Cosa è sempre “di regime” l’urbanistica o l’architettura?

di VALENTINA DI GENNARO ♦

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Nella prima foto è il letto del fiume Turia di Valencia, il cui corso fu deviato per costruire una tangenziale, ma la popolazione si oppose, in pieno regime franchista, ed ora è un’area lunga nove chilometri in cui si susseguono parchi giochi, campi di sport, aree picnic, piste pedonali e ciclabili, completamente intessute e intrecciate con l’urbano della città.

 

Nell’altra foto lo spazio che un tempo fu occupato dall’aeroporto di Tempelhof a Berlino. VALE IMG 2Anche qui la comunità berlinese decise per sé. In attesa di decidere cosa farci la gente cominciò ad usarlo come parco. Ed è così che è rimasto. In questi giorni ho letto “Contro l’urbanistica” edito Einaudi di La Cecla. L’urbanistica è diventata una disciplina sempre più inadeguata alla realtà delle città e del loro quotidiano farsi e disfarsi. I processi umani, economici, etnici e ambientali che si manifestano nei centri urbani sfuggono sistematicamente a piani e progetti, a mappe e logiche immobiliari. In più, l’urbanistica continua ad essere anacronisticamente legata all’architettura, con le sue ossessioni formalistiche e spettacolari. (“Contro l’urbanistica”) Le città, nel frattempo, crescono per spinte interne, non solo negli slums e nelle favelas, ma nel ritorno ad una richiesta di spazio pubblico che si manifesta nei grandi eventi di piazza, da Gezi Park ad Occupy Wall Street. Mai come oggi, la democrazia si gioca nello spazio pubblico, nelle strade, sui marciapiedi. Urbanistica e pianificazione sono invece ancora prigioniere di una visione anni ‘80, che mitizza la passività a scapito delle esigenze e tendenze del reale. Quello che serve oggi, argomenta La Cecla, è nuova scienza delle città, capace di garantire, in prima battuta, una vita dignitosa e decorosa per tutti. (“Contro l’urbanistica: La cultura delle città) Un’urbanistica da rifondare, per rispondere al diritto ad una quotidianità ancora del tutto ignorata. Lo studio del territorio e la pianificazione sono stati da sempre considerati discipline prettamente tecniche e dunque afferenti a un dominio “oggettivo” e conseguentemente neutro. Già da alcuni anni seguo il lavoro di Chiara Belingardi, PhD in “Progettazione della Città, del Territorio e del Paesaggio” con una Tesi sui beni comuni urbani, che ha ottenuto il premio Tesi di Dottorato dell’Università degli Studi di Firenze e una menzione al Premio Ferraro. Ha lavorato in collaborazione con l’Università di Firenze sul tema dei paesaggi del cambiamento e dell’innovazione per il Prin “Territori postmetropolitani come forme urbane emergenti: le sfide della sostenibilità, abitabilità e governabilità” e con Post-doc presso il DICEA (Sapienza) sul tema della Città delle Differenze da un punto di vista di genere. Già docente a contratto del corso in Progettazione Urbanistica presso la Facoltà di Ingegneria di Sapienza, attualmente è titolare del corso in Sustainable Community Planning. Editor in Chief del progetto “Conversation In Planning” (progetto congiunto di AESOP e AESOP YA), fa parte della redazione dell’Atelier Città presso il sito IAPh Italia e di Scienze del Territorio, rivista della Società dei Territorialisti. Tra i suoi temi di ricerca: la partecipazione, le pratiche di autorganizzazione, i commons, la città delle differenze e il diritto alla città. Tra le sue pubblicazioni Comunanze urbane. Autogestione e cura dei luoghi (FUP, 2015) e La libertà è una passeggiata. Donne e spazi urbani tra violenza strutturale e autodeterminazione con F. Castelli e S. Olcuire (a cura, Iaph Italia, 2019). Il suo lavoro mette in luce come questa presunta neutralità viene messa in discussione da progettiste, studiose, ricercatrici, così come da organismi politici internazionali. Non sempre le nostre città sono costruite sulla base delle esigenze dei loro abitanti. “Anzi, molto spesso gli spazi pubblici, le case e le piazze, le aree produttive e i servizi sono distribuiti in maniera secondo logiche che non corrispondono alle esigenze della vita quotidiana e vengono messe in secondo piano, se non ignorate, le attività che corrispondono al lavoro di riproduzione e cura.” (L’urbanistica non è neutra) L’urbanistica e la pianificazione sono state da sempre considerate discipline prettamente tecniche e dunque afferenti a un dominio “oggettivo” e conseguentemente neutro. Al contempo la pandemia e le crisi ambientali, insieme ai cambiamenti delle condizioni della vita contemporanea (lavoro da casa, agile, smart, autoimprenditoria), richiamano l’esigenza della costruzione di città e politiche urbane centrate sulle esigenze della vita quotidiana, sul benessere delle popolazioni (umane e non umane) e sulla partecipazione: città della prossimità in cui sia possibile conciliare i diversi aspetti della vita (lavoro, cura, benessere personale) e coltivare i legami sociali. “Indirizzi che richiedono orientamenti non oggettivi, ma che nascono dall’ascolto, dalla capacità di cura e di attenzione alle necessità dei luoghi e dei loro abitanti, mettendo al centro – come hanno fatto collettivi, studiose e urbaniste femministe – i temi dell’ecodipendenza e dell’interdipendenza. (L’urbanistica non è neutra) Il dibattito intorno a questi temi, anche se sempre più partecipato, rimane spesso ai margini. Abbiamo invece bisogno di dotare le professioniste e i professionisti delle letture, degli strumenti e delle pratiche femministe. Le pratiche di appropriazione e riappropriazione dello spazio urbano compiute da parte di donne organizzate, hanno effetti di maggiore durata e di aumento del benessere generalizzato, rispetto alle politiche di protezione delle donne. Queste pratiche, infatti, tendono ad aumentare la frequentazione dello spazio pubblico da parte di tutta la popolazione urbana, a creare luoghi di incontro e di organizzazione, a riempire di senso gli spazi pubblici, costruire diverse narrazioni e a generare diritto alla città. “Quello della “sicurezza” è uno degli argomenti per misurare questa affermazione.” (“Note per una risignificazione femminista dello spazio urbano. Dalla toponomastica allo sciopero transnazionale”) Le politiche che riguardano la sicurezza sono spesso espressione di retoriche che vedono le donne come soggetto debole nella città, oggetto di violenza, da proteggere attraverso meccanismi di chiusura e di esclusione: esclusione sia delle popolazioni urbane dipinte come potenzialmente pericolose (in particolare uomini migranti) e generative di disordine (entrando in questo modo nella sfera del decoro e assumendo come vero l’assioma secondo cui l’ordine e la sicurezza vanno insieme), sia delle donne, alle quali in nome dell’incolumità viene negata la libera frequentazione degli spazi pubblici. Dall’altra parte ci sono le rivendicazioni delle donne sullo spazio pubblico, con slogan tipo “le strade sicure le fanno le donne che le attraversano” e “riprendiamoci i parchi di notte”, che si accompagnano a eventi come le Macho free zone o le passeggiate antiviolenza. Non potendo costruire hanno scritto. Di case, di città, di quartieri in trasformazione. (“Il senso delle donne per la città”: il nuovo libro di Elena Granata”) Tenute lontane dall’architettura si sono dedicate alla fotografia, trovando mille modi per raccontare le persone e gli spazi della città. Escluse dalla pianificazione urbanistica si sono dedicate alla scala minuta, granulare, del design dell’abitare e della vita quotidiana, progettando spazi di prossimità e di benessere. Sono state più giardiniere che progettiste, più pedagogiste che ingegnere. (“Il senso delle donne per la città. Curiosità, ingegno, apertura”) Quando hanno potuto hanno generato pensiero e visioni lungimiranti, presto dimenticate; hanno osservato da vicino le città – nelle loro pratiche quotidiane – con il distacco che solo chi è escluso dai giochi può avere. “Le donne, in forme varie e sempre eclettiche, hanno maturato un pensiero pratico sulla città che oggi non possiamo trascurare e di cui peraltro loro stesse non sono ancora pienamente consapevoli.” (“Il senso delle donne per la città – Einaudi”). Oggi che dobbiamo ripensare la relazione tra spazi e vita, tra tempi quotidiani e aspettative di benessere, tra natura e città, la prospettiva da cui guardano il mondo appare cruciale. Urbanisti, privatizzazioni e sistemi di sorveglianza stanno assediando gli spazi pubblici urbani. Le nostre strade stanno diventando sempre più simili tra loro mentre la vita, il carattere e la diversità vengono espulsi dalle città. (“Progettare il disordine. Idee per la città del XXI secolo”) Che fare? È possibile concepire la sfera pubblica come uno spazio flessibile che si adatta ai tempi? Si può progettare il disordine. Cinquant’anni fa Richard Sennett scrisse la sua opera rivoluzionaria, Usi del disordine, in cui sosteneva che l’ideale di una città pianificata e ordinata fosse imperfetto, producendo un ambiente urbano fragile e restrittivo. Oggi torna sulla stessa idea e, insieme all’attivista e architetto Pablo Sendra, immagina il design e l’etica della “città aperta”, alternativa: una proposta provocatoria per una riorganizzazione del modo in cui pensiamo e progettiamo la vita nei contesti urbani. Quelle che gli autori chiamano “infrastrutture per il disordine” combinano architettura, politica, urbanistica e attivismo al fine di creare luoghi che alimentano piuttosto che soffocare, uniscono piuttosto che dividere, sono disposti al cambiamento piuttosto che bloccati nell’immobilismo. (“Progettare il disordine – Treccani Emporium”) Fin dall’antichità esiste una tensione tra il modo in cui le città sono costruite e quello in cui le persone le abitano. “Eoggi la maggior parte della popolazione mondiale abita in città.” (“Costruire e abitare – Richard Sennett – Feltrinelli Editore”) In uno studio urbanistico che chiude la trilogia dell’Homo Faber nella società, dopo “L’uomo artigiano” e “Insieme”, Richard Sennett mostra come Parigi, Barcellona e New York hanno assunto la loro forma moderna e ci guida nei luoghi che sono l’emblema della contemporaneità, dalle periferie di Medellín in Colombia al quartier generale di Google a Manhattan. E denuncia la diffusione globale della “città chiusa” – segregata, irreggimentata e sottoposta a un controllo antidemocratico –, che dal Nord del mondo ha conquistato il Sud del mondo e i suoi agglomerati urbani in mostruosa espansione. Secondo Sennett, esiste un altro modo di costruire e abitare le città. Nella “città aperta” i cittadini mettono in gioco attivamente le proprie differenze e creano un’interazione virtuosa con le forme urbane. Per costruire e abitare questa città, occorre “praticare un certo tipo di modestia: vivere uno tra molti, coinvolto in un mondo che non rispecchia soltanto sé stesso. Questa è l’etica della città aperta”. (“Costruire e abitare – Richard Sennett – Feltrinelli Editore”) Il diritto alla città di cui ci parla Henri Lefebvre in questo suo straordinario e lungimirante lavoro non esprime semplicemente la rivendicazione di bisogni essenziali. Esso si configura piuttosto come una qualità specifica dell’urbano, che comprende l’accesso alle risorse della città e la possibilità di sperimentare una vita urbana alternativa alle logiche e ai processi di industrializzazione e di accumulazione del capitale. “Il diritto alla città – scrive infatti Lefebvre – si presenta come forma superiore dei diritti, come diritto alla libertà, all’individualizzazione nella socializzazione, all’habitat e all’abitare. Il diritto all’opera (all’attività partecipante) e il diritto alla fruizione (ben diverso dal diritto alla proprietà) sono impliciti nel diritto alla città”. (“Il diritto alla città by Henri Lefebvre”) Tale diritto passa perciò attraverso la rottura dei dispositivi di controllo e di omologazione della vita quotidiana, attraverso una riappropriazione dei tempi e degli spazi del vivere urbano che richiede una nuova configurazione delle relazioni sociali, politiche ed economiche, a partire da un drastico cambiamento nell’arena decisionale. “”Il nostro principale compito politico, suggerisce Lefebvre, consiste allora nell’immaginare e ricostituire un modello di città completamente diverso dall’orribile mostro che il capitale globale e urbano produce incessantemente” (“Il diritto alla città – Henri Lefebvre ”) La “restanza”, così si intitola infine il pamphlet edito Einaudi di Vito Teti: è un fenomeno del presente che riguarda la necessità, il desiderio, la volontà di generare un nuovo senso dei luoghi. È questo un tempo segnato dalle migrazioni, ma è anche il tempo, più silenzioso, di chi “resta” nel suo luogo di origine e lo vive, lo cammina, lo interpreta, in una vertigine continua di cambiamenti. La pandemia, l’emergenza climatica, le grandi migrazioni sembra stiano modificando il nostro rapporto con il corpo, con lo spazio, con la morte, con gli altri, e pongono l’esigenza di immaginare nuove comunità, impongono a chi parte e a chi resta nuove pratiche dell’abitare. Sono oggi molte le narrazioni, spesso retoriche e senza profondità, che idealizzano la vita nei piccoli paesi, rimuovendone, insieme alla durezza, le pratiche di memoria e di speranza di chi ha voluto o ha dovuto rimanere. La restanza non riguarda soltanto i piccoli paesi, ma anche le città, le metropoli, le periferie. Se problematicamente assunta, non è una scelta di comodo o attesa di qualcosa, né apatia, né vocazione a contemplare la fine dei luoghi, ma è un processo dinamico e creativo, conflittuale, ma potenzialmente rigenerativo tanto del luogo abitato, quanto per coloro che restano ad abitarlo. Partire e restare sono i due poli della storia dell’umanità. Al diritto a migrare corrisponde il diritto a restare, edificando un altro senso dei luoghi e di sé stessi. Restanza significa sentirsi ancorati e insieme spaesati in un luogo da proteggere e allo stesso tempo da rigenerare radicalmente. Un sentimento che credo unisca tutti e tutte coloro che hanno deciso di rimanere nella propria città e di cambiarla.

VALENTINA DI GENNARO

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