I PENSIERI DI DALIA

di CLAUDIA SFILLI ♦

Questa mattina pioveva a dirotto e Dalia, seduta sul sedile posteriore dell’automobile, fissava incantata il mondo fuori dal finestrino. Pareva bloccata in una sorta di malia, è vero, ma non c’era da preoccuparsi, fa sempre così quando pensa. Un po’ come me alla sua età, d’altronde, che a volte nemmeno mi accorgevo di quanto mi accadeva attorno. A casa mi rimproveravano come se fosse un difetto, a scuola come se fosse una colpa, ma non potevo farci niente.
“Il mio pensiero ha una voce fortissima, non sento altro”, dicevo, tutta impettita, suscitando risate.
Non credevano alla forza dei miei pensieri: a cosa avrebbe potuto mai pensare, una ragazzina?

La mia piccola Dalia, dunque, è come me, e quindi io non la disturbo quando mi accorgo che è altrove con la mente.
A cinque anni, un giorno mi ha chiesto come mai i bambini crescono nella pancia delle donne e non in quella degli uomini.
“Il papà, quando ci sono cose importanti, dice sempre: Lascia, faccio io che sono un uomo…Questo vuol dire che gli uomini sanno fare le cose meglio delle donne, no?”.
Pietro ama usare questo genere di frasi, soprattutto davanti a Dalia. Forse vuole recuperare un’immagine di uomo a cui, nonostante tutto, rimane romanticamente legato o forse è semplicemente ironico e Dalia non può capirlo.
“Far crescere i bambini nella pancia non è una cosa adatta agli uomini. Loro sono un po’ troppo… un po’ troppo nervosi. Non hanno pazienza. Insomma, è meglio che lo facciano le donne, credimi”.
Dalia aveva riflettuto un po’, prima di riprendere a parlare.
“Hai ragione mamma. Il papà si arrabbia continuamente per tutte le cose che non vanno come vuole lui. Il pancione lo farebbe diventare matto. Chissà quante brutte parole direbbe!”
Aveva riso di cuore, allora, forse immaginando il papà “incinto”, e anch’io avevo riso con lei, allo stesso pensiero.
A sei anni, circa, dopo la morte del nonno mi ha chiesto:
“Ma se poi tutti dobbiamo morire, perché nasciamo?”
Stavamo passeggiando in un giardino pubblico.
“Perché la vita è come questo bel giardino fiorito, vedi?” ho detto. “Noi siamo i suoi fiori, che muoiono e nascono in continuazione perché ci siano sempre colori e profumi nuovi”.
Dalia era rimasta impassibile a osservare il giardino e i suoi fiori, mentre io la tenevo per mano.
“Sì, va bene, ma… com’è che Mattia è così brutto, allora?”
Il cugino Mattia, infatti, non trovando una propria identità nella palude della sua adolescenza, viveva nascosto dentro felpe scure con il cappuccio schiacciato sulla testa e calzoni tanto ampi da sembrare sempre sul punto di scivolare sulle caviglie. Apparecchio ai denti e acne sulle guance non lo aiutavano, povero Mattia, ma prima o poi sarebbe sbocciato anche lui, ne ero certa.
“Guarda bene, Dalia, nel prato non ci sono solo bei fiori: c’è di tutto. Regna una grande diversità di esseri. Che uno sia bello o brutto, poi, che valore ha? Ognuno è importante, nel giardino della vita”.
Dalia pareva soddisfatta delle mie parole e ho tirato un sospiro di sollievo. All’improvviso, però, eccola liberarsi dalla mia mano, dirigersi verso l’acero rosso, inginocchiarsi e tastare l’erba.
“Cosa stai facendo, tesoro?”
Dalia si era girata verso di me, porgendomi la mano per mostrarmi qualcosa.
“Hai ragione, mamma, nel giardino c’è di tutto. Ecco Mattia!”
Fra le sue dita c’era un insetto nero che agitava le sue zampine.
Con una certa fatica ho nascosto il ribrezzo e mantenuto intatto il sorriso. Per quanto non apprezzassi il comportamento di Mattia e aspettassi con fiducia che uscisse al più presto dalla sua fase dark, gli volevo bene e lo rispettavo, e vederlo paragonato a uno scarafaggio mi pareva davvero un’ingiustificata cattiveria. Il paragone di Dalia, però, inserito nel discorso che stavamo facendo, era perfetto.
“Beh, sì, quello è Mattia, se vogliamo…” ho detto allora, non senza provare un senso di colpa.
Dalia ha annuito, contenta. In quel momento tutto aveva la sua armonica collocazione: l’insetto, come equivalente del cugino Mattia e il cugino Mattia, come parte del Meraviglioso Tutto.

Un’altra delle sue indimenticabili domande Dalia me l’ha posta quando aveva circa dieci anni.
“Mamma, come si capisce chi ha torto e chi ha ragione?”
Mi sono sempre imposta con mia figlia di dare risposte precise e semplici, onde evitare malintesi, purtroppo frequenti specialmente con i ragazzini. Ammetto però che non è sempre facile riuscirci.
“Ha ragione chi fa, pensa o dice cose secondo coscienza,” ho detto.
Cos’altro avrei potuto dire lì, su due piedi? La risposta era difficile.
“Come mai mi chiedi questo, cara?”
“Oggi a scuola, durante la ricreazione, Sabrina ha dato una sberla a Giorgio e poi si sono dati un sacco di botte. La maestra era all’ombra che chiacchierava con le altre maestre, ed è arrivata di corsa”.
A quel punto Dalia si è fermata, come per cercare di darsi da sola una risposta. Poi ha ripreso.
“Siamo tornati subito in classe e la maestra ha chiesto cos’era successo. Tutti si sono messi a parlare e dicevano cose diverse. Non si capiva niente. Allora lei ha dato un colpo sulla cattedra e siamo stati tutti zitti. Poi ha detto: di chi è la colpa?”.
Non capivo il grande sconcerto di Dalia.
“Beh, qualcuno le avrà raccontato come sono andate le cose, no?”
Dalia ha sbuffato, come se avessi detto una sciocchezza.
“Sabrina ha dato una sberla a Giorgio, però Giorgio l’aveva chiamata sgorbio.”
“Bastava dire questo alla maestra, allora. No?”
“No, mamma, perché la maestra voleva che le dicessimo di chi è la colpa se si sono picchiati!”
“Allora direi che è di Giorgio, perché ha insultato Sabrina”.
“Ma lui ha detto che era uno scherzo, che gliel’aveva detto altre cento volte e lei sapeva bene che non era una cattiveria”.
“Allora la colpa è di lei,” mi sono corretta, “perché non ha capito che era uno scherzo…”
“Ma una può anche arrabbiarsi, no? Forse quel giorno non le andava di farsi chiamare in quel modo. Bisogna smetterla con quegli scherzi”.
Dove voleva arrivare, mia figlia? O meglio: cosa si aspettava da me?
“Allora, mamma, chi ha torto e chi ha ragione? Chi deve essere punito? La maestra ci ha detto di pensarci e di dire la nostra idea, domani”.
Un bel guaio, per me. Avrei dovuto parlarle dei punti di vista, della relatività dei giudizi e della difficoltà di essere obiettivi. Un dilemma anche per gli adulti.
“Beh…” ho cominciato a dire lentamente, per temporeggiare un po’, “io direi che è colpa di tutti e due. Da una parte Sabrina per il suo cattivo umore, dall’altra Giorgio per la sua boccaccia”.
“Cattivo umore e boccaccia, vabbè! Ma chi deve punire la maestra?”
Forse avrei dovuto dare la colpa a Giorgio, così, tanto per condannare certi comportamenti, e chiuderla lì. Ma non mi pareva giusto.
“Sai cosa, mamma? Aspetterò di sentire quello che dicono gli altri… e dirò lo stesso”.
Brutta scelta.
“No, no, Dalia! Non si sceglie mai così! Di’ semplicemente che non sai dare una risposta: questa è la verità”.
Pausa di riflessione.
“O.K.: se lo dici tu…”
Era delusa, lo sapevo.
Il giorno dopo ho atteso il ritorno da scuola di Dalia con una certa curiosità.
“E allora, come è andata? Hai dato la tua risposta alla maestra? Com’è finita quella storia?”
Dalia mi ha guardata con stupore.
“Ah, già, su chi ha torto e chi ragione… No, la maestra non ha chiesto niente. Sabrina e Giorgio giocavano insieme come sempre e nessuno si è ricordato delle botte di ieri”.
Non so dire se ci sono rimasta male o se ho provato sollievo. Ho lasciato cadere la questione, certamente, ma mi è rimasta dentro una certa insoddisfazione.

Ma torniamo a questa mattina. Dovevamo fare una mezzoretta di viaggio e il fatto mi preoccupava. Dalia ora ha dodici anni e i suoi dubbi sono sempre più complessi e impegnativi anche se, in compenso, ha una maggiore capacità di comprendere le mie risposte.
“Tutto bene, piccola?” ho chiesto.
Ho cercato i suoi occhi nello specchietto retrovisore e lei mi ha sorriso.
“Tutto bene…”
Il tergicristallo emetteva un rumore sottile, ritmico. Ho messo un po’ di musica.
“Senti, mamma, pensare consuma la mente? Voglio dire: se cammino consumo le scarpe e poi devo buttarle via. Le gambe della signora Erminia funzionano sempre meno, me lo dice tutte le volte che la incontro e dà la colpa alle scale. Tutto si consuma, insomma: giusto? Questo vuol dire, allora, che se penso troppo mi si consuma la mente e poi non funziona più?”
“Oh, no, Dalia! Le cose materiali si consumano, ma la mente no, per fortuna. Quella invece si rinforza con l’uso. Davvero! Più pensi e più i tuoi pensieri diventano ricchi e profondi”.
Questa volta il dubbio di Dalia non mi aveva messa in difficoltà. Bene.
Ho guardato di nuovo nello specchietto retrovisore e l’ho trovata a guardare ancora il paesaggio fuori dal finestrino.
“Se la mente, come dici tu, pensando migliora…” ha continuato con fare pensoso.
“Sì…?”
“Allora vuol dire che chi pensa tanto ha una mente fantastica”.
“Sì, direi proprio di sì. Quelli che usano tanto la mente sono spesso persone importanti e, man mano che vanno avanti con gli anni diventano sempre più interessanti”.
Dalia pareva soddisfatta. Ma poi di colpo si è rabbuiata.
“Senti, mamma: lo zio Gianni è uno che usa tanto la mente, che quindi funziona benissimo, vero? E se la mente funziona bene fa bene tutte le cose, vero?”
Era scontato che Dalia pensasse allo zio Gianni: è un cardiologo eccezionale, autore di libri di medicina ed è anche una gran bella persona.
“Certo, cara. Lo ammirano tutti”.
“Come mai allora è sempre triste? La zia Teresa ieri ti ha detto che deve prendergli delle medicine perché pensa sempre alla morte”.
Non dovremmo mai dimenticarci che i figli origliano!
“Guido invece…” ha continuato Dalia.
Guido è il nostro vicino di casa, un uomo maleducato e spocchioso. Si sente superiore a tutti per i soldi che ha ereditato, ma – tanto per capirci – non ha mai letto un libro in vita sua.
“Guido è tutt’altro tipo di persona, Teresa. Non vede al di là del suo naso,” ho risposto prontamente.
“Lo so, fa anche gli errori di ortografia, ma lui è sempre allegro e dice ogni momento: Ah! che bella è la vita! Allora una mente che funzione non serve a stare bene! Meglio essere come Guido”.

Per la prima volta, questa mattina, ho gettato la spugna.
“Non lo so, Dalia. Fammici pensare…” le ho detto.
Ma troverò la risposta?

CLAUDIA SFILLI
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