STEFANO DAL BIANCO – PARADISO
a cura di PAOLA ANGELONI ♦
Si è vista la forza poetica di “ Paradiso” di Stefano Dal Bianco in una doppia “flânerie”, o passeggiata, che non accade per le vie di una città, con folla, ma avviene in un ambiente extraurbano: il bosco. Una doppia passeggiata di Stefano, l’io narrante, e del suo cane Tito. Analoga alla flânerie è la sua pratica poetica per il lento procedere, attraverso le varie stagioni, il vagare e il perdersi e la sorpresa per ogni nuova scoperta, in compagnia del suo cane Tito.
Sembra, o è vero, che il poeta abbia lavorato con registrazioni, ma cos’è questo “Paradiso”? È entrare nel bosco, osservare e sostare nella natura, dando una stabilità alle immagini e ai registri poetici a cui esse rimandano.
Provo a seguire questo percorso: si apre su isotopie presenti nell’analisi del testo, utilizzando “attori figurativi” (Greimas).
PARADISO
Mesi; Tempo meteorologico; Cielo, astri: Nuvole, tramonto, pioggia, aria, fine inverno, luna, gennaio, solstizio, vento, cielo, Orione, primavera, etc.
Strade; Paese; Paesaggio: Pianura, bosco, erba, fiordalisi, grano, querce, foglie, strade, campo, paese, alloro, laghetto, fiume, collina, etc.
Animali: Cane Tito, istrice, talpa, lepre, cinghiale, daini, etc.
O se preferiamo uno schema triadico:
- Logos: ambito del discorso poetico, il suo “tenore”, nel risvolto della soddisfazione dell’autore;
- Tempo, mesi, astri, cielo, strade, bosco, paesaggio;
- Animali: Tito il cane guida.
Abbiamo a che fare con un mondo “elementare”, quasi sempre uguale attraverso il tempo.
Il paradiso è una metafora che apre un flusso di energia tra il mondo umano e quello naturale e animale. Si crea, quindi, una circolarità dei rapporti con una poetica che supera la modernità letteraria più radicale. Vi è tuttavia un lato nascosto, dal quale si intravede appena la “polis”, il “polemos”, in altri termini il disordine e la vita collettiva di uomini.
Ecco il lato nascosto che si mostra:
“quanto più mi allontano dal paese
più, se ricordo, il tempo si dilata
come seguendo la legge del bosco…
ma non è l’indistinto a corteggiarmi, qui,
è il suo profumo, appunto,
che respirando entra
e intacca ogni memoria,
la sfalda, la ricostruisce
la restituisce a sé mentre svanisce.” (pag. 30)
È il privilegio di chi si lascia intontire dal sole, e scardinare dal vento… e sale, sale da dentro la voce del mondo: vi è stato visto lo stordimento animale di Heidegger: essere umani è eludere “questo schifoso guscio umano che ti assilla” (pag. 115) e sostare dentro la voce profonda della natura; non a caso il poeta segue il cane Tito, l’animale aperto al mondo, capace con il suo fiuto, con il suo olfatto di far sospendere al suo amico-uomo l’esilio dal mondo. Ora il paradiso è proprio la sospensione di questo esilio.
Questo paradiso per l’uomo era precluso, come rammenta la poesia che ricorda l’ultimo “esilio” di Francesco Petrarca ad Arquà. L’”acero di Arquà”.
…
“Non tenta di salvarsi
né si impone, fa
quello che deve fare
non ha un significato, è solo
solo nel suo chiuso riso,
paradiso.” (pag.23).
È una decostruzione del “significato”, che amplia la polisemia dei significanti di cui è ricco il paradiso.
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Assistiamo nel ‘900 ad una scrittura che vuole una decostruzione della tradizione. Ma la decostruzione comporta una ricostruzione. La filosofia antica si concepisce come contemplazione, la filosofia moderna come costruzione (Cartesio, Kant), nell‘’800 la filosofia inizia a concepire la decostruzione con Marx, Freud, Nietzsche.
“Nel ‘900 la decostruzione è dire cosa non va, ma devi proporre un’alternativa. E’ facile la critica, difficile è l’arte” (Maurizio Ferraris).
“Sicuramente vi è stato, nella concezione della critica letteraria (nel senso della critica dei testi, della loro analisi e interpretazione) un profondo spostamento, con le innovazioni di Barthes, Lacan, Derrida. E’ il sintomo di una inquietudine nei confronti della possibilità di dire. Per definire ciò Derrida usa il verbo “differire” che significa “rimandare a dopo” e il filosofo fabbrica la parola “differenza” (différance)” (Jean-Luc Nancy, Che cos’è la decostruzione?).
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Ma per tornare a “Paradiso”, al “paesaggio di Paradiso”, concluderei con il messaggio:
“Vagare in un paesaggio senza origine né fine non significa essere perduti. Non significa nemmeno trovare un altro fine. Significa altro, ancora ostinatamente, altro.” (Jean-Luc Nancy).
PAOLA ANGELONI

Lo sto leggendo, poi darò le mie impressioni.
Mi viene da sorridere: leggo il Paradiso nel giorno in cui oggi pomeriggio terrò all’Unitre la mia prima lezione sull’Inferno di Dante.
beh, in Paradiso ci arriveremo!
Maria Zeno
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Se leggi iin fondo all’articolo scrivo della decostruzione della tradizione. Ma Derrida fabbrica la Differance, ogni “parola’_Paradiso in Dante_ci rimanda ad altro ancora, ostinata ente ad altro ancora…
Con lla parola significante giochiamo(Wittgenstein) a fare la Psicoanalisi al nostro inconscio(Lacan) ❤️
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Ho letto 🙂
Decostruire per Ri-costruire, è anche la lezione dei grandi innovatori in letteratura…Il canone va conosciuto per poter essere sovvertito, per non parlare della decostruzione della pittura fino ad arrivare allo “scarabocchio” come atto fondante dell’espressione artistica.
Maria Zeno
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anche ai tagli di Lucio Fontana…
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Il taglio di Lucio Fontana è l’atto principe della dissacrazione pittorica:la profanazione della tela e porta poi con sé un grumo di simbologie psichiche oltre che estetiche correlate. Bellissimo questo dibattito sull’analisi delle poesie fatta da Paola e incentrato sul decostruzionismo. 👏👏❤️
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Penso soprattutto a Kandinskj che nel “conquistare” lo scarabocchio cerca di contattare il primo approccio del bambino con l’espressione visivo-grafica, l’associazione vista-riproduzione.
L’uomo si interroga su quando e come si formano le capacità espressive, ricordo ad esempio lo splendido “Il ragazzo selvaggio” di Truffaut che, dalla scoperta di un giovane vissuto nella foresta da solo , voleva caprire a ritroso come si forma il linguaggio…
Maria Zeno
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Pardon, Kandinsky, mi è sfuggita una lettera impropria…uno scarabocchio, appunto:-)
Maria Zeno
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Approfitto del rilancio dell’articolo per riportare in sintesi quanto ieri ci scambiavamo nei messaggi.
La geometria piana di Dal Bianco si muove sostanzialmente sulla “retta”, nel senso che le immagini, i suoni, le vibrazioni sonore sembrano lineari. A mio avviso è una precisa scelta espressiva che vuole esaltare l’armonia più che il sublime ( disturbo un attimo Kant).
In tal senso va anche la compagnia quieta del cane Tito, la cui presenza sposta il punto di vista in basso, nel senso spaziale, alla percezione di suoni, odori, vibrazioni altrimenti sfuggenti all’uomo.
Ne risulta un insieme poetico di grande armonia, di contatto non convenzionale con la Natura, il tutto valorizzato da un lessico e da una sintassi poetica delicati e di grande impatto emotivo. L’autore non ci colpisce con suoni invadenti, ma viene a trovarci là dove siamo, dove la nostra ricerca di poesia ci colloca.
Maria Zeno
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