“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – ‘A LIBBERTÀ

di MICHELE CAPITANI

Terzo giorno di scuola. Entrando, Vincenzo chiede senza discrezione:

«Ah professo’, se po’ beve’ l’acqua der bagno oppure ce stanno i sorci che se tuffano?»

Vincenzo è il classico adolescente sfrontato, che dà del tu a tutti (dovrò fargliela passare, ma non è detto che ci vorrà molto).

L’altro ieri l’abbiamo lasciato cuocere nel suo brodo: non appena aveva saputo che non si fuma finché non è ora di uscire, stava per dare in escandescenze, perciò l’abbiamo lasciato perdere perché sappiamo che le sue esplosioni sono potenzialmente devastanti: infatti si trova nella nostra scuola, pur provenendo dalla periferia romana, in quanto il giudice gli ha concesso la “messa alla prova”: uno strumento per spingere l’adolescente che ha commesso una scemenza a dimostrare che è stata appunto una scemenza e solo una, e se non ne combina altre forse gli verrà nettata la fedina.

Nella nostra città Vincenzo abita in una casa-famiglia con altri ragazzi, a cui pare proprio che la vita in comunità giovi (questi giorni l’ho addirittura visto aiutare in un compito Florian, coetaneo rumeno della sua stessa casa; fra tutti e due, mi sembrava la parabola dei ciechi ambientata sui banchi di scuola, ma mi hanno fatto ridere, e anche tenerezza).

Cosa ha combinato per finire sotto processo, Vincenzo me lo racconta molto presto durante una a ricreazione: già il fatto che non gliene importa niente di tenersi le cose dentro è un buon segno, unitamente a uno sguardo che cattivo decisamente non è, o almeno ne abbiamo visti di peggiori! Dalle parti di Termini, un giorno che era brillo, ha massacrato di cazzotti un tizio che aveva apostrofato la sua ex-ragazza; come gradevole accessorio si ritrova anche resistenza a pubblico ufficiale. Mi sembra che l’abbia capito, di aver rischiato grosso:

«Ah professo’, ho passato quattro giorni che nun te dico… Gli ho lesionato tutte e due le retine, e se la prognosi di quel tizio diventava peggiore, rischiavo er tentato omicidio».

E aggiunge: «Me tocca tre anni qua, in casa-famiglia co’ tutte le regole, devo anna’ a letto a le dieci eccetera, però martedì ci ho un provino pe’ ‘na squadra de calcio, proprio qui in città» (squadra in cui mi piace ricordare che giocai anch’io, a tredici anni).

«E poi, per esempio, se quarcheduno beve o fa a botte e io magari nun faccio gnente ma mi trovano lì vicino, me rimettono dentro. Insomma devo sta’ in campana e riga’ dritto».

Mi viene facile credere che ci creda, al suo nuovo percorso; e poi, se non gli si dà fiducia almeno all’inizio dell’anno… Tra l’altro, dopo il tono che si dava agli inizi, nelle settimane successive smette pian piano di fare lo spocchioso: avrà compreso che qui non c’è niente da cui difendersi, e magari si sarà accorto che lo stiamo a sentire e gli veniamo incontro (per esempio, non si deroga dalla regola del non fumare a scuola, però concordiamo con gli educatori della casa-famiglia che per un po’ di tempo uscirà un’ora prima).

*****

Nel frattempo, come alle volte capita nel meraviglioso mondo della scuola per adulti, con la sua incessante contraddanza di incontri fra gente curiosamente assemblata, in questi primi giorni assistiamo a una “toccante” scena, cioè si rincontrano due nostri iscritti, che già si conoscevano:

– il signor Romano, cinquantacinque anni, rubizzo e allampanato, impresciuttito nelle movenze, avvolto da un tenue ma fedele sentore alcolico, e già annunciato (dal cognome e dalle precise nozioni dei bidelli) come affezionato frequentatore delle patrie galere; ogni tanto si presenta a lezione talmente alticcio da addormentarsi dritto seduto al banco, come un busto di marmo del parco pubblico; addirittura gli succederà un giorno, appena tornato dal bagno, di sedersi al banco sbagliato!

– il signor Masini, secondino in pensione, che abbiamo già notato essere sempre vigile con chi si comporta male in classe o con chi ha la maschera più patibolare; un tipo distinto nell’abbigliamento, sufficientemente ignorante in tutto il resto.

Dunque il primo, arrivato a questo suo primo giorno di scuola proprio mentre tutti siamo in cortile, vede il secondo e gli fa, illuminandosi un poco nello sguardo etilico-acquoso:

«Ah Masini, ma che fai qui?»

«Quello che fai te».

«Ma che, semo compagni de classe?!»

«Non mi dire!» e via salameleccando.

Al che, occhiata ironica d’intesa tra me e il bidello Luigi, che ci diciamo:

«Dài, su, lasciamoli soli…»

Ho narrato di quest’incontro fra ex-secondino ed ex-detenuto per dire che la scuola per adulti ha a che fare anche con la galera (e non solo perché abbiamo le sezioni carcerarie); tra i nostri alunni infatti può esserci: chi in carcere c’è stato; chi c’è stato ma come guardia; chi c’è stato ma come insegnante; chi sarebbe meglio per tutti se ci andasse; chi ha un parente recluso; chi sta qui per convincere il giudice a non mandarcelo; chi ci finirà, probabilmente; chi ci finirà, senza dubbio; chi non ci finirà, anche grazie alla scuola.

*****

Pochi giorni dopo, nel mio gruppo-classe ci sono anche questi due adulti, e l’adolescente in prova Vincenzo. Do loro un racconto in cui uno scrittore ricorda la trepidazione per la notte di Santa Lucia nella sua infanzia in una cascina lombarda, e la scoperta dei regali al mattino dopo. Proprio come devo far riprendere loro confidenza con la penna (specialmente gli adulti), ovviamente ho da farglielo fare anche con l’ascolto e la lettura, e nulla di meglio d’un brano poco teorico, poco riflessivo, e molto narrativo, di lunghezza adeguata, e letto dal sottoscritto, con qualche domanda successiva.

Quel che a me più importa, a questo punto dell’anno, è come (e se) cercano le risposte dentro il testo, e ben vengano poi osservazioni, riflessioni, ricordi: servirà ad infiltrare cunei per crepare il ghiaccio tra di loro, e tra loro e noi insegnanti, dato che ovviamente alcuni sono ancora taciturni, o spaesati nel ritorno a scuola (c’è chi è stato in carcere e chi rischia di andarci, come detto, ma pure chi ha subìto bullismi, chi ne ha fatti, chi non si capisce bene dove dorma la notte, eccetera).

All’ora successiva, l’ultima domanda è rivolta a loro: si tratta di pensare al più bel regalo che abbiano ricevuto, o comunque uno che ricordano con piacere. Il signor Romano, insolitamente lucido, scriverà dei libri illustrati che i parenti gli regalavano quando era bambino; anche se non gli hanno evitato, da adulto, di finire in carcere, sono contento che oggi se li ricordi e ne abbia scritto e parlato davanti a tutti, anche se intrinsecamente ciò significa forse che nei decenni successivi della sua vita, di regali memorabili ne ha ricevuti pochini.

Nel gruppo degli adolescenti, invece, mi parlano piuttosto di regali come il motorino, il computer, e altre cose.

Vincenzo però, il borgataro della rissa a Termini, da quando ho posto la domanda al primo suo compagno, pare assorto, sembra altrove. Guarda fisso verso la finestra…

Temo di interrompergli un ricordo piacevole, se lo chiamo, però l’ho ignorato finora, e insomma il nostro lavoro è anche coinvolgerlo, no? Perciò alla fine chiedo anche a lui:

«Vince’, manchi solo tu».

Lui si gira, ha un’espressione ferma e seria, mi guarda ed esita ancora qualche secondo.

«Ce lo dici un bel regalo che hai ricevuto?»

E lui afferma, solidamente:

«‘A libbertà».

*****

Vincenzo dimostrerà di apprezzarlo davvero, quel regalo, col cuore e col cervello. Frequenterà con diligenza, e affezionandosi a molti, e tenendo sempre sotto l’ala quel suo compagno straniero che avrà molte difficoltà, non solo scolastiche.

Vincenzo sorriderà spesso.

Vincenzo sarà ammesso e frequenterà quella squadra di calcio, divertendosi e socializzando.

Vincenzo imparerà anche a dare del lei.

Senza avere alcuna colpa subirà un’aggressione da un compagno, alla quale non reagirà, e anzi verso quel compagno non avrà mai, neppure in seguito, nessun moto di rivalsa.

Poco prima degli esami Vincenzo sarà il più esilarante interprete della recita finale.

E dopo… dopo ci mancherà molto. Moltissimo.

MICHELE CAPITANI

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