Il congresso dei sogni
di ANDREA BARBARANELLI ♦
Tutto cominciò quando apparve quell’uomo. Erano anni che non lo vedevamo, avrebbe anche potuto essere morto, chi ci aveva più pensato, a lui? Stavo lavorando in mezzo al campo, col fango fino alle caviglie. Mi fermai, senza abbassare la zappa, per dargli il tempo di avvicinarsi. Un forestiero, pensai, o un vagabondo, o magari, perché no?, un invidioso che viene a gettare il malocchio. Alzai un po’ più la zappa, senza perderlo di vista, mentre veniva avanti, perché non si può mai sapere.
Doveva essere finito in un qualche angolo molto buio della memoria, quello zio, e restato lì come una cosa vecchia e inutile, se ci misi tanto a riconoscerlo. Mio fratello, invece, che è stato sempre più sveglio di me, lo aveva riconosciuto già da lontano, appena era spuntato dal crinale della collina. Per il modo come faceva oscillare le braccia, avanti e indietro, ampiamente, accompagnandole col movimento delle spalle, che era lo stesso di nostro padre, diceva poi, ridendo, guardandosi intorno soddisfatto, mentre lo imitava, camminando a gambe larghe, davanti alle donne accovacciate vicino al focolare, zitte, preoccupate. Potevo ricordarmi di come camminava nostro padre? Non sono mai stato un osservatore, io. Così, benché si trovasse più lontano di me, addirittura dall’altra parte del campo, mio fratello gli era corso incontro e l’aveva raggiunto quando io ancora non avevo capito chi fosse l’uomo che aveva già disceso il pendio e camminava tranquillamente in mezzo ai solchi.
Era un uomo tarchiato, con due occhi piccoli e scuri che frugavano da tutte le parti, senza riuscire a star fermi. Faceva uno strano effetto vedere tanto eccitato un uomo della sua età. E non aveva smesso un momento di parlare, da quando era arrivato. Io avevo continuato il mio lavoro, mi ero scusato con un gesto, che capisse, il campo non poteva attendere i miei comodi, ma mio fratello aveva buttato via la zappa, come se non aspettasse altro, e l’aveva accompagnato dentro casa.
A sera, quando rientrai, il vecchio stava ancora parlando. Feci un cenno alle donne. Di colpo si fece silenzio e ordine; si preparò il pasto. Cenammo con le facce nelle scodelle. Dopo cena, il vecchio prese da parte mio fratello, in un angolo della stanza, gli parlò a lungo, sottovoce. Le donne s’erano tirate le coperte sulla testa, nei loro giacigli accanto al fuoco. Io mi misi ad accomodare un attrezzo, in un altro angolo della stanza. Di tanto in tanto coglievo al volo un nome, un’esclamazione. Era come se fossi capitato in casa di estranei, che parlano fra di loro di fatti e persone a loro noti da sempre ma che tu non conosci. Evidentemente avevano già deciso che io restassi fuori da quel segreto che sembrava entusiasmarli. Io, comunque, non mi sarei entusiasmato per nessuna cosa; sono sempre stato così: credo solo in quello che posso vedere e toccare; non mi piacciono le chiacchiere. Mio fratello lo ascoltava a bocca aperta. Il riflesso del fuoco gli arrossava la faccia e gli faceva brillare gli occhi. Avevo capito subito che il discorso di quel vecchio che non avevamo visto più di tre volte in vita nostra lo stava trascinando come la lenza del pescatore fa con il pesce. Guardavo le braci e cercavo di afferrare quel bisbiglìo continuo, monotono, interrotto di tanto in tanto da un grido di mio fratello, un grido subito zittito e soffocato. Non alzavo nemmeno la testa a quei gridolini; continuavo a montare e smontare l’attrezzo, cercando di contenermi, per paura che mi si rompesse fra le mani. Conoscevo abbastanza mio fratello per sapere che aveva la testa piena delle storie di un passato che non c’era più. Storie antiche, dei tempi dei nostri nonni e di nostro padre e di questo zio che ora rispuntava fuori mentre avrebbe dovuto essere morto già da anni e seppellito sotto terra, come tutti quelli della sua generazione. Non volevo sentirne nemmeno parlare, di quelle storie della resistenza a quelli che ora soltanto sottovoce e di rado qualcuno continuava a chiamare gli invasori o gli usurpatori o non so che altro. Cosa ci aveva guadagnato, nostro padre, a resistere? Una fossa in una terra che prima era nostra e che poi, all’improvviso, non era stata più nostra, senza che l’avessimo venduta: apparteneva ad altri che non conoscevamo, che non erano di qui, che erano venuti da fuori, e che pure, dicevano, erano i padroni della nostra terra. Io e mio fratello eravamo bambini, quando questo cambio era successo. Era stato un periodo di grande confusione. Andavamo da una parte all’altra, spostandoci di notte, lontano dalle strade. C’era la guerra. Me la ricordavo ancora, la guerra, mischiata con i giochi che si facevano da bambini. La guerra erano le croste, la sporcizia, la fame, il freddo, il sonno, la pioggia che non finiva mai di cadere, la paura. Ma anche i giochi che facevamo tra noi piccoli, e il calore del petto di nostra madre, quando ci teneva stretti. Poi la guerra era finita ed eravamo tornati a casa, anche se non era la casa in cui avevamo abitato prima della guerra. Era comunque una casa, una ruca col suo tetto di paglia, che proteggeva in qualche modo dalla pioggia e dal freddo. E poi, dopo un po’, la mattina in cui si presentarono a casa nostra quegli uomini bianchi: gentili, quasi rispettosi. Mio padre andò con loro, come gli avevano chiesto di fare, con gentilezza, con rispetto, credemmo, o volemmo credere. E lui era andato, tranquillo, perché si sentiva ancora un capo, come disse poi mia madre, con rabbia, ma senza piangere, quando vennero a cercarci perché ci riportassimo a casa il cadavere. Non capiva, mio padre, che i bianchi non avevano nessun rispetto per un capo come lui, che era solo un indio, un selvaggio che occupava una terra su cui non aveva alcun titolo legale di proprietà. Lo disse anche il giudice che mandò assolti gli assassini. Io ero lì, con mia madre e mio fratello, che era più piccolo e stava in braccio a mia madre, e il giudice disse proprio così, me lo ricordo perché ci indicò con la mano, noi tre, come se noi fossimo la prova vivente, con le nostre facce e vestiti da indios, del fatto che mio padre occupava abusivamente quella terra.
Ora che, finalmente, dopo tanti anni, il governo ci aveva dato una parcella di terra, dovevamo tenercela da conto. È vero che era piena di sassi, che dovevamo romperci la schiena a lavorarla con la zappa. Ma era una terra. Ci potevamo camminare sopra liberamente e costruirci una casa nostra. Non stavamo sottoterra, noi. Sottoterra stavano tutti i grandi eroi, compreso nostro padre, che avevano continuato a opporsi ai bianchi anche quando fu ormai chiaro che non c’era più niente da fare. Solo per orgoglio avevano continuato a opporsi, a comportarsi come se fossero stati ancora i padroni della terra, a non rispettare le leggi dei bianchi, a provocarli stupidamente, non avendo più la forza, il valore, le armi, la capacità militare che avevano avuto i nostri antenati, per tenerli lontani dai nostri confini per centinaia di anni. Io volevo vivere. Col tempo qualche vantaggio sarebbe venuto anche a noi da tutto quel movimento, dalle città che spuntavano come funghi, dalla ferrovia che attraversava il paese. Era o non era il progresso? Chiaro che era il progresso: io questa parola l’avevo afferrata e capita, e me la custodivo dentro, come una luce nel buio. Intanto avevamo i nostri attrezzi di ferro e il lume a petrolio e anche un po’ di soldi: pochi, sudici e spiegazzati biglietti di banca, per ora, è vero, ma col tempo sarebbero aumentati. Quando fossi riuscito a mettere insieme una somma sufficiente, avrei mandato i miei figli a studiare in città. Sarebbero andati avanti nella vita, avrebbero vestito abiti decenti e abitato in una casa vera, con l’acqua corrente e i servizi.
Volevo di cacciarlo di casa, quel vecchio. Se lo avessi fatto, tutto forse sarebbe andato in modo diverso, anche se è difficile dirlo: succede sempre quello che non si vuole che succeda. La vita è ingiusta. Comunque, potevo forse cacciare di casa il fratello di mio padre? Così, per evitare di guardarlo, di alzarmi in piedi, di andare lì dove confabulavano, e insultarlo, mi tenevo occupato con la riparazione del mio attrezzo.
Lui in tutta la serata non mi rivolse la parola, si dirigeva solo a mio fratello. Parlava e parlava, quasi senza prendere fiato. Benché fingessi di essere distratto, ascoltavo tutto. Nel silenzio della casa, nel silenzio della campagna che circondava la casa, quel parlare sottovoce del vecchio risuonava sempre più chiaro, più preciso. All’inizio mi era difficile capire, ma poi, a poco a poco, tutto mi risultò chiaro. Il centro della questione era questo: c’era, da qualche parte, nel paese, un uomo che ci avrebbe ridato la terra che ci avevano tolto. Non riuscivo a credere alle mie orecchie. Mi veniva da ridere. Però mi controllai e, a un certo punto, quando non potei più mordermi la lingua, lo interruppi e dissi: “Restituirci la terra? Vuoi dire che ora che c’è la ferrovia, che ci sono le strade, che ci sono tutte queste città e questi porti, che ci sono i tribunali e le caserme, la polizia e le scuole, che dappertutto ci sono i bianchi che sono venuti dal nord e da tanti paesi lontani, che lavorano, vanno avanti e indietro, vendono, comprano, amministrano, ecco, proprio ora, proprio ora che noi contiamo meno della pula quando si trebbia, proprio ora possiamo riavere quello che non sono stati capaci di conservare i capi delle tribù che potevano mettere in campo migliaia di guerrieri in un territorio che era ancora abitato soltanto da noi, quando i bianchi stavano ancora al di là del confine? È stupendo! È meraviglioso! Quest’uomo dev’essere un grande stregone capace di fare miracoli. Dev’essere addirittura un dio. Certo, dev’essere un dio. Dunque possiamo restarcene qui, mio fratello ed io, in casa nostra, a coltivare il nostro campicello, in attesa che lui compia il miracolo e ci restituisca la terra. Se è così potente, non ha certo bisogno dell’aiuto di due poveretti come noi.”
Il vecchio mi ascoltò senza interrompermi. Capì l’ironia delle mie parole, e ne fu rattristato. Da quando era arrivato, non mi aveva mai preso in considerazione, forse a causa della mia accoglienza estremamente fredda, forse perché già sapeva di me, del mio modo di pensare, mi aveva letto nel profondo della mia anima, con quei suoi occhi da rabdomante.
“È difficile parlare con chi rinnega il suo passato”, si limitò a dire, gettandomi appena uno sguardo.
“Il passato”, saltai su a dire. “Quale passato? Il passato è la capanna piena di fumo, il mantello sdrucito a forza di portarlo, che non ripara dal freddo, il fango che ci isola dal resto del mondo, la fame, i bambini che muoiono di diarrea o di morbillo”. Non riuscivo più a contenermi. Noi non eravamo altro che dei poveri disgraziati, dei miserabili accattoni, vivevamo ai margini della società, non eravamo nemmeno degli uomini nel vero senso della parola. Indios eravamo, non uomini. Se era vero che anticamente eravamo stati un popolo e che i nostri antenati avevano combattuto contro i bianchi e li avevano sconfitti e tenuti fuori dalla nostra terra per secoli e secoli, ora al massimo potevamo essere un problema per un commissario di polizia. Quel vecchio era come un bambino che confonde i sogni con la realtà.
Così, il giorno dopo, quando mio fratello volle seguire lo zio, mi opposi. Lo affrontai deciso. Arrivai a minacciarlo. Gli dissi che, appena lui se ne fosse andato, avrei cacciato di casa sua moglie e i suoi figli: non avrei lavorato per mantenerli, mi davano abbastanza da fare i miei. Se proprio voleva andare, se li portasse con sé, questo non potevo impedirglielo, era padrone di farlo. Rifletté un poco e si calmò. Accompagnò il vecchio sino in fondo al sentiero. Li stetti a guardare, da lontano, mentre parlavano con quei loro gesti misteriosi.
Tre giorni dopo eravamo in cammino per il lago di Riñihue. Uscimmo con la gelata dell’aurora. Ci buttammo giù per la discesa, come due ubriachi. Quando spuntò il sole, eravamo già oltre le colline. Come avrei potuto trattenerlo? Lo sostenevo nel cammino, non lo perdevo di vista un momento. Era come impazzito, ma la sua mente era lucida. Percorremmo a piedi tutta la strada, una salita e una discesa, ancora una salita e poi un’altra discesa.
La nebbia copriva il lago e le pendici brulle del vulcano che incombeva sul lago. Mi fermai e accesi un fuoco con dei rami secchi, in terra, per riscaldare un po’ di cibo e i piedi e le gambe malamente protetti dagli stracci che indossavamo, dai sandali di corda che calzavamo.
Lungo la strada, gli avevo parlato, pazientemente, per farlo ragionare. Di tanto in tanto si fermava, per riprendere fiato, perché, benché fosse più giovane di me, gli difettava la forza dei polmoni. Nell’oscurità vedevo brillare i suoi occhi, che mi sembravano, mi dispiace dirlo, gli occhi di un folle. Non rispose mai alle mie parole, o perché non le sentiva o perché non le capiva, per partito preso, per disprezzo. Camminava a testa bassa, senza guardarsi intorno, dritto verso il luogo dell’incontro. Aveva solo questo, in testa. Per lui che non aveva mai potuto rassegnarsi alla morte di nostro padre quell’incontro doveva rappresentare qualcosa di grandioso, una celebrazione e una festa attesa da tempo. La realizzazione di un’impresa che sembrava impossibile. Perché anche prima dell’arrivo di nostro zio aveva sempre parlato di quelli della nostra razza che avevano combattuto contro i bianchi e che ora dormivano sotto terra. Le loro ossa stavano dormendo, diceva, ma i loro spiriti salivano i gradini della scala scavata nel tronco dell’albero, la scala che mette in comunicazione con il cielo. Erano questi i suoi deliri. Ma erano stati sempre deliri senza conseguenze gravi, perché non gli impedivano quasi mai di lavorare la terra. Non riuscivo a capire come le parole di quel vecchio gli avessero potuto far credere che i suoi deliri non fossero deliri, ma pensieri basati sulla realtà concreta.
Il luogo dell’incontro era una casa isolata a pochi passi dalla riva del lago. Al di là del lago, attraverso il muro di pioggia che in quel momento cadeva più fitta, si scorgeva a tratti la massa nera della Montagna del tuono, la montagna di Tralcán, il vulcano. Faceva freddo e c’era molto fango. Ci trascinammo nel fango fino alla capanna, percorrendo gli ultimi metri in mezzo a una folla di contadini scalzi e straccioni. Provavo un forte senso di disagio. Se qualcuno mi avesse visto, pensavo, non mi avrebbe distinto dagli altri. Ero come gli altri: lo stesso mantello, fradicio di pioggia, i capelli appiccicati alla fronte, le mani callose, i piedi scalzi nei sandali di corda. Provai vergogna. Io mi sentivo diverso da tutti gli altri. A forza di duro lavoro sarei riuscito a elevarmi, a diventare come i bianchi, a portare scarpe come loro. Il disprezzo che sentivo per la gente che stava lì mi dava forza. Capivo che, se li disprezzavo, non ero come loro.
Mio fratello, invece, correva da un gruppo all’altro, stringeva mani, domandava da dove venissero, parlava ad alta voce, senza nessuna vergogna di farsi sentire, scambiava saluti, informazioni, notizie. Era uno di loro. Il suo entusiasmo aumentava sempre di più. Si esaltava ed eccitava, come se gli crescesse dentro una forza che gli veniva dal contatto con uomini nei quali si riconosceva. Non era il solo a cui succedeva questo. Tutti, man mano che passava il tempo, superata la stanchezza della lunga camminata nel fango sotto la pioggia, diventavano vivaci, quasi allegri. All’inizio, appena arrivati, stanchi morti per il cammino percorso, erano abbattuti, tristi, prostrati, ora invece si spingevano per entrare nella casa dandosi pacche sulle spalle, ridendo.
A un segno di uno che stava in prima fila, tutti tacquero; fissavano il fondo dello stanzone pieno di gente, attenti, alzandosi sulle punte dei piedi. Io ero rimasto vicino alla porta, appoggiato alla parete di tronchi; non potevo vedere l’uomo che era entrato provocando un improvviso mormorio che però cessò immediatamente, appena si sentì la sua voce. Mi aspettavo che parlasse della guerra, della lotta del nostro popolo, delle spoliazioni, della miseria in cui stavamo e della necessità di tornare a combattere.
Raccontò un sogno. È strano a dirsi, quasi incredibile, eppure è vero: raccontò un sogno che aveva fatto e che non aveva nulla a che vedere con la resistenza al nemico, la guerra, il riscatto. Era semplicemente un sogno, un sogno vero, reale, come capita a chiunque di avere quando si dorme.
Era un sogno complicato e doloroso. Me ne è restata solo un’impressione penosa, come capita con certi sogni che si hanno di notte e che si dimenticano quando ci si sveglia, che spariscono alla luce del giorno, ma lasciano dentro, a lungo, una vaga molestia, una pena che tarda a scomparire. Alcune immagini di quel sogno continuano a dolermi ancora oggi come se fossero ricordi miei. Che ricordo di quel sogno? Solo delle immagini staccate, incoerenti, come è normale quando si tratta di sogni. Ecco quello che ricordo. Un gruppo di cavalieri arriva a una capanna isolata nella notte. L’uomo che dorme e sogna, l’uomo alla cui porta sono arrivati i cavalieri, esce dal suo sogno precedente per entrare in un altro sogno popolato di nitriti e di chiamate urgenti, insistenti. All’uscire dalla capanna, sente sulla faccia il respiro dei cavalli. I cavalieri non scendono di sella, lo invitano con gesti che lui capisce facilmente, come per una sua antica confidenza con quegli sconosciuti. Un cavallo s’impenna e lui ha appena il tempo di buttarsi da un lato, mentre la cavalcata sparisce nell’oscurità. Rientrato nel primo sogno, continua a sentire da lontano il rumore degli zoccoli dei cavalli che si confonde con quello della pioggia. Questo, più o meno, era il sogno. Non so perché l’ho sempre ricordato, per tanti e tanti anni, quanti ne sono passati da quando lo sentii raccontare quella notte in quella ruca piena di uomini, come se l’avessi sognato io, quel sogno. Quando l’uomo tacque, dall’assemblea si alzò una voce, poi un’altra, poi ancora un’altra. Ogni voce raccontò un sogno. La casa cominciò a riempirsi dei sogni delle persone che vi erano riunite. Se chiudo gli occhi vedo solo immagini confuse, disperse. Non riesco più a metterle insieme, ma allora, mentre ascoltavo con un’attenzione sempre più intensa, mi sembrò che tutti quei sogni formassero, incredibilmente, una storia coerente.
Quando la notte era già alta, mi resi conto che quegli uomini stavano scavando le gallerie di una miniera di sogni. Stavano scavando dentro una montagna le gallerie che formavano una infinita miniera di sogni. Questo era il lavoro che facevano, guidati dall’uomo per il quale erano venuti tutti in quella casa di tronchi, in quella ruca sulla sponda del lago, dai posti più lontani, attraverso i boschi. Quell’uomo aiutava ad esprimersi quelli che non trovavano le parole, convinceva a parlare chi aveva ritegno a raccontare in pubblico i propri sogni, davanti a tante persone, trovava la parola giusta per ognuno. Non riuscii a vederlo in faccia, quell’uomo, stavo troppo indietro e non mi era possibile avanzare; vidi invece, in un angolo, una ragazza (qualcuno mi disse che era la figlia dell’uomo) scrivere in un grosso quaderno i sogni che venivano raccontati.
Ero allarmato. Se mi fossi fatto trascinare, coinvolgere, avrei cominciato anch’io a lasciar libere di uscire tutte le parole che avevo dentro, avrei permesso che uscissero senza freno, senza ritegno, dalla mia bocca. I sogni che avevo fatto durante tutta la mia vita, e che avevo dimenticato, sarebbero affiorati dall’oscurità, sarebbero diventati palpabili, condivisi dagli altri uomini della mia gente, del mio popolo ormai ridotto a riunirsi clandestinamente, di notte, in luoghi lontani, fuori mano. Che vantaggio ne avrei potuto trarre? Sarebbero spariti tutti, ancora una volta, all’alba, quei sogni. Mi sarei ritrovato con queste stesse mani che ho, che si sono indurite, fatte callose, stringendo il manico della zappa, che non hanno mai impugnato una lancia. Le gallerie che tutti quegli uomini stavano scavando non portavano da nessuna parte.
Uscii dalla ruca sotto la pioggia. Laggiù in fondo, lontano, si distingueva appena la mole nera della montagna del tuono, minacciosa, pronta come sempre a vomitare il fuoco che arde sottoterra, seminascosta dalle nubi. Mi misi in cammino. Non aspettai mio fratello, sapevo che non sarebbe tornato a casa con me. Non l’ho più rivisto, da quella notte in cui ci trovammo come naufraghi su una zattera alla deriva. In seguito venni a sapere che per anni e anni avevano continuato a riunirsi, una notte dopo l’altra, per cercare di costruire, unendo i sogni di tutti, la vita che non avevano più la possibilità di vivere da svegli. Non so dove sarà andato a finire mio fratello. Non so neppure quando smisero di riunirsi, perché certamente, a poco a poco o di colpo, quelle riunioni saranno pure cessate. Non so dove possa essere andato a finire il quaderno su cui i sogni venivano trascritti. Si sarà perso da qualche parte, sarà andato distrutto, forse un giorno qualcuno lo ritroverà, in una cantina o una soffitta o su un banco di un mercato, dove i suoi fogli verranno usati per incartarci una merce qualsiasi. So soltanto che dovetti prendere a mio carico mia cognata e i miei nipoti e che per questo non riuscii mai ad avere i soldi per mandare i miei propri figli a studiare in città. Appena sono diventati grandi, li ho messi a lavorare nella nostra parcella di terra, al posto di mio fratello.
ANDREA BARBARANELLI
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L’immagine di copertina di Francisco Muñoz Tejeida –“El Pintor”

Il potere dei sogni. Mi hai fatto venire in mente O marinheiro di Pessoa, che rappresentai decenni fa, e per converso il capolavoro di Kadare’ recensito mirabilmente da Caterina in questo blog.
Sempre un piacere leggerti, Andrea.
Ettore
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Andrea, il racconto è perfetto per la coesione e la coerenza, ma fammi uscire con il mio “andare per la tangente”( come mi rimprovera Ettore) : il racconto è filosofico, ci ritroviamo con Schopenhauer, ” la vita è un sogno”, no, con Calderon de la barca, ” la vida es sueno”, no, con Garabombo l’ invisibile di Manuel Scorza…ed ecco che il tuo racconto si dipana in mille pieghe, come dice Deleuze, e il fratello diviene un totem; il ragazzo zappatore diviene uno sciamano indio, che sa , vede, ma rimane in silenzio, perché ha dentro la sua memoria ciò che è stato già vissuto e sa che non può guarire. Lo sciamano sei tu, che hai preso in carico la memoria di quel popolo, e hai fatto il dono con la nascita di Alejandra.
Io , ormai grande, provo “risentimento” per quel che accade oggi, come se noi più anziani non avessimo già lottato contro il colonialismo e il suprematismo dell’uomo bianco. Come te ho continuato a zappare e ogni tanto ritorno con i pochi amici nella ruca, nella casa, nella caverna, come faccio ora per testimoniare la stima che ho per te, caro amico. Paola.
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Quanto fascino e quanta vita, nelle storie di Andrea Barbaranelli! Veniamo portati in un mondo speciale, dove l’essere umano si presenta per quello che è, spogliato di qualsiasi artificio. Andrea sa sognare stando con i piedi per terra; lo fa con le sue storie che volano nei sogni, sì, ma sono incollate alla realtà più cruda.
È davvero sempre un piacerti leggerti, Andrea.
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