RUBRICA BENI COMUNI, 95. I COLORI DEI SAPORI E DEGLI ODORI
a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦
Una puntata da non leggere. Da non leggere non perché i contenuti siano disdicevoli, offensivi, sgradevoli. Da non leggere ma da guardare: da guardare e vedere le immagini, che sono tutte molto colorate, vivaci, curiose o divertenti. In altri casi ho illustrato le pagine con miei disegni. Qualcuna di quelle puntate ha riscosso un certo successo: ricordate spero, “1959. Canizie” del 30 ottobre 2020 e “Senza parole. Tanto humor per nulla” del 20 novembre dello stesso anno. Questa volta ho voluto mettere insieme alcune fotografie, tutte scattate – hanno questo in comune – in viaggi di qualche tempo fa, quando lo si poteva fare con tranquillità. E quando, con Paola non avevamo problemi a fare lunghissime scarpinate sotto il sole, ad arrampicarci per scalinate interminabili, a coprire traballanti percorsi notturni a dorso di dromedario, a salire su fortezze indiane in groppa ad elefanti altrettanto indiani, che con la proboscide ci spruzzavano i loro secreti, senza confidarci i preziosi segreti custoditi nella loro proverbiale memoria. Viaggi nei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, il Mare Nostrum et Eorum (?) o su qualche altra distesa marina o piuttosto oceanica.
I paesi delle foto sono la Spagna e quasi tutti quelli del Maghreb, l’altra sponda dirimpettaia della nostra penisola e qualcosa di località più lontane. Per la maggior parte sono fotografie riprese nei mercati, nei suq e bazar di kasbe e medine, e riproducono frutta e verdura, droghe e spezie, dolci e confetti, pesci e molluschi, ma anche babbucce e gomitoli, con qualche esempio di decorazione parietale e di maioliche di pavimenti. Tutto disposto secondo forme armoniche, composizioni geometriche, arabeschi (e ci mancherebbe!), con quella cura paziente da cammelliere (qui l’aggettivo “certosina” non va proprio) che è anche abilità equilibristica, incredibile, di far reggere piramidi di sostanze polverulente, cumuli di olive scivolose e di viscide seppie. Colori, tanti colori. Ammiriamo i colori, aspiriamo gli odori, pregustiamo i sapori, mentre ascoltiamo le grida di richiamo dei venditori che, a parte le lingue e gli accenti, sono tanto simili tra loro e mi ricordano l’abbanniata di don Ciccio – «Haju pisci, pisci bbonu haju!» – il venditore di pesce catanese, campione regionale di maratona e corsa. che ci portava pescespada e “masculini” a Ragalna. Le località delle foto sono: Barcellona, Tunisi, Kairouan, Tripoli, Casablanca, Rabat, Marrakech, Amman, Damasco, Aleppo, negli anni tra il 1992 e il 2014.
Una prossima volta, forse, parlerò di varianti e di invarianti (Bruno Zevi docet) in architettura e urbanistica (discipline che non hanno senso l’una senza l’altra), ma voglio fin d’ora pregare alcune care persone amiche mie e del Blog, proprio in quanto tali, senza alcuna polemica ma solo pro veritate, di credere che quelle adottate per il PRG di Civitavecchia tra il 1969 e il 2007 (e sono state 33), non hanno «parcellizzato l’idea di città» ma sono nate da nuove esigenze, dalla necessità di adeguare il piano alla nuova legislazione subentrata, di sopperire alle carenze di standard – essendo stato il piano regolatore redatto e approvato prima del famoso decreto del 1968 – o per tutelare beni pubblici, monumenti o ambienti naturali di grande valore per la città. Nessuna variante ha avuto lo scopo né gli effetti di favorire speculazioni fondiarie o edilizie e di introdurre nuove zone edificabili o indici più elevati.
Così, fin da ora, prego gli amici del Blog di tener presente che a Civitavecchia, come in qualunque altra città, esistono (ed io non sono tra loro, essendomi occupato solo di ricerche attinenti al mio lavoro di architetto) degli studiosi di storia cittadina – una sparuta minoranza –, che, proprio per quello che sono, noti o meno, eccellenti o mediocri, meritano tutti il rispetto degli altri cittadini, e non il titolo di “illustri” tra virgolette.


FRANCESCO CORRENTI

Due brevi considerazioni: le immagini delle bancarelle delle città mediterranee sono sempre uno spettacolo per gli occhi; quella capacità di organizzare la merce da vendere in una gradazione di colori e di misure qui a Civitavecchia è sconosciuta anche se qualche fruttivendolo importato dalla Tunisia o giù di lì ci prova, e comunque ho visto un tripudio di colori anche ad esempio a Rotterdam in quel mercato di cui parlo nel mio odierno articolo. Seconda considerazione : sicuramente le varianti al PRG erano necessarie ma mi sono sempre chiesta che significato ha il rispetto su carta dello standard urbanistico se poi nessuno controlla veramente cosa accade a fine costruzione: parcheggi pubblici privatizzati dai condomini del palazzo con paletti o cancelletti e il verde abbandonato a se stesso senza nessuna cura.La città è piena di piccole aree squallide e ricettacolo di immondizia
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Confermo di aver notato anch’io una cura piacevole nella mostra di mercanzie, soprattutto alimentari, in quasi tutte le (non poche) località che ho visitato, a nord e a sud, a est e ad ovest. Non mi esprimo su Civitavecchia, anche per non infierire ma soprattutto perché ho frequentato i mercati locali solo per sopralluoghi d’ufficio e per fini di lavoro, senza soffermarmi sul loro aspetto folkloristico. Posso dire – avendo progettato nel corso dei decenni non so più se otto o nove tra nuovi mercati e sistemazioni di spazi e strutture mercatali varie – di essere stato invece veramente dispiaciuto e sconfortato dalla ricostruzione dei box che avevamo eliminato da piazza Regina Margherita e dalla mancata apertura come zona di sosta pedonale attrezzatacollegata alla piazza del cortile (quello che prima era stato “dell’ora d’aria”) dei Forni Piani (da papa Pio VI Braschi) o “Carcerette”. Quanto alle varianti, sono intervenuto con qualche parola solo perché si è trattato di provvedimenti obbligati, studiati con serietà e coerenza, approvati all’unanimità dai vari Consigli comunali (di circa 40 consiglieri), voluti dalle diverse Amministrazioni e redatti, fino al 1983, sempre con i suggerimenti di tutti i progettisti del PRG originario, Luigi Piccinato, Renato Amaturo e Nicola Di Cagno, con cui sono rimasto in contatto anche all’INU, e poi fino al 2007, sempre discutendone a lungo, prima, con Renato Amaturo, con il quale mi sono visto fino all’ultimo – come è noto – quasi quotidianamente.
Francesco Correnti
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