La cosa
di ANDREA BARBARANELLI ♦
Nessuno sa con precisione quando e come sia giunta fra noi. Mi limiterò, quindi, a riferire le due tradizioni più accreditate, benché il fatto stesso che entrambe siano parimenti accreditate ne riduca l’affidabilità agli occhi di un osservatore obiettivo. Non varrebbe invece neanche la pena di raccogliere, come affermano i saggi, fosse pur solo per confutarle, le dicerie che circolano ai livelli più bassi della società, in mezzo alla gente meno degna di credito; ma perché (dico invece io) dovremmo negarci il piacere di ascoltare delle favole?
I seguaci o sostenitori della prima tradizione, quella che mi azzarderei a definire la tradizione mistica, sostengono che la tlamahuizolli (come essi la chiamano, utilizzando la parola che nella nostra lingua indica la meraviglia, il miracolo) è un dono degli Dèi, trasmessoci in un’epoca remota, insieme agli altri doni di cui i Creatori sono stati così prodighi nei nostri confronti. Tuttavia, per quanto questa loro dottrina sia venerabile, essa non riesce a dar conto del fatto che di detta tlamahuizolli non si faccia il minimo cenno in nessuna delle storie e leggende e in nessuno dei miti che da quel lontano passato son giunti fino a noi attraverso innumerevoli generazioni. Nemmeno se ne è potuta trovar traccia nelle pitture parietali e nelle miniature degli antichi codici, dove pure sono rappresentati tutti i beni che dagli Dèi abbiamo ricevuto.
Forse proprio questo inspiegabile vuoto della tradizione ha consentito, e in qualche modo autorizzato, la nascita della seconda tradizione, quella che, per intenderci, chiameremo la tradizione della tlatultecauilitzli, ovverosia dell’artificio meccanico.
Come lo stesso nome lascia intendere, i seguaci di questa tendenza, se da un lato escludono la possibilità che l’oggetto in sé sia miracoloso, o magico, o comunque di origine non umana e non naturale, ne sottolineano, dall’altro, l’artificiosità meccanica, manuale, attribuendolo di conseguenza a un produttore umano, a un artefice, abilissimo quanto si voglia, ma pur sempre umano.
Questa posizione, apparentemente, risolve la difficoltà principale in cui inciampa la prima scuola di pensiero, difficoltà radicata nella mancanza di prove testimoniali circa l’origine della cosa, ma lascia in realtà aperta una nuova e maggiore difficoltà: come è possibile immaginare che, in un’epoca già vicina alla nostra, e cioè dopo la fine della mitica età degli inizi, durante la quale gli Dèi ancora si degnavano di scendere in mezzo a noi per elargirci i loro doni, com’è possibile, ripeto, che uno dei nostri artefici abbia concepito un qualcosa che non ha la minima somiglianza e relazione con gli oggetti e le forme che costituiscono il nostro universo? L’arco presuppone una mano che lo impugni e un’altra mano che ne tenda la corda con la freccia incoccata: nessun essere, per quanto intelligente, privo di mani e di braccia, o dotato per natura di una sola mano, lo avrebbe potuto non dico fabbricare, ma neppure concepire; la collana presuppone l’esistenza del collo; i calzari presuppongono i piedi; il giaciglio è in funzione del riposo del corpo disteso, così come l’idea della casa, la sua invenzione, il suo progetto, sono spiegabili solo in rapporto all’esistenza di esseri corporei che abbiano bisogno di ripararsi dalle intemperie, che aspirino a un rifugio, al calore dell’intimità raccolta e accogliente.
Chiunque osservi con scrupolosa attenzione le figure delineate dai nostri pittori o scultori può capire che il linguaggio delle figure racchiude, allo stesso modo che il linguaggio delle parole, tutto il nostro universo, e lo salva dal caos esteriore. E allora è naturale chiedersi: come avrebbe potuto un artefice dar forma a una cosa che non si trova nell’universo delle forme rappresentate dai nostri artisti? Se avesse voluto creare un mostro, avrebbe attinto alle svariate, strabocchevoli immagini degli esseri conosciuti; avrebbe concepito, ad esempio, un uomo con due teste o con una sola gamba, o un giaguaro con coda di serpente. Ma la tlamantli, come la chiamo io, sospendendo la mia adesione all’una o all’altra delle tradizioni, la tlamantli, la cosa, per impiegare il termine più neutro e meno impegnativo, non è un mostro. Un mostro è la deformità del conosciuto o la giustapposizione arbitraria di elementi conosciuti. La tlamantli non è costituita di parti conosciute e tanto meno si presenta come la parodia grottesca di una qualsiasi creatura del nostro mondo.
In conseguenza appunto di tutto ciò, ovverosia di tali dubbi, studi e ricerche, sono sorte altre correnti di pensiero sull’origine della tlamantli, correnti diremmo eretiche e talvolta, come capita in questi casi, inficiate da superstizione e credulità, o che comunque ritengono di poter fare a meno di quel principio di autorevolezza dovuto all’antichità stessa della tradizione, su cui si fondano, anche se precariamente, le due tendenze principali, che ho appena succintamente esposte.
Dissi all’inizio che non avrei fatto cenno, se non per cedere al piacere del divertimento, a quelle tradizioni o narrazioni o favole largamente diffuse tra il popolino, proprio per la suggestione che sulle menti scarsamente educate alla razionalità esercita tutto ciò che ha un sapore o un colore o comunque un’apparenza di misteriosa, sotterranea irrazionalità, di magia, e, diciamola pure tutta, di opposizione ai principi tradizionalmente stabiliti e ufficializzati. Triste e doloroso è riconoscerlo ed ammetterlo, ma tutto ciò che ha un sia pur vago sentore di opposizione o alternativa alle credenze ufficiali esercita la medesima attrazione che il proibito esercita sulle menti dei fanciulli. Per quanto essa non abbia proseliti se non nei paraggi più oscuri e fuori mano, nelle latebre più profonde e appartate, direi nelle sentine e nelle chiaviche della società, non posso fare a meno di accennare, anche se solo per allusioni, alla più stravagante di queste superstiziose eresie, quella secondo cui la tlamantli sarebbe stata portata fra noi, non più di cinque o sei generazioni fa, da un fantomatico guerriero — un nostro guerriero — il quale, perso il contatto col suo gruppo durante una battuta di caccia, avrebbe vagato nella profondità delle foreste, per mesi e mesi, fino al limite della propria resistenza e, al tempo stesso, del nostro mondo conosciuto.
Resosi conto di essersi smarrito, nel tentativo di tornare indietro, ma avendo completamente smarrito l’orientamento, l’uomo si sarebbe allontanato sempre più dal punto di partenza. Resosi infine conto del suo errore, non so che follia lo avrebbe indotto a procedere testardamente nella direzione contraria a quella che l’avrebbe riportato a casa, finché non sarebbe arrivato al luogo dove, come avrebbe poi raccontato, finirebbe la foresta e si innalzerebbe, fino al cielo, una vertiginosa catena di montagne.
Il resto della storia è, se possibile, ancora più confuso. Il cacciatore, o il guerriero (perché neppure sulla sua identità c’è concordanza), superato lo sgomento iniziale, avrebbe deciso di proseguire il suo viaggio addirittura oltre quell’impervio confine del mondo, avventurandosi su per le montagne. Al termine di un periodo incalcolabile (mesi? anni?), sarebbe giunto in un luogo abitato da uomini la cui descrizione, che qui ometto, anche dando per scontate le deformazioni dovute alla trasmissione incontrollata dei dati, si rivela comunque il frutto di una mente esaltata. Laggiù, dall’altra parte delle montagne, l’uomo ricevette, o rubò, la tlamantli, come prova indiscutibile del suo viaggio e dell’esistenza di quei territori ultramontani.
Non starò a rilevare, una per una, le incongruenze di tale narrazione, proprie peraltro di ogni tradizione leggendaria. Mi limiterò a indicare la più evidente. Sappiamo tutti che è impossibile uscire dalla foresta: dove essa termina, comincia il nulla. Questa semplice verità annulla di un sol colpo tutta la fantasiosa costruzione, elaborata evidentemente al solo fine di trovare una giustificazione diversa da quelle tradizionali, della presenza tra noi della tlamantli.
Anche in questa direzione non abbiamo perciò fatto un solo passo in avanti. A meno di ipotizzare che il nostro guerriero o cacciatore abbia estratto la sua tlamantli dal nulla, con un atto a dir poco di creazione, come un Dio creatore che abbia creato una cosa dal nulla.
Qualcuno ha azzardato l’ipotesi che la tlamantli sia una creatura viva, prodotta da un seme che avrebbe, fino ad oggi, fruttificato una sola volta, ma che potrebbe, in futuro, tornare a dare i suoi frutti. Ma le mancano gli attributi fondamentali, propri di ogni essere vivente, che permettano di includerla in uno dei gruppi di esseri viventi conosciuti.
È ugualmente da escludere che possa appartenere al mondo delle cose inanimate, perché nemmeno i cristalli più complicati hanno lontanamente la perfetta, ardua complessità della sua forma.
Abbiamo già escluso che possa trattarsi di uno strumento per la sua evidente impossibilità di utilizzarla per un fine qualsiasi, non diciamo in assoluto, ma almeno relativamente alla nostra limitata e definita struttura di esseri umani. Ma la sua incongruenza è mostruosamente laboriosa e la sua inerzia solo apparente. Per questo, contro ogni logica, mi vado sempre più inclinando, anche se mi costa ammetterlo, verso l’idea che un fondo di verità debba esserci nell’assurdo groviglio della leggenda del cacciatore o guerriero che fosse.
A contatto con la tlamantli, i vecchi costumi sono andati decadendo; al confronto con essa, ciò che anticamente appariva perfetto mostra i segni dell’invecchiamento, le screpolature e le rughe della vecchiaia; la sua lussuosa inutilità sta corrompendo, come un frutto marcio, la sobria durezza delle nostre consuetudini.
A volte penso che quell’uomo, nella mitica età degli inizi, sia davvero arrivato dove finisce la foresta e comincia il nulla, e proprio lì, sul bordo dell’abisso del nulla, abbia raccolto quella cosa. Ora, nelle loro preghiere agli Dèi, uomini e donne fanno voti perché altre cose, ugualmente complicate, inutili e splendenti, arrivino qui da noi per riempirci di meraviglia e entusiasmo con la loro splendida inutilità.
Qualcuno ha provato a riprodurre la tlamantli, ma ne sono risultate solo delle copie, in verità grossolane e volgari, con cui giocano i bambini, nelle piazze o sulle porte delle case.
È da molto che li vado osservando, i nostri bambini intenti ai giochi complicati ed assurdi, da loro stessi inventati per utilizzare quegli strani giocattoli, quelle copie della cosa originale, dell’unica tlamantli arrivata qui da noi, ma il cui senso non riescono a capire benché impegnino tanto del loro tempo, e mi immagino che si stiano preparando insensibilmente ad accogliere, se mai ci sarà, la sterminata, travolgente ondata di tlamantli che forse sta già avanzando dai confini ultimi del mondo, dal nulla che ci circonda.
ANDREA BARBARANELLI

L’articolo esplora con ironia e profondità il conflitto tra mito e ragione, tradizione e innovazione, attraverso la tlamantli, oggetto enigmatico che sfugge a ogni categorizzazione. L’autore smonta le spiegazioni mistiche e meccaniche, per poi cedere al fascino ambiguo di una leggenda eretica, rivelando come l’ignoto, anche se incoerente, eserciti un potere trasformativo sulla società. La prosa elegante disserta sulla natura del mistero: non ciò che si rivela, ma ciò che costringe a rivedere i confini del possibile. La conclusione, con i bambini che giocano con copie dell’oggetto, suggerisce un futuro in cui l’incomprensibile diventa semina di nuovi immaginari, oltre le certezze degli adulti.
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