scritto anzi di una commedia di Nino Correnti: i 3 di novembre (così, al plurale) sono il giorno che precede il quattro, ovvero quello dell’armistizio – e della vittoria! – firmato a Padova, in Villa Giusti. “Ai lati” ha il significato, in italiano, di ciò che non è al centro, se vogliamo, ma in realtà si tratta della parola “Italia” scritta alla rovescia. “Gran Vera” e “1919” non hanno bisogno di altre spiegazioni. Le singole figure vedono in primo piano la fotografia, databile all’autunno del ’15, della famiglia Correnti di Paternò al completo, con nonna Angela Randazzo Cutore (si porta il cognome di entrambi i genitori), vedova del farmacista Antonino Correnti, patriota (figlio e nipote di carbonari e membri del Comitato insurrezionale antiborbonico), nato nel 1836 e morto a 36 anni di epatite, quindi il capofamiglia Francesco, “don Ciccio”, direttore del dazio di Paternò, qui sulla soglia dei cinquant’anni ancora non compiuti e la moglie Maria Grazia Raciti Russo, che di anni ne ha compiuti 45. In piedi e in divisa di ufficiale, Nino, 19 anni, durante una delle poche licenze che gli sono concesse, e accanto alla nonna, Venerino, il secondogenito, che ha preso nome dal nonno materno Venero (con la stramba traduzione “Venerando” che per un picciriddu suona strana) di appena sei anni, ma già con lo sguardo volitivo e fermo del futuro medico chirurgo, professore universitario e scienziato di chiara fama.

L’altra fotografia è proprio del 1919: l’intera compagnia di mitraglieri è in posa attorno al suo amatissimo tenente, all’inizio di gennaio, a Trieste. Sono i sopravvissuti di quattro anni di guerra, di lontananza dalla casa e dalla famiglia, di sacrifici e disagi, di trincee e di assalti, di rischi quotidiani e di continua possibilità di eventi irreparabili definitivi. L’inutile strage della lettera di Benedetto XV (1° agosto 1917), con i tanti milioni di vittime innocenti (e non vi sono mai vittime colpevoli, nelle guerre), non viene apprezzata dai politici e neppure tra le truppe, ma è ben evidente ai famigliari dei militari e i lutti sono già innumerevoli, in paese, tra conoscenti, nelle stesse famiglie. Sono stati chiamati alle armi anche quelli dell’ultima leva, i “Ragazzi del ’99”, diciott’anni appena compiuti. L’ansia angosciosa dei genitori per la sorte del figlio in guerra porta mio nonno a scrivere una cartolina al giorno a Nino al fronte, che a sua volta risponde con una cartolina al giorno e, quando parte per la prima linea, ne lascia nelle retrovie già firmate una decina (ne mostro l’intestazione), con frasi ottimistiche, rassicuranti e scherzose, in modo che non vi siano interruzioni nel flusso tranquillizzante e per qualche giorno non si intuiscano eventuali notizie nefaste.

Le altre immagini della copertina sono: una caricatura, disegnata da Nino ai primi del ’14, dell’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este (allora erede al trono dell’impero austro-ungarico, ucciso con la moglie Sofia a Sarajevo il 28 giugno di quell’anno dall’irredentista serbo Gavrilo Princip, dal cui assassinio si ebbe il pretesto per scatenare il conflitto), la pagina la pagina di Novembre del calendario 1919 della Terza Armata e la pagina dedicata al “successo” dei fanti vittoriosi presso la popolazione (in particolare femminile), da una vignetta de “La Tradotta – Giornale della Terza Armata” (marzo 1918-luglio 1919, edizione ristampa fotostatica, Arnoldo Mondadori, Milano 1965).

Passando alla figura 99/1 della scorsa puntata, parto dalla fotografia in basso, che è chiaramente quella di fine anno scolastico di una classe. Infatti è quella della maturità 1913-14 del Liceo Cutelli di Catania, dove vedo diciotto “maturi” (quattro ragazze e quattordici ragazzi) ed i loro sei professori. Nino è riconoscibile agli amici lettori per la classica “gardenia nell’occhiello” e tutti sono eleganti e compos sui, direi determinati, consapevoli e sicuri di sé, lontani dall’immaginare quali fatti terribili e globali sono nel loro futuro imminente. Le altre immagini ne sono la prova concreta, dalla carta geografica del «teatro della nostra guerra» alla foto di Nino appena arruolato (dall’aspetto quasi più imberbe che da liceale) ed alla motivazione della Medaglia al valore «in dolorose circostanze» a Santa Maria la Longa, nella notte tra il 15 e il 16 luglio 1917, tre mesi prima di Caporetto (24 ottobre). Tre caricature testimoniano l’attitudine al genere di Nino, studente di Giurisprudenza ma per tutta la vita con la passione del disegno e della progettazione (di luoghi da vivere), oltre che della bibliofilia e del collezionismo di “cose belle” di ogni tipo, uniti ad un inesauribile senso dell’umorismo, a grandi capacità organizzative e ad altissime doti umanitarie.

Le altre illustrazioni della figura riguardano la tesi di laurea in Giurisprudenza, discussa all’Università di Catania il 21 ottobre 1919: il diploma (ne ho dovuto ritoccare una scansione, non avendolo a portata di mano al momento), il frontespizio della tesi con il titolo allora attualissimo, La pace, il disarmo e la Società delle Nazioni, e (in basso nella figura) il sottotitolo: Senza la sincera ed effettiva dichiarazione e tutela dei diritti di indipendenza dei popoli detti barbari o di razza inferiore, la pace e la società degli Stati non saranno mai una realtà sincera ed effettiva. Al centro, le foto del relatore, il Professor Eduardo Cimbali, e del laureato, Nino, ormai più che maturato dalle esperienze vissute. L’indole, la mentalità e le convinzioni sono chiaramente espresse nella tesi.

Nella figura 99/2 ho ripetuto alcune immagini della copertina, aggiungendone alcune significative. In alto, il frontespizio di un opuscolo dell’epoca, i giorni della Vittoria, con una figura emblematica, quella di Alberto da Giussano alla battaglia di Legnano del 1176 contro Federico Barbarossa, che per la mia generazione scolastica rappresentava il valore patriottico italico e dopo, invece, è divenuto un simbolo di tutt’altro, secondo la tendenza mistificatoria di appropriarsi di segni, immagini, parole e frasi di importanza storica nazionale per l’intero Paese (o anche di oggetti e segni di natura religiosa cattolica), per influire subdolamente sull’inconscio dell’elettorato. Ho posto al centro, tra Nino e Francesco Baracca, la bella “Pietà laica” del Poligono del Genio di Civitavecchia, con la Madre Patria Italia e il Milite Ignoto a formare cromaticamente il Tricolore.

In basso nella figura, due foto che ritraggono lo stesso personaggio: Giuseppe Ungaretti (Alessandria d’Egitto, 8 febbraio 1888-Milano, 1° giugno 1970) in divisa da caporale nel 19° reggimento di fanteria della Brigata Brescia, al tempo della Prima Guerra Mondiale, diciamo nel 1917 e quindi dei suoi 29-30 anni, e nel dipinto sulla facciata del Municipio di Santa Maria la Longa, in “veste” di anziano e celeberrimo poeta, con i versi notissimi della poesia Mattina scritti il 27 gennaio di quell’anno fatale proprio negli stessi luoghi dove, pochi mesi dopo, mio padre Nino, che di anni ne aveva 21, dovette affrontare momenti di particolare gravità e drammaticità. Perché questo è il fatto “curioso” che rivelo ai Lettori: mio padre è stato un commilitone (strana parola su cui tornerò) – in corpi e ruoli diversi – di Giuseppe Ungaretti, come pure ha potuto più volte, lì stesso, a Santa Maria la Longa, incontrare il capitano Gabriele D’Annunzio.

Ma qui, ancora una volta, interrompo il racconto e lo rinvio nuovamente alla prossima puntata, promettendo ai Lettori di non andare oltre.

(2 – continua alla prossima puntata)

FRANCESCO CORRENTI