RUBRICA BENI COMUNI, 81. SE LA STORIA È (AL) SINGOLARE (prima parte)

a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦

Ho detto altre volte che la lunga consuetudine di lavoro con le amministrazioni dei comuni della provincia di Viterbo, a cominciare dal capoluogo, mi ha abituato alla pazienza ed alla rassegnazione dell’attesa, nel mese di agosto, in cui è inutile programmare o sperare in una ripresa delle attività lavorative. Per quanto ci si senta pronti a ricominciare incontri e scambi di idee, avviliti dalla sosta che si prolunga quando si vorrebbero proseguire le cose rimaste in sospeso dai primi del mese, non c’è nulla da fare. Nemmeno «Sollevate e fermi!» Fermi e basta, ancora, fino al 4 settembre ovvero al giorno dopo il trasporto della Macchina di Santa Rosa. Finché la sfolgorante torre non è tornata alla sua chiesa, non c’è niente da fare! E niente si fa.

In questo clima di pausa che già mi ha fuorviato sui sentieri sonnolenti della “Partita a scacchi”, ho preso in mano e, questa volta, letto in modo sistematico un libro uscito da qualche anno – La Storia di Civitavecchia a cura di Giorgio Galeazzi, Typimedia, Roma 2019 – che dovevo ancora leggere ma che aveva già alcuni segni, sottolineature, asterischi e punti esclamativi sui margini di alcune pagine, dovuti ad una mia prima scorsa sommaria, fatta subito dopo l’acquisto, ma che poi avevo messo da parte.

Ho acquistato questo libro a settembre dell’anno scorso alla libreria Mondadori di Civitavecchia, mentre aspettavo d’incontrare un consigliere comunale con il quale mi ero dato appuntamento lì sul viale. Devo dire che normalmente ordino i nuovi libri su Civitavecchia presso la libreria “Dettagli” e ne conosco da tempo i proprietari, anche se solo di recente ho avuto il vivissimo piacere di incontrarvi la professoressa Maria Zeno. Periodicamente, previo appuntamento telefonico con “Gigi”, passo da piazza Leandra per gli opportuni aggiornamenti delle pubblicazioni della SSC, mentre durante gli anni di lavoro ero assiduo cliente della “Galleria del Libro” in via Traiana. Oltretutto, ci capitavo spesso, avendo frequenti occasioni di dover “conferire” per motivi di servizio in alcuni uffici da quelle parti (sull’argomento, l’amico Lettore può leggere il mio articolo “giallo” del 24 dicembre 2018 (Quel sereno semestre del Commissario Cosenza).

Normalmente, un metodo utile per capire i criteri e la struttura di un’opera storiografica è quello di esaminare la bibliografia pubblicata nella stessa e come è usata. Nel nostro caso siamo in presenza di una bibliografia mediamente ampia (46 titoli e 5 riferimenti a siti web), particolarmente documentata su alcuni autori, alquanto imprecisa nella citazione di altri e con alcune omissioni o mancate citazioni di cui sarebbe interessante conoscere i motivi. L’anno di edizione, come ho detto, è il 2019 (mese di settembre). Il titolo è perentorio: La Storia di Civitavecchia (dalla Preistoria ai nostri giorni), nello stile della casa editrice, Typimedia di Roma. Una casa editrice con un programma ambizioso: pubblicare in una articolata collana “la Storia” di tutte le città d’Italia, come Le Cento Città d’Italia illustrate, la collana di monografie pubblicate prima nel 1887-1901, illustrata da disegni, e per la seconda edizione nel 1924-1929, corredata da fotografie, in 300 fascicoli. Per “La Storia d’Italia”, la Typimedia ha già pubblicato le monografie di quasi 60 città, oltre a “la Storia” di vari quartieri per le sotto-collane de “La Storia di Roma”, “La Storia di Milano” e “La Storia di Firenze”.

Nella sterminata casistica delle storie urbane di metropoli, città, paesi e borghi di ogni parte del mondo, oltre alle guide di tipo turistico (spesso precisi ed esaurienti manuali del patrimonio storico-artistico di quelle località) ed alle trattazioni di carattere specialistico sotto determinati punti di vista, questo tipo di prodotto informativo può avere, semplificando, tre caratteristiche e quindi tre tipi di titoli. Quindi, abbiamo «La Storia di …» (come nel caso in esame), che pretende di essere “tutto”, quella intera, completa, senza altre possibilità. C’è poi il tipo «Storia di …», senza l’articolo determinativo, ed è la soluzione scelta, ad esempio, da Carlo Calisse per la sua opera imponente.

È anche la soluzione preferita da altri autori (o curatori), che dichiara senza equivoci di cosa si tratta, ma non mostra la presunzione di essere un prodotto unico e definitivo. Ancor meno presunzione e, invece, maggiore obiettività, se non più consapevolezza, la dimostrano quegli autori e curatori di lavori che vengano intitolati: «Una storia di …» o con enunciazioni simili, chiaramente esplicite di essere contributi di approfondimento o di precisazione e correzione, di quel vasto, complesso e indefinito insieme di fatti, date, personaggi, singoli e masse, con momenti di specificità ma in continua evoluzione, della vicenda storica (politica, sociale, culturale, artistica, demografica, etnografica e così via) di una determinata entità geografica o amministrativa.

Personalmente, ho evitato di entrare in trattazioni tali da avere una connotazione storiografica che non fosse rivolta – con dettagliato supporto cartografico – alle modificazioni fisiche di un certo territorio nel corso del tempo, cercando di individuarne i motivi, le cause, le implicazioni e gli effetti: ho quindi raccolto delle «note» (appunti, dati e date), «per la storia urbanistica» (interpretata su basi di tipo professionale), in alcuni casi anche finalizzati ad una sua «revisione critica» (un termine molto apprezzato e fatto proprio da altri studiosi). In diverse occasioni, ho cercato di riassumere proprio quella che, a mio parere, è una particolarità del luogo preso a oggetto del libro di cui ho iniziato a parlare. Particolarità che rende improprio (sempre a mio parere) il titolo «La Storia di …», tanto più che – a leggerla – è trattata come sequenza (non “somma”, mi pare) di episodi particolari, visti e narrati con ottiche particolari.

Già nella sua Prefazione datata 23 gennaio 1985 alla prima edizione di Chome lo papa uole…, appunto le mie Note per una revisione critica della  storia urbanistica di Civitavecchia (non citato nella bibliografia del libro di Typimedia), il Presidente Ca.Ri.Civ., Dott. Vittorio Enrico Tito, aveva scritto:

«Tra gli innumerevoli centri minori che impreziosiscono l’Italia con i tesori artistici e le antiche ve- stigia del loro passato, Civitavecchia occupa oggi, purtroppo, un posto secondario, a causa delle distruzioni subite nella seconda guerra mondiale. Poco rimane, almeno a prima vista, dei suoi monumenti, della sua struttura urbana originaria e delle opere che l’adornavano. Poche città di analoga importanza, tuttavia, possono vantare tante opere storiografiche dedicate al proprio passato, quante ne annovera la nostra città: dalle storie locali del ’700 e dell’800 fino a quella monumentale di Carlo Calisse, dalle monografie a sfondo politico degli Anni Trenta ai più recenti studi su aspetti o periodi particolari della lunga e singolare vita di questo centro portuale. Il volume di Francesco Correnti che la Cassa di Risparmio di Civitavecchia licenzia ora alle stampe non è un’ulteriore narrazione dei noti fatti avvenuti dalla lontana fondazione di Centumcellae da parte di Traiano e neppure una settoriale analisi di tipo specialistico. Benché la ricerca illustrata dall’Autore sia sempre orientata con coerenza nell’ambito urbanistico, l’opera fornisce una visione d’insieme della storia di Civitavecchia del tutto nuova, ponendosi come fondamentale reinterpretazione degli avvenimenti e come vera e propria scoperta d’un passato, ignorato o travisato fino ad oggi.»

A mia volta, nel Capitolo primo del Volume secondo del mio libro (pp. 9-14), il capitolo «Civitavecchia: quante storie!», avevo tracciato un riassunto della produzione bibliografica sull’argomento, che mi sembra utile trascrivere qui di seguito per comodità del Lettore, nonostante la sua lunghezza. Mi interessa, soprattutto, far comprendere il mio punto di vista.

«In effetti, Civitavecchia può vantare una serie di opere, sulla propria storia, che raramente centri similari possiedono. Nello stesso secolo del Molletti, dopo le sue Antichità e Memorie, appaiono quasi contemporaneamente a Roma, nel 1761, l’Istoria dell’antichissima città di Civitavecchia scritta dal marchese Antigono Frangipani, Nobile Romano Conscritto e capitano col comando in capite della truppa pontificia di sbarco sopra li bastimenti da guerra papalini ed il volume Delle antiche Terme Taurine esistenti nel territorio di Civitavecchia, dissertazione in cui si premettono le memorie cronologiche di essa città e trattasi in fine delle native, ed avventizie qualità di sua atmosfera di Gaetano Torraca, Dottore di Filosofia e Medicina. Nel 1837 viene pubblicata, a Prato, la breve ma corretta monografia di Pietro Manzi (1785-1839) dal titolo Stato antico ed attuale del porto, città e provincia di Civitavecchia. Nel 1853 vede la luce postuma, a Roma, la Storia di Civitavecchia dalla sua origine fino all’anno 1848, scritta da Monsignor Vincenzo Annovazzi, Arcivescovo d’Iconio (1779-1850), fortemente influenzata dallo stato sacerdotale dell’autore.

«Una storia indiretta di Civitavecchia, delle sue fortificazioni e dei fatti d’arme marinareschi che la videro implicata è contenuta nell’opera monumentale di Francesco (padre Alberto, da domenicano) Guglielmotti (1812-1893), dapprima apparsa sotto i singoli titoli dei vari saggi e poi riedita in dieci volumi, a cura della Tipografia Vaticana, tra il 1886 ed il 1893, come organica Storia della marina pontificia (dal Medioevo al 1807). Una citazione a parte va fatta per i numerosi capitoli in cui il domenicano francese Jean-Baptiste Labat (1663-1738), essendo vissuto a Civitavecchia dal 1710 al 1716, descrive – nei Voyages en Espagne et en Italie – la città dei suoi tempi, ne riassume la storia, ne illustra le fortificazioni, i palazzi, le chiese, i costumi ed i personaggi, fornendoci un quadro completo e prezioso della vita cittadina, condito da una pungente ironia. Pubblicati, in otto tomi, a Parigi nel 1730 e ad Amsterdam nel 1731, i Voyages sono rimasti di fatto sconosciuti ai Civitavecchiesi fino ai nostri giorni, anche se già il Guglielmotti e poi il Calisse ne citano alcuni brani.

«Finalmente, dopo una prima edizione del 1898, Carlo Calisse (1859-1945) dà alle stampe nel 1936, in Firenze, la sua fondamentale Storia di Civitavecchia, in un volume di 867 pagine corredato da un’imponente documentazione bibliografica, che è e rimarrà l’opera storicamente più completa e letterariamente più pregevole sulla città. Purtroppo, anch’essa, in alcune parti, non è esente da errori. Anzi, proprio all’indiscussa autorità del- l’autore, si vede l’avallo e la diffusione di alcuni tra i più gravi travisamenti della storia cittadina, soprattutto per quanto riguarda l’attribuzione alla città portuale dei documenti (relativi ad un periodo di quasi seicento anni) pertinenti alla nuova Centocelle di Leone IV, dove furono trasferiti i profughi della “vecchia”, distrutta e resa impraticabile dalle incursioni arabe del IX secolo.

«Carlo Calisse chiude, degnamente, l’elenco degli storiografi municipali che possiamo chiamare “classici” e che, in un crescendo di scientificità e attendibilità, hanno formato quel corpus di documentazione su Civitavecchia, particolarmente vali- do per gli avvenimenti più vicini all’epoca degli autori, che non può essere ignorato da chi voglia ripercorrere consapevolmente la lunga vicenda storica della città o vi voglia trovare elementi per sviluppare riflessioni o studi specialistici.

«A questo insieme di storiografie, interessante di per sé stesso anche dal punto di vista sociologico e della storia di questo genere letterario, può essere ancora aggiunta un’opera, pur se rivolta al solo aspetto archeologico e, quindi, limitata alla trattazione delle età più antiche, fino all’epoca bizantina: mi riferisco al volume Centumcellae (Civitavecchia) – Castrum Novum (Torre Chiaruccia), pubblicato a Roma nel 1954, nella collezione “Italia Romana: municipi e colonie”, da Salvatore Bastianelli (1885-1975), studioso locale cui si devono, tra l’altro, interessantissimi appunti su innumerevoli ritrovamenti nel territorio, che però hanno potuto essere resi noti solo dopo la sua morte. In quest’opera, riassuntiva di molte precedenti comunicazioni, il Bastianelli ha fornito una ricostruzione della città romana e del suo porto, a volte discutibile, ma ricca di annotazioni e osservazioni derivanti dalla diretta conoscenza dei reperti archeologici (spesso, oggi perduti), per cui costituisce un’indispensabile base per ogni studio sull’argomento. In questo senso, non può essere taciuta l’attività di altri studiosi civitavecchiesi, come Fernando Barbaranelli (1907-1978), Fernando Cordelli (1899-1960) e, per quanto riguarda gli studi sul porto, Francesco Cinciari (1890-1980), che hanno lasciato un ricco patrimonio documentario di apporti alla storia locale.

Beni comuni 81.1. Figura

«I lavori e contributi delle ultime generazioni di studiosi che hanno finalizzato le loro ricerche all’approfondimento della storia di Civitavecchia, sotto diverse angolazioni, rappresentano una nuova fase degli studi; quella, appunto, dell’indagine mirata ad argomenti specifici, della rilettura degli avvenimenti alla luce delle aggiornate ed ampliate conoscenze, della revisione critica di precedenti impostazioni ed interpretazioni. Questo nuovo ciclo di ricerche si apre con la monografia Civitavecchia, il porto e la città di Pietro Attuoni, pubblicata a Roma nel 1958, in “Memorie della Società Geografica Italiana”, e con il saggio La città medioevale di Centocelle di Odoardo Toti, apparso nello stesso anno a cura dell’Associazione Archeologica “A. Klitsche de la Grange” di Allumiere. Si tratta di due lavori molto diversi, che tuttavia ben testimoniano il rinnovamento dell’approccio al tema storico. Il primo fornisce un’esauriente sintesi delle conoscenze sulla città, impostata con un maggiore rigore rispetto a simili pubblicazioni edite in epoca fascista4 e inserendola in un’analisi demografica e socio-economica che apre prospettive per lo sviluppo delle attività portuali con grande anticipo sui tempi. Il secondo affronta, sia pure prendendo spunto da osservazioni contenute in pubblicazioni edite da tempo (ma rimaste completamente ignorate a Civitavecchia e, quindi, senza effetti sull’evoluzione degli studi), la revisione metodica di quanto sostenuto dal Calisse circa l’immediato abbandono della città di Leone IV e la conseguente precoce rinascita del centro portuale. Si rinnega, così, una tradizione secolare e si distrugge il mito del vecchio marinaio Leandro, suscitatore dell’ottimo consiglio del ritorno alla vecchia città: lo stesso significato dello stemma municipale è posto in discussione. La prima edizione del saggio del Toti, peraltro, ha avuto pochissima eco e solo negli ultimi vent’anni, con la critica sistematica alla storia tradizionale, aperta da alcuni studi6, si è potuto riscontrare il diffondersi d’una conoscenza aggiornata alle revisioni introdotte dai diversi contributi.»

Questo, dunque, il panorama delle “Storie di Civitavecchia” a me note tra il 1975 ed il 2005, con riferimento alle raccolte di “Notizie storiche”, messe deliberatamente insieme da qualcuno, proprio con lo scopo, patriottico o di altro genere (per esempio, didattico, scientifico, di autopromozione e prestigio, commerciale, in qualche caso denigratorio o altro), rimaste inedite o pubblicate. Della vastissima produzione successiva ho dato qualche ragguaglio in alcuni articoli, tentando anche di fornire, in due puntate della rubrica del novembre 2022, «un primo scaffale virtuale» delle opere storiografiche più note.

Il Lettore voglia considerare questa succinta esposizione solo un preambolo esemplificativo. Nella seconda parte di questa puntata, che è stata suddivisa in due parti per non avere un’esposizione troppo lunga degli argomenti, che appesantiva la lettura, entreremo nell’analisi commentata del volume, cercando di verificare il tipo di opera storiografica cui appartiene e, se possibile, quali intendimenti avevano l’autore e l’editore e di quale natura fossero.

(1 – continua)

FRANCESCO CORRENTI

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