RUBRICA BENI COMUNI, 79.LA MIA CLASSE
a cura di FRANCESCO CORRENTI ♦
Posso dire senza tema di smentita che solo qualche sciocco invidioso non riconosce la classe innata con la quale, con i coetanei della mia classe del liceo classico, la classe di ferro 1939, rappresentiamo la classe sociale cui apparteniamo, a cominciare dalla classe operaia che va in paradiso e proseguendo con tutte le altre classi nessuna esclusa, nella lotta di classe contro la pedissequa classificazione, operata da sprovveduti naturalisti, nella classe del regno animale detta dei mammiferi, quasi che il fatto di “portare (latino fero) mammi (?)”sia una caratteristica sufficiente, anche se spesso effettivamente associata ad altri fattori concomitanti che ci vedono «senili» e a volte «senatôrii», ma trascurando la lontananza dalla pineta di Classe, insieme arboreo situato nel territorio di Classe, che è una frazione del comune di Ravenna di circa duemila abitanti, il cui toponimo deriva da Classis, in latino «flotta», perché «là dove ora c’è una città» non c’era l’erba ma l’acqua ed un porto che ospitava una delle due flotte permanenti della marina militare dell’Impero romano e poi la sede della flotta di Costantinopoli in Occidente durante l’epoca bizantina, per cui vi è una innegabile continuità visto che al fitto coacervo degli alberi delle galee romane, le triremi della flotta ravennate (l’altra era la misenate), idealmente assimilabili alla foresta di pila, ossia di «lance», dei legionari imbarcati, cui si sono poi sostituiti i tronchi delle conifere (pini domestici),oltre a quelli di lecci, farnie e carpini, «tal qual di ramo in ramo si raccoglie per la pineta in su ’l lito di Chiassi, quand’Eolo scilocco fuor discioglie» (Divina Commedia, Purgatorio, Canto XXVIII, 19-20).
E qui – dopo aver chiesto scusa per questo inizio forse influenzato dall’afa di questi giorni – riprendiamo fiato, notando che abbiamo richiamato quasi tutte le “accezioni” del termine «classe» riportate nel dizionario. Che poi sono davvero numerose: il Dizionario Treccani, ne elenca 11 principali, con alcune che si suddividono a loro volta in due o più sottoclassi con altri significati, per un’ulteriore dozzina ed anche più di casi. Per non dire dei diminutivi (classetta, classettina, cui aggiungo classuccia e classucola) e dei peggiorativi (classaccia, ma pure classastra), non rinunciando neppure all’accrescitivo classona. Nota il ben noto dizionario di cui sopra che si tratta di termini «tutti con riferimento quasi esclusivo alle classi scolastiche». E proprio alla “mia” classe scolastica io ho pensato, quando ho passato in rassegna i possibili argomenti da proporre come tema della nuova puntata di questa rubrica (a proposito, mi chiedo: ma questa è una rubrica?), dopo quelle dedicate alla attualità della politica locale d a qualche “curiosità” tratta da ricordi di viaggio o di lavoro. In effetti, le recenti elaborazioni grafiche cui ho dedicato del tempo, sia per l’abitudine a scarabocchiare qualcosa in continuazione sia per la pausa forzata impostami ancora una volta irritualmente nelle “cose serie” che mi sono impegnato a concludere entro breve, con quel reticolo regolare che ho cominciato a inserire nel rettangolo aureo della copertina dalla puntata n° 68 (Confratelli) del 1° febbraio 2024 e con qualche successivo aggiustamento dimensionale, fino a raggiungere la pienezza della quadrettatura con la puntata n° 74,mi hanno rammentato le pagine dei “compiti” di tutti gli anni scolastici. Alla varietà policroma di quelle copertine, ho quindi sostituito la bicromia (brunelleschiana?!) del bianco e grigio(attenuazione del classico bianco e nero) ed ecco pronto il foglio del mio quaderno a quadretti (copertina nera martellata e taglio rosso), pronto per la puntata di oggi.

La mia classe. La mia classe, intendendo sia l’ambiente scolastico frequentato abitualmente da un gruppo di studenti coetanei per un dato corso di studi (cioè l’aula), sia quel gruppo stesso nel suo insieme, unito da qualità omogenee che ne caratterizzano i comportamenti e i sentimenti, dando luogo ad un senso di appartenenza, è (e sottolineo è) la III liceale A dell’Istituto Massimiliano Massimo alle Terme, quale si è “consolidata” alla maturità classica nel 1957,dopo la condivisione delle vicende quotidiane – che si estendevano di fatto a tutti gli altri aspetti della vita – del triennio e, per molti di noi, risalivano ai cinque anni delle medie e del ginnasio o addirittura all’altro quinquennio delle elementari. Che per quelli della mia classe – intesa stavolta come anno di nascita, il 1939 – faceva datare l’inizio della conoscenza e quindi dell’amicizia al settembre del 1945, quando ancora eravamo nel Regno d’Italia, però con un governo di unità nazionale presieduto dall’ex comandante partigiano Ferruccio Parri e composto da Democrazia Cristiana, Partito Comunista Italiano, Partito Socialista di Unità Proletaria, Partito Liberale Italiano, Partito d’Azione (quello del presidente) e Partito Democratico del Lavoro.
Fisicamente, l’aula era al terzo piano del palazzo, il piano nobile, che era quello del Liceo (solo Classico), molto alto, sopra al piano seminterrato dei servizi e dei laboratori ed al piano rialzato dell’aula magna delle mostre, della Presidenza, Segreteria generale, palestre, il grande cortile (con il busto in bronzo su base di granito del Fondatore padre Massimiliano Massimo S.J.) e suoi portici e palestra di pallacanestro aperta, con i locali della Congregazione Mariana e la sua Cappellina. Allo stesso terzo piano c’era la grande Cappella dell’Immacolata con la Sacrestia e l’appartamento del padre Giuseppe Massaruti, decano dell’Istituto, la Cappella delle Medie, il Teatro e relativi servizi, la Sala dei Professori, il Rettorato e l’aula speciale ad anfiteatro per le lezioni del professor Ruggero Faure di Storia Naturale e di Chimica e Fisica, preceduta da salette con vetrine ricche di animali impagliati, minerali, vetri da esperimenti e gessi di piante o spaccati del corpo umano. Il quarto era un piano ammezzato, dai soffitti bassi e le finestre quadrate, con un corridoio di distribuzione quadrilatero e le camere dei padri, affacciate sia all’esterno, sui quattro lati, sia verso il cortile interno, insieme ai servizi. Il piano sopra, il quinto, era quello delle Medie e del Ginnasio, con belle aule ma meno ampie ed alte. Infine il sesto piano ospitava le camere di altri padri, dei fratelli e coadiutori, non sacerdoti, e di eventuali novizi.
Il terrazzo sommitale era immenso. Tutt’intorno era l’orizzonte di Roma come si poteva vedere nel profilo perimetrale della vicina sala delle Terme di Diocleziano che ospitava il Planetario, ma questo vero, con i Monti Tiburtini e le alture dei Castelli e Rocca di Papa verso sud, le cupole lontane e vicine tra cui il “nostro” Gesù e quelle “massime” vaticane, e le altre emergenze ben riconoscibili, la torretta del Quirinale con le bandiere al vento, San Carlino e Trinità dei Monti, il campanile neo-medioevale della “chiesa americana” (St. Paul’s within the Walls, San Paolo dentro le Mura, protestante episcopale, dell’architetto George Edmond Street, anni 1873-1880). Subito sotto, a sinistra, a iniziare da piazza Esedra, il grandioso complesso delle Terme di Diocleziano con la michelangiolesca basilica di Santa Maria degli Angeli e il Museo Nazionale Archeologico, dietro ai quali spuntano gli edifici del Grand Hotel, dei moderni magazzini CIM e la grande volumetria del Ministero delle Finanze. Poi, la piazza dei Cinquecento, creata dopo l’arretramento di oltre 200 metri della stazione centrale ottocentesca e la costruzione del “dinosauro”, la pensilina che dal 1950 accompagna le Mura Serviane.
Proprio di fronte, sul lato opposto della piazza, dietro il tratto di mura, sormontato in prospettiva dalla grande statua dorata – molto luccicante – di Cristo Redentore, sul campanile della basilica salesiana (voluta proprio da San Giovanni Bosco) del Sacro Cuore di Gesù, il palazzo di uffici delle Ferrovia, con una apertura per il passaggio dei tram (le strade sono tutte coperte da una fitta ragnatela di fili elettrici con tiranti e supporti vari, per le tranvie ed i filobus, ed è frequente che in certe curve il pantografo si stacchi, il mezzo si fermi e ne discenda il fattorino-bigliettaio che giostra con due fili per riagganciare i contatti). Su quelli, come pure sui parapetti della terrazza massimina, sono stati installati i primi grandi impianti pubblicitari al neon che altereranno il secolare panorama della capitale. Il “Bel Paese” della Galbani, i panettoni di Motta e Alemagna, forse il “Formaggino Mio” e altri prodotti che non ricordo sono i protagonisti di quelle grandissime “réclame”, che mi incuriosiscono per i materiali “nuovi” che vi sono impiegati, i cui residui, pezzi di fili elettrici in vari colori, frammenti di ganci, barrette di plastica e simili, vengono a far parte degli oggetti delle mie piccole collezioni. Questi trovan posto accanto ai modellini da me fatti in plastilina di nuraghe, se si e dolmen su basi rettangolari di sughero da presepe ed alle scatole con coperchio in vetro degli insetti (soprattutto coleotteri e lepidotteri) raccolti in campagna, in Sicilia (sistemati con metodi scientifici appresi dai manuali di entomologia della Hoepli e della francese Bubée o direttamente al Museo Zoologico di via Ulisse Aldrovandi, dove trascorro molte ore a riempire quaderni di appunti), con tanto di etichette prestampate “Collezioni Francesco Correnti – Roma”(cartoncini da 20 x 40mm) per il nome scientifico (di norma, tassonomia di Linneo), spilli in acciaio antiruggine con capocchia dorata e cilindretti per il paradiclorobenzolo che adopero come antitarme.
Allora, nei mesi di preparazione all’esame di maturità, nell’anno scolastico 1956-57, quale curatore di disegni, caricature e articoli sia per il giornale di classe sia per la rivista trimestrale dell’Istituto fin dalla prima media (1949), insieme ai due compagni che avevano come me una discreta abilità di disegnare, Francesco M. Borga e Masolino d’Amico, ho anche preparato il materiale per il fascicolo Dalla A alla Z (dall’Alfani allo Zanchini). La III A se ne va, «Numero unico di addio al Liceo consacrato alla loro aula diletta e venerata, che condivise le avventure liete, tristi e tragicomiche di trentacinque giovani esemplari per la nobiltà e la generosità dell’animo, dai candidati alla maturità classica nell’anno 1957, dolenti di non potere a più splendido e duraturo monumento raccomandare il caro nome e la memoria di tante virtù. Questo giornale vuol essere per noi che stiamo per lasciare tutto ciò, un ricordo tangibile dei nostri professori, dei nostri compagni e della nostra attività durante il corso liceale».
Del fascicolo, con l’aggiunta nel titolo della frase «Quarant’anni dopo», saremo ancora noi stessi tre, con altri compagni (Gianfranco Caligiuri, Marco de Strobel, Paolo Frajese, Marco Marini, Massimo Re, Roberto Vaselli, Gianni Violati), a curare una ristampa aggiornata con disegni, articoli e varie amenità storiche, nel mese di agosto 1997, distribuita nella ricorrenza dell’inizio delle lezioni, durante una bella cerimonia nella stessa sede dell’Istituto, Palazzo Massimo alle Terme (arch. Camillo Pistrucci, 1883-87), divenuto nel frattempo (arch. Costantino Dardi) parte del Museo Nazionale Romano. Oggi, trascorsi altri ventisette anni che hanno visto la nostra amicizia mantenuta e confermata da incontri mensili e da frequenti iniziative culturali comuni, molti dei compagni ci hanno, uno alla volta, preceduto in quel passaggio finale oggetto d’ammonimento evangelico dal primo giorno di scuola.

«Estote parati!» con le diverse traduzioni: Siate pronti, soyez prêt, be prepared (il motto di Robert Baden-Powell per i suoi scout, nel 1908), esté preparado, Bereitstehene così via, erano per noi ragazzi, alunni dell’Istituto, parole di cui comprendevamo bene il significato, in entrambe le espressioni del Vangelo di Luca e di quello di Matteo, leggermente diverse ma riconducibili al monito di un’altra parabola: «Vegliate, perché non sapete né il giorno né l’ora». Dove quell’ora era la stessa che veniva continuamente richiamata e noi ripetevamo nelle preghiere in varie occasioni: «hora mortis nostrae», «l’ora della nostra morte». Pronunciata con accento solenne in cappella dal sacerdote, ogni mattina, prima delle lezioni, l’esortazione a prepararci alla venuta improvvisa del Figlio dell’uomo, a non farci sorprendere come le vergini stolte in attesa dello sposo, pur nell’astrattezza arcana del linguaggio, ci dava con chiarezza il senso dell’incertezza della nostra vita e dell’inesorabilità della sua fine, tanto più se – come era accaduto a me – avevamo avuto le prime esperienze dolorose della perdita dei nonni. Ma, diversamente da oggi, allora quella idea di «fine» riferita a noi stessi era vaga, lontana, indeterminata. Attenuata e addolcita in un remoto futuro dalla serena visione del Cantico di Francesco: «Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale, da la quale nullu homo vivente pò scappare: guai a quelli che morrano ne le peccata mortali.»
Al tempo, ci preoccupava di più non essere pronti alle interrogazioni dei professori, durante la successiva mattinata, per non aver finito a casa una traduzione o per esserci distratti durante una lezione i giorni prima. Prontissimi sulla puntualità aneddotica di Immanuel Kant, avevamo qualche lacuna sulle antinomie e delle incertezze sul trattato Per la pace perpetua (Zum ewigen Frieden. Ein philosophischer Entwurf), mentre pure alcuni brani delle Eumenidi di Eschilo ci sembravano assolutamente incomprensibili e intraducibili senza astruse metafore! Per contro, avevamo trasformato alcune frequenti domande di padre Costanzo Bizzochi in ritornelli di canzoncine scherzose, del tipo: «Al di là della Baviera, che c’era? che c’era?» e ci divertivamo così, con simili cori demenziali, negli intervalli, liceali in giacca e cravatta sulla via della maturità.
Vedo però giunto il tempo e il giorno e l’ora di por termine alle reminiscenze scolastiche, onde non consolidar nei Lettori la convinzione che i miei vaneggiamenti abbiano il fine fin troppo palese di “menare il can per l’aia”, per cui non mi sospingo a ricercar significati al verbo, più o meno menando fendenti o menando e schiaffeggiando studenti, seppur menando per mano, sul Meno (am Main), fino all’Aja (Den Haag) e ad Amsterdam, senza guinzaglio, il fedele Fido oppure il Gran Khan dei Mongoli, attento a non tornare ad Königsberg ad aspettare Kant e rimettere l’orologio che ormai non si porta più perché abbiamo il cellulare, ma potremmo, senza volere, proprio su uno di tali furgoni polizieschi essere “caricati” a Genova e senza tanti complimenti “imbarcati” in qualche avventura. Così “approdiamo” alla undicesima accezione treccaniana (tre Khaniana) del termine “classe”, nel significato (letterario) di «flotta», «armata navale»: Le poppe volgerà u’ son le prore, Sì che la classe correrà diretta (solito Dante). Io mi appellerei alla mia conoscenza del Sepolcreto dei classiarii, divenuto poi di quegli altri disgraziati da cui prese il nome di Prato del turco, li ho disegnati entrambi, e utilizzerei il quadrettato della copertina, con piccoli aggiustamenti, per farne la kefiah di Yasser Arafat (io c’ero, quel giorno, nella mia Aula consiliare da poco inaugurata, e l’ho visto da vicino), pronto a mostrare il libro (Ucelli, Guido, Le navi di Nemi, a cura del Reale Istituto di Archeologia e Storia dell’Arte, La Libreria dello Stato, Roma, aprile dell’anno MCMXL-XVIII E. F., esemplare numero 443/500, pp. 420, 6 tavv. col., IX tav. b.n., 332 figg.,Lit. 325) per illustrare l’impresa archeologica di Giuseppe Moretti, nonno di Paola. Ma quella non era una “classe” nel vero senso della parola e allora torniamo alla “sala d’aspetto”, attendendo “il giorno e l’ora” dell’imbarco. Senza ansia, senza fretta. Siamo pronti, parati, biglietti pagati. E poi, si sa, «Coelum non animum mutant…»
FRANCESCO CORRENTI

Meraviglia meraviglia meraviglia!
Con che CLASSE rimembri vicende, ricordi, anni e persone.
Quale piglio letterario usi e che brio espressivo!
Maria Zeno
"Mi piace""Mi piace"
Il mio preside del liceo, al Massimo, era padre Franco Rozzi S.J., che intervenne anche alla festa che organizzammo nel 1997, 40 anni dopo la maturità, nello stesso Istituto divenuto Museo Nazionale, quando distribuimmo il numero unico di cui parlo nella rubrica. A cercarne il nome su Internet si legge che guadagnò una certa notorietà mediatica alla fine del 2005, perché in quei giorni Mario Draghi, appena nominato governatore della Banca d’Italia, fu avvistato tra via degli Astalli e via del Plebiscito e i giornalisti pensarono che fosse diretto a casa dell’allora premier Silvio Berlusconi, ma Draghi spiegò che invece stava andando alla chiesa del Gesù per salutare il suo vecchio professore del liceo Massimo, il gesuita padre Rozzi, appunto. Da allora – continua lo scritto – si scoprì questa figura di religioso, di insegnante e di intellettuale, e si cominciò a parlare – forse con una qualche dose di retorica – del “metodo Rozzi”, testimoniato “dai suoi tanti ex alunni famosi, una comunità piuttosto eterogenea che parte da presidenti del Consiglio dei ministri, passa per noti politici, avvocati, giornalisti, imprenditori, diplomatici e arriva fino a Giancarlo Magalli” (e anche a persone qualunque, aggiungo io). Il suo metodo, comunque, era divenuto celebre perché “insegnava a dire tutto in tre righe”.
Forse, quindi, padre Rozzi, che pure apprezzava i miei disegni e le mie caricature sulla rivista dell’Istituto ed il mio 10 e lode “fisso” che mi dava in pagella il nostro celeberrimo professore di Storia dell’Arte, dissentirebbe dalla lunghezza e ripetitività di questi miei scritti. Ma ecco, io gli presento il triplice “meraviglia” (che addirittura dice tutto in tre parole!” della cara, gentile, affettuosa Maria Zeno, ugualmente preside di liceo e a sua volta benemerita educatrice di generazioni di studenti e le belle lodi dell’altrettanto gentile “Gattapazza” e così spero di ammorbidire il suo dissenso che vorrebbe esprimermi da lassù, dalla stanza della presidenza, in quella nuvoletta rosa, proprio sopra la bella cupola del Gesù…
"Mi piace""Mi piace"
Grazie, per aver raccontato uno spaccato di vita, con eleganza e cultura, le citazioni, rivelano conoscenza e approfondimento, ho rubato cose che onestamente non conoscevo.🐈⬛
"Mi piace""Mi piace"