Una storia di salvezza nell’orrore della Shoah – Giovanni Palatucci

di ANTONELLA MAUCIONI ♦

Ad oltre 80 anni dalla Shoah, è fondamentale, oggi più che mai, ricordare non solo le vittime di quella immane tragedia che travolse gli Ebrei d’Europa ma anche quanti aiutarono molti di loro a salvarsi dalle persecuzioni e dallo sterminio.

Prima che l’oblio dovuto agli anni dissolva la Memoria o la riduca a un vuoto esercizio commemorativo, è importante rievocare i nomi, tutti i nomi, degli uomini e delle donne che con coraggio e responsabilità seppero scegliere il Bene e ricostruire le loro storie entrando nel loro animo, nelle loro emozioni, nelle loro scelte. Abbiamo estremo bisogno in un presente sempre più complesso e conflittuale, che ci chiama a leggere gli eventi con senso critico e a non accontentarci di comode risposte, di illuminare le coscienze e le vite di quanti hanno saputo fare scelte diverse dalla facile acquiescenza a norme ingiuste. La storia di Giovanni Palatucci, come altre, rappresenta emblematicamente questo confronto tra salvatori e spettatori, sui Giusti [1] e su quanti, invece, scelsero l’indifferenza e la connivenza. È senz’altro la storia di un uomo, delle sue scelte morali, della sua crescita politica e personale ma al contempo permette di conoscere tante altre storie di persone – quella degli abitanti della città di Campagna e di tanti collaboratori – che attorno alla figura di Palatucci si condensarono tessendo una rete audace e salvifica. Giovanni Palatucci nacque a Montella (Avel lino) nel 1909 e, dopo la laurea in Giurisprudenza, entrò in Polizia. Il suo primo incarico fu presso la Questura di Genova, come volontario vicecommissario aggiunto. Nel luglio del 1937 rilasciò un’intervista, pubblicata in forma anonima su un giornale cittadino, in cui criticava coraggiosamente l’Amministrazione di appartenenza, accusandola di burocratismo e distacco dai problemi dei cittadini. L’intervista suscitò grande scalpore tra i suoi superiori che, venuti molto presto a conoscenza dell’identità dell’autore, per punizione ne decisero il trasferimento nel novembre dello stesso anno alla questura di Fiume (l’odierna Rijeka, oggi in Croazia). Questa città, dagli importanti trascorsi economici e commerciali, era diventata parte del Regno d’Italia solo nel 1924 e presentava ancora evidenti gli effetti di un contrasto etnico non sopito presente nel territorio del Friuli Venezia Giulia tra gli italiani e gli sloveni-croati.

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Qui Palatucci fu assegnato come responsabile all’ufficio stranieri della Regia Questura e in questo ruolo gli competeva – tra l’altro – il compito di vidimare i permessi di soggiorno per gli spostamenti degli ebrei (divenuti – di fatto – “stranieri” [2] nel loro Paese) e che, abbandonando i territori soggetti ai tedeschi, chiedevano di poter entrare in Italia attraverso il valico di Fiume. Palatucci si trovò, dunque, di fronte alla realtà dei profughi ebrei (provenienti dall’Austria e poi da Cecoslovacchia, Ungheria, Polonia, Jugoslavia) che attraversarono di frequente i confini in modo clandestino pur di sottrarsi all’internamento. Per questi profughi gli ordini di Mussolini prevedevano l’espulsione e dunque la consegna ai nazisti. Nel1941, dopo lo smembramento della Jugoslavia, attaccata dall’esercito italiano e da quello tedesco, alcuni territori furono annessi all’Italia e qui i governanti applicarono agli ebrei locali la stessa politica persecutoria razzista in atto nel Paese dal settembre del 1938, estendendo il provvedimento di internamento degli ebrei stranieri in atto in Italia fin dal giugno del 1940 [3] . Palatucci si prodigò per portare aiuto dapprima a questi ebrei stranieri e poi dal 1938, a seguito del Manifesto della razza del 15 luglio e della successiva emanazione delle Leggi razziali nel novembre dello stesso anno, anche alla drammatica posizione dei cittadini italiani di origine ebraica ormai oggetto di pesanti discriminazioni.

I campi di internamento e la città di Campagna

Erigere sul posto campi di internamento [4] destinati ai civili, divenne, però, per questioni di vettovagliamento e di sicurezza, un problema e, per tale ragione, i colpiti da questo provvedimento furono per lo più trasferiti in altri luoghi d’Italia, soprattutto al Sud, e inizialmente rinchiusi nel campo di internamento di Ferramonti (Cosenza) o di Campagna (Salerno), da cui vennero ritrasferiti, in condizione di “internati liberi”, in domicilio coatto in paesini isolati del Centro e del Nord Italia.

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Gli internati ebrei a Campagna sulla scalinata del Convento di San Bartolomeo (1941)

In particolare Palatucci cercò con ogni stratagemma di far avviare gli ebrei verso il campo di internamento di Campagna, che si trovava nella diocesi di uno zio vescovo, Giuseppe Maria Palatucci: lì sapeva, infatti, che le condizioni di vita degli internati sarebbero state alleviate dallo zio, con il concorso della popolazione locale che accolse generosamente gli in – ternati. A Campagna si trovava un campo di internamento costituito da due caserme: San Bartolomeo (ex convento dei Domenicani) e l’Imma colata Concezione (ex edificio claustrale degli Osservanti). Molte le differenze tra Campagna e gli altri campi di internamento, come si rileva da varie testimonianze e da una lettera che nel 1941 il segretario del Partito Nazionale Fascista, Adelchi Serena, scrisse al Capo della Polizia Carmine Senise in cui si lamentava della «troppa libertà in cui vivono gli internati ebrei del campo di concentramento di Campagna» chiedendo «provvedimenti conseguenti da parte delle forze di polizia del regime».

La rete di aiuto

Palatucci riuscì nella sua opera di salvataggio degli ebrei anche grazie all’aiuto di tante persone tra cui emergono figure significative come lo zio Giuseppe Maria Palatucci [5] , le guardie di Pubblica Sicurezza Raffaele Avallone, Americo Cuciniello, Alberino Palumbo, il brigadiere Pietro Capuozzo, il soldato di leva Albertino Remolino che in modi diversi collaborarono con lui. Considerando l’atroce destino a cui sono andati incontro i 6 milioni di ebrei trucidati nei campi di concentramento nazisti, oggi si può senz’altro affermare che l’esperienza degli ebrei a Campagna ha impresso nella memoria collettiva una bella pagina di storia, caratterizzata da una indiscutibile e umana solidarietà non solo della popolazione campagnese, ma anche da parte delle autorità civili e religiose che mai hanno perso di vista il valore e quindi il rispetto dell’altrui dignità. Campagna fu un paese antifascista e la maggior parte dei suoi abitanti si strinse attorno agli ebrei cercando in tutti i modi di non farli sentire mai diversi dagli altri. Dopo l’8 settembre del 1943 Dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, la situazione degli ebrei a Fiume, come in tutta l’Italia, subì un ulteriore aggravamento. Infatti il 1° ottobre del 1943, Fiume, pur inclusa nella Repubblica Sociale Italiana, entrò di fatto a far parte della Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico e il territorio venne posto sotto diretto controllo tedesco e il comando militare della città fu assegnato al capitano delle SS Hoepener. La comunità locale, divenuta un “alleato-occupato”, si trovò in una condizione molto dura. Quando i tedeschi presero possesso di Fiume, le loro forze di polizia avocarono le funzioni della questura, relegando al ruolo di mera esecuzione di ordini la polizia italiana, alla quale furono sequestrati armi, munizioni e automezzi. Mentre gli altri funzionari della polizia di Fiume si fecero trasferire presso sedi dislocate nella neonata R.S.I, Palatucci preferì invece restare al suo posto e rimasto il funzionario più alto in grado, gli vennero affidate le funzioni di vicequestore prima e di Questore reggente poi. In questo contesto poté continuare nella sua opera di soccorso ai profughi ebrei, sottraendoli alla deportazione e secondo, secondo alcune testimonianze, entrò anche nel movimento clandestino di liberazione sotto il nome di “dott. Danieli”. Violando le leggi razziali vigenti, Palatucci si esponeva a gravi rischi ma, pur avendone la possibilità, non volle porsi in salvo in Svizzera, come gli fu proposto da un console svizzero suo amico. Il suo comportamento suscitò sempre più i sospetti da parte delle autorità militari tedesche e Palatucci, consapevole dei rischi che stava correndo, arrivò perfino a distruggere gli elenchi degli ebrei in suo possesso, in modo da renderne impossibile l’individuazione e la cattura. Tradito da un suo collega, la notte del 13 settembre 1944, su ordine dell’autorità nazista, Palatucci venne arrestato con l’accusa gravissima di «intelligenza e cospirazione con il nemico». Subito dopo, fu interrogato con i metodi riservati ai traditori. Torturato, non fece alcun nome né di colleghi a lui vicini, né di oppositori al nazionalsocialismo e alla R.S.I. esterni alla Questura, né di ebrei. Un riscontro lo si ricava dal fatto che dopo il suo arresto non venne operato alcun fermo. Dopo essere stato imprigionato per circa 40 giorni nel carcere Coroneo di Trieste, venne deportato a Dachau, dove giunse il 22 ottobre 1944. Qui divenne numero di matricola 117826 e, in quanto internato politico di nazionalità italiana, indossò una casacca con un triangolo rosso avente al centro la lettera I. Morì il 10 febbraio 1945 per l’epidemia di tifo petecchiale che imperversava nel campo dal dicembre precedente e fu sepolto in una fossa comune sulla collinetta di Leitenberg, situata a circa un chilometro dal campo di concentramento. Appena 78 giorni dopo sarebbe avvenuta la liberazione di Dachau da parte delle truppe Americane Qualche anno dopo la morte giunsero i riconosci menti dell’operato di Palatucci, dapprima da parte ebraica, poi anche da parte italiana. Nel 1953, a Ramath Gan, cittadina alle porte di Tel Aviv, gli fu dedicata una via fiancheggiata da 36 platani, uno per ogni anno della sua vita; nel 1955 gli fu intitolata una foresta nei pressi di Gerusalemme e l’Unione delle comunità ebraiche italiane gli assegnò una medaglia d’Oro alla memoria. Il 12 settembre 1990 lo Yad Vashem di Gerusalemme gli conferì il titolo di «Giusto tra le Nazioni». Nel 1995 il Presidente della Repubblica italiana Oscar Luigi Scalfaro conferì alla memoria di Palatucci una medaglia d’Oro al merito civile e nel 2002 il Tribunale diocesano del Vicariato di Roma aprì il processo canonico di beatificazione del «Servo di Dio Giovanni Palatucci” che si concluse in tempi rapidissimi il 10 febbraio 2004 con la trasmissione degli atti alla Congregazione delle cause dei santi per la fase successiva.

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Museo regionale della Memoria e della Pace “Giovanni Palatucci” di Campagna (ricostruzione di una camerata)

Nel 2006 furono concesse due medaglie d’Oro al merito civile: il 25 settembre alla città di Campagna, il 12 dicembre alla memoria dello zio vescovo, per la loro azione di assistenza e salvataggio degli internati operata di concerto con Palatucci. Negli anni sono state intitolate a Palatucci strade, scuole, sedi di commissariato della Polizia di Stato in numerose città d’Italia e il 29 maggio 2009 le Poste italiane hanno emesso un francobollo commemorativo a suo nome in occasione del centenario della sua nascita. Nel 2013 fa la figura di Palatucci è stata al centro di aspre polemiche suscitate dalla campagna di stampa scaturita da alcune dichiarazioni del Primo Levi center di New York che ha messo in discussione la fondatezza della fama di salvatore di migliaia di ebrei del funzionario di polizia che anzi sarebbe stato addirittura da considerarsi un collaborazionista. Il prof. David Cassuto, membro della Presidenza del Memoriale Yad Vashem di Gerusalemme, ha esaminato il caso e ha concluso che «non c’è nessuna novità, o presunta tale, che giustifichi un processo di revisione del riconoscimento di Giusto fra le nazioni conferito a Giovanni Palatucci il 12 settembre 1990». Approfondimenti successivi, curati da una Commissione promossa dall’Unione delle Comunità ebraiche italiane insediatasi presso il CDEC [6] di Milano, che ha passato al vaglio tutte le nuove acquisizioni, si sono conclusi con un comunicato che, ricordando le numerose testimonianze di diversi esponenti della comunità ebraica in favore di Giovanni Palatucci, conclude che «con le informazioni ritrovate negli archivi italiani e in quelli esteri, pare difficile sostenere la tesi che Giovanni Palatucci non fu un “Giusto”».

ANTONELLA MAUCIONI

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[1] I Giusti tra le Nazioni sono i non-ebrei che hanno agito in modo eroico, a rischio della propria vita e senza interesse personale, per salvare anche un solo ebreo dal genocidio nazista della Shoah. Dal 1962 è anche un’onorificenza ufficiale conferita dallo Yad Vashem, ovvero l’Ente nazionale per la Memoria della Shoah dello Stato di Israele. I Giusti italiani alla data del 1 gennaio 2022 sono 766.
[2] Con l’espressione “ebrei stranieri” la burocrazia fascista indicava: a) gli ebrei di varia nazionalità che si erano stabiliti in Italia per motivi di lavoro, di studio o altro; b) ebrei profughi che speravano di poter partire verso altri paesi per sfuggire alle persecuzioni in atto nell’Europa centro orientale. Fino al 1936 il governo fascista consentì l’ingresso in Italia di ebrei stranieri, ma già nei mesi successivi iniziò la sorveglianza nei loro confronti. Nel settembre del 1938 fu revocata la cittadinanza italiana a quelli che l’avevano acquisita dopo il 1919, fu proibito l’ingresso dei profughi e fu stabilito per decreto che tutti avrebbero dovuto lasciare l’Italia. Nel giugno del 1940, con l’entrata in guerra dell’Italia quelli che non erano riusciti a partire, furono internati in campi appositamente costruiti in alcune regioni del centro e del meridione. Per le donne fu previsto invece l’internamento in località non importanti dal punto di vista militare.
[3] L’entrata dell’Italia in guerra comportò misure restrittive per ogni individuo, italiano o di altra nazionalità, ritenuto pericoloso : immediatamente dopo l’entrata in guerra dell’Italia, il 10 giugno del 1940, il Governo fascista varò delle misure per l’internamento dei cittadini delle nazioni nemiche motivato dalla necessità di garantire la sicurezza interna e quella militare. Tra i sudditi stranieri destinati all’internamento vi erano anche quegli ebrei, provenienti da altre nazioni, che si trovavano in territorio italiano.
[4] Con la guerra, entrano in funzione in Italia due tipi di campi, entrambi definiti ufficialmente come “di concentramento”: quelli sottoposti al ministero dell’Interno, destinati agli internati civili di guerra e quelli di pertinenza del regio esercito, che accolgono quasi esclusivamente deportati civili iugoslavi e, poi, prigionieri di guerra( Gonars, Arbe, Larissa etc) .
[5] Giuseppe Maria Palatucci ( 1892- 1961) fu vescovo di Campagna dal 1938 al 1961 e in questa veste , quando nella città fu istituito il campo di concentramento per gli ebrei e perseguitati politici, molto si prodigò per aiutarli instaurando con il nipote Giovanni un’ottima collaborazione.
[6] CDEC è la Fondazione Centro Documentazione Ebraica Italiana Contemporanea. È impegnata in attività di ricerca sia di carattere storico che sociologico. Gli ambiti di suo maggiore interesse sono la storia della Shoah, la storia e la cultura degli ebrei in età contemporanea; il ruolo nella società e l’immagine degli ebrei nell’opinione pubblica italiana, dall’Unità ai giorni nostri.