“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI –La scuola all’incontrario

di MICHELE CAPITANI

«In verità, a me piaceva andare a scuola, però poi c’era da aiutare la famiglia, e perciò dovetti lasciare. Eh, ne provai dispiacere, ma una volta era così che andava…»

La signora Anita ha sessantacinque anni ma si sta iscrivendo e sarà una nostra alunna. Si esprime con questi bei passati remoti, una forbitezza d’altri tempi, i tempi lontani in cui avvenne il suo forzato abbandono degli studi: «… però mi è sempre rimasta dentro un po’ d’amarezza, e anche la voglia magari di riprendere, un giorno o l’altro.»

Noi la ascoltiamo, subito affezionati a questa gentile nonnina che ci commuove e lascia ammirati coi suoi racconti:

«Ora i figli sono diventati grandi e così mi sono decisa a venire a prendere la terza media. Certo ho dovuto bisticciare con mio marito, che non è che volesse; lui dice che tanto non serve: “Ma ‘ndo’ vai!” mi dice.»

Quant’è inconcepibile e irritante che una persona si veda sminuita in questo suo nobile desiderio, tanto più se è un desiderio che le resiste nel cuore da mezzo secolo? Nobile perché ormai assoluto, scollegato da finalità lavorative o burocratiche. Eppure non siamo in una di quelle culture dove l’emancipazione femminile non esiste nemmeno come concetto, bensì in una normalissima città del Centro Italia, agli inizi del terzo millennio. La verità è che ci sono ovunque delle aree estesissime di sottocultura, tangenti o compenetrate ad ogni ambiente: misteriose regioni della vita familiare, lavorativa, sociale, dove l’istruzione è considerata un accessorio; per le donne, poi… sai quante volte abbiamo sentito dire “Ho smesso di andare a scuola perché mi ero fidanzata”?!

Detta brutalmente ma per dare l’idea: lande della società con un’istruzione incompleta, ambienti in cui è diffuso l’analfabetismo, non quello di un tempo, per così dire, ma quello funzionale, cioè il non capire discorsi un poco più argomentati rispetto a chiacchiere da bar, con tutte le ricadute che si hanno in primis sul saper ragionare, porre distinzioni, tenere presenti le eccezioni agli argomenti, e le sottigliezze, perciò sul capire bene cosa l’altro intendeva dire, o cosa davvero significa quel post o quel meme; e successivamente, conseguenze sulle decisioni da prendere (entrare in libreria oppure in un centro scommesse; dove mettere la crocetta dentro la cabina elettorale; supportare o meno il figlio che vorrebbe smettere gli studi, e tanti altri esempi). E magari non sentirsi in sistematica soggezione verso chi ha un titolo, o, come detto, verso la famiglia. Ma forse sto già volando alto: come dice un’amica che lavora alle poste: “Miche’, devi insegnare prima di tutto a compilare un modulo, non hai idea di quanta gente non ne sia capace. E ti parlo di italiani, eh!”

Forse in larga misura i molti milioni di nostri connazionali che non leggono libri corrispondono a quelli senza un titolo di studio, e a quelli che vivono in condizioni di disagio. Potremmo giungere a dire, forse, che non è l’Italia istruita a ospitare sacche in debito culturale e formativo, ma viceversa: è lo sconfortante paese dei non-lettori a tollerare la minoranza (il paese di troppa gente che non è stata educata a non chiudere il libro dopo poche pagine e immaginare che il tesoro si può svelare più avanti, e che è un bene che le frasi siano più complesse rispetto a come si ciancia in troppi programmi televisivi. Quei pochi che ogni tanto pigliano un libro in mano, si capisce). E mi limito alla lettura solo perché io insegno lettere.

Non era una digressione: era per spiegare che la valorosa Anita è un’eroina, non solo perché combatte contro la svalutazione subìta in famiglia (e ne conosciamo che sono denigrate e scoraggiate anche dai figli, non solo dal coniuge), traendosi quindi fuori da certe avvilenti statistiche, ma è un’eroina anche perché dimostra che si può eccepire alla peggiore conseguenza dell’avere un’istruzione incompleta: non rendersi nemmeno conto dei propri stessi bisogni. In lei la fiammella della curiosità, quasi spenta e soffocata, è rimasta però viva nei decenni, e chiede oggi a noi di ridarle in abbondanza tutto l’ossigeno che merita. Questa donna ci sta chiedendo di esaudirle il suo desiderio di far giustizia verso sé stessa.

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Donne come Anita sono solo una delle tipologie di persone che vengono nei Cpia, cioè le scuole statali per adulti; infatti, accogliere un nuovo iscritto significa anche trovarci di fronte, in qualche caso, ad adolescenti con ben più d’una bocciatura, e ormai divenuti alieni a tutte le scuole del Paese, nelle quali non tornerebbero mai, è evidente (non fosse altro che per non trovarsi a sedici anni insieme a dodicenni). Sono i peggiori, quelli che facevano ammattire i colleghi del mattino: bocciati in prima o seconda media, hanno poi iniziato a disertare le aule, quindi almeno un’altra bocciatura, infine l’abbandono definitivo, per starsene qualche anno in un limbo desolante fatto di motorini, raramente di un lavoretto, e in qualche caso di sostanze. In generale una vita scombinata, dove si va a letto alle cinque del mattino tirando notte con poco edificanti compagnie, e non si costruisce nulla. Sempre che non diventino hikikomori.

Altre volte, al contrario, ci troviamo di fronte ragazzi sui quali ci chiediamo sbalorditi «Ma questo che ci fa qui al serale?»: sono adolescenti o giovani adulti che in molte materie non hanno nessuna difficoltà, né problemi di relazioni o di comportamento; sono ragazzi che abbandonarono quasi sempre a séguito di spaccature familiari, in un ambiente spesso deprivante e poco interessato a mandarli a scuola. Il tipico genitore di questi sventurati è quello che ti dice, quando viene a iscriverlo: «Professo’, non è che andava male a scuola, l’hanno bocciato per le assenze», e io devo frenare l’impeto di prenderlo a sediate, perché a questi scriteriati non passa per la testa che le assenze dei figli non sono causa bensì conseguenza di altro, tanto che considerano quasi normale che un dodicenne molli il suo ambiente mentre tutti i coetanei vanno a scuola, trovandosi poi in una solitudine dove a fargli compagnia sono altre anime in pena, che marinano anch’esse, vagando senza costrutto.

Una solitudine in cui talvolta, purtroppo, non sembra esserci proprio nessuno: il caso limite, che spero con tutta la mia anima che sia tale, è quello di Serena, la cui sorella maggiore un giorno venne da noi e portò alla luce una storia che, invece della realtà, mi sembra tuttora un’allucinante e triste favola: Serena frequentò le elementari, a quanto pare senza problemi, fino alla quinta, che non poté superare, e già questo ha del romanzesco. Dopodiché abbandonò la scuola: incredibile è pensare a quella bambina lontana dalle scuole per tutti gli anni successivi: semplicemente nessuno l’ha più vista, dopo le elementari essendo sparita nel nulla per cinque anni. Elementari forse non completate, si badi… Un fantasma nel sistema scolastico nazionale, un cuore nascosto all’ambiente che sarebbe naturale per una bambina.

Inimmaginabile poiché l’immaginazione non riesce a congetturare nulla su una bambina già neet a undici anni: dai suoi undici ai quindici anni, senza studio, senza un’attività, quasi senza famiglia, cosa aveva fatto Serena? Quattro anni: un vuoto che sbigottisce, e in cui potemmo penetrare solo per pochi passi viste le reticenze della pur volenterosa sorella (che ha un altro cognome), la quale ci informò di questa storia, e ci disse solo che la madre era sparita, il padre naturale irreperibile, quello putativo quasi sempre lontano per lavoro. E poco altro, che però è opportuno non scrivere qui.

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Strane scuole, dunque, questi Cpia! Scuole pubbliche ma fatte al contrario della scuola dove siamo stati tutti, la tipica scuola in cui in classe ci sono, oltre a te, altre venti o trenta persone più o meno della tua stessa età, perlopiù italiani; sette o otto insegnanti che si avvicendano; una campanella maledetta alle otto del mattino e una angelica intorno all’una. È la scuola che comincia a settembre e termina a giugno, per alcuni anni. È la scuola nella quale a un insegnante può succedere di insegnare a una persona, e dopo trent’anni anni al figlio di questa. Insomma: la scuola. Ebbene, queste coordinate nei Cpia vengono capovolte, per le specialissime esigenze di chi viene da noi: gli alunni vanno dai sedici anni fino ai millanta; gli italiani di rado sono la maggioranza; si fa lezione soprattutto il pomeriggio; non dura anni e anni, anche perché a un adulto che ha tirato su una famiglia o un’azienda non vanno insegnate le stesse cose che a un ragazzino, al contrario: ci sarà da valorizzare ciò che già sa e che sa fare, il che frequentemente è tanta roba. E, come mi è successo varie volte, càpita di insegnare a un ragazzo, e l’anno dopo al genitore, o anche contemporaneamente!

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Infine: perché ci si iscrive ai Cpia? Anche qui vale la logica del capovolgimento: al mattino i ragazzi vanno perché hanno l’obbligo, mentre da noi gli alunni sono “utenza svantaggiata”, e hanno più di 16 anni: adulti e adolescenti, italiani e non, senza titolo di studio, e stranieri con difficoltà nell’italiano. Si ha bisogno della terza media per accedere alla scuola superiore, o per rinnovare una licenza, iscriversi a una graduatoria, o per avere uno scatto, o anche “solo” per conoscere, e per l’inesausto desiderio di riprendere un cammino innaturalmente interrotto, tanto tempo fa. Come la signora Anita.

Gli adolescenti ospiti di case-famiglia spesso sono stranieri, anche molto in gamba; altre volte sono italiani provenienti da situazioni di disagio, o per provvedimento del giudice. Gli adolescenti che invece vivono nella loro famiglia, o ciò che ne rimane, sono i più a rischio di abbandonare anche la nostra scuola: portati da un genitore minacciato dai servizi sociali (genitore che però poi scompare: molti nemmeno vengono a ritirare la pagella), questi ragazzi spesso ne seguono semplicemente l’esempio. Poi c’è lo straniero adulto che non ha occasioni di imparare l’italiano perché tra famiglia e lavoro vive sempre fra connazionali, o quello che deve richiedere il permesso di lunga permanenza, o vuole approfondire la lingua perché magari sta qui da vent’anni ma il congiuntivo o il “ci” e “ne” non li ha mai capiti.

Tutta questa umanità confluisce nel meraviglioso mondo del serale. Utenza svantaggiata è anche la popolazione carceraria, dal passato colpevole e devastato, dal presente indecifrabile e dall’avvenire incerto, a cui in questo libro ho dedicato doverosamente dei capitoli a parte.

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Cosa unisce i nostri alunni? Niente, si direbbe, e abitualmente anche a noi insegnanti viene da pensarla così, alle prese con la quotidiana difficoltà di creare gruppi coesi in un insieme che del tutto coeso non potrà essere mai (per l’età, per il vissuto pregresso, differenze linguistiche, difficoltà a frequentare regolarmente eccetera). Eppure qualcosa c’è… Basta poco: amicizie intergenerazionali e interetniche che si stringono dopo poche lezioni, o anche solo qualche chiacchierata, e tutti comprendono di essere accomunati dall’essere svantaggiati rispetto alle normali possibilità di studiare. Di essere marginali, almeno rispetto alla scuola “normale”.

Il fatto è che siamo tutti bastardi di confine: un confine tra dialetti o lingue diverse, tra scritto e parlato, tra comportamenti retti e sbagliati, e tra possibilità di scelta o deprivazione, ma purtroppo alcune persone hanno visto questa ibridazione portarli più verso una vita improntata su difficoltà a formarsi e impossibilità di scegliere. I nostri studenti, per quanto differenti siano le situazioni e le prospettive di recuperare certi scarti, sono utenza svantaggiata perché la vita li ha svantaggiati, anche l’ingegnere straniero che parla tre lingue ma che in Italia non può partecipare a un concorso perché i titoli stranieri non gli vengono riconosciuti; anche la donna straniera sposata a un italiano ma arrivata qui da poco, sa di essere sullo stesso confine dell’adolescente difficile: sono ambedue su un limite, che la scuola deve far loro oltrepassare, affinché entrino, o rientrino, nel tessuto sociale e lavorativo del Paese.

La scuola come porta d’accesso al Paese che rappresenta: non è affascinante? Se mi soffermo su questo concetto provo un forte orgoglio, poiché mi piace ricordarmi che i nostri alunni sono accolti dalle istituzioni di una Repubblica che vuole dar loro delle possibilità, e non c’è nulla di retorico in questo: è la prima, bella scoperta che fa l’italianissima “nonnina” Anita: scoprire che la scuola per cinquant’anni ha aspettato che tornasse ed è ancora qui per lei; come ha aspettato per cinque anni la ex bambina Serena, e ora accoglie i nuovi italiani Jaime, Olga e Ahmed.

Insomma, i Cpia sono scuole che sarebbero piaciute a don Milani, poiché si parte da un inderogabile complesso di eguaglianza fra tutti, al punto che scoprire di essere in qualche maniera ai margini, ma di esserlo insieme ad altri, dà spesso un’iniezione di autostima e moltiplica solidarietà, energie e motivazioni. Tutto ciò, in fondo, li aiuta a sentirsi accolti: una debolezza che è facile trasformare in punto di forza, e me ne accorgo ogni volta che arriva un adolescente: che egli ostenti un’aria tracotante, impaurita, o indifferente, io gli dico: «Guarda che in questa scuola non hai più scuse: tutti quelli della tua età hanno già almeno due bocciature!»

E quando gli si dice così, si lascia andare a un sorriso di sollievo.

MICHELE CAPITANI

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