RUBRICA “BENI COMUNI”, 69. MAGARI… (parte 5^)

a cura di FRANCESCO CORRENTI

(5 – Vulcani attivi – continua dalla puntata precedente)

Mi rendo conto che in queste puntate “siciliane” ho attinto a piene mani dagli album di famiglia, raccontando “ricordi molto, forse troppo, personali”, per giunta non solo miei ma anche di altre persone a me vicine. Nello scusarmene, ho motivato il fatto con varie giustificazioni, trovando appoggio nei commenti di Paola (A.) e di Nicola (Rinaldo P.). La prima si richiama alle esperienze ed alle dimostrazioni del metodo enunciato da Galileo, con una chiamata a testimone per il Labat dei “gialli gianvattiani” e la mia vanità è appagata. Il secondo apprezza l’impegno nel collegare la Storia alle nostre “storie”, trovandovi un riscontro nel “passato narrato” della sociologia più recente.

Rispondendo ad entrambi, ho cercato di esprimere con parole l’immagine che mi veniva in mente, quella cioè che rappresentava la situazione se avessi voluto disegnare il mio stato d’animo. Per cui ho scritto: «Ho constatato che questi ricordi ripescati aprendo uno spiraglio sulla superficie ghiacciata del lago del passato ed estraendoli con l’arpione della memoria, suscitano – come è pure ovvio – una varietà di reazioni, molte di nostalgia, alcune di rimpianto o forse di rammarico, in un paio di casi di rimorso (devo dire meglio, di dispiacere per l’immaturità di miei comportamenti verso persone pure amate). Sempre, mi sorprende la quantità di dettagli, di fatti connessi e di antefatti che riemergono dal profondo. E anche la condivisione che quei ricordi hanno suscitato da parte di altri testimoni e coprotagonisti, che me ne hanno informato, insieme alla dolorosissima rievocazione di tutte le persone care e le amicizie che non ci sono più. Con la tranquilla consapevolezza della nostra prossimità temporale a questa categoria. Un grazie a Paola ed a Nicola per aver compreso i motivi di questi miei ricordi molto, forse troppo, personali. Ho voluto condividere le reminiscenze per un modo di vivere, di affrontare certe esperienze e di interpretare la realtà, da ultimo di imparare e di insegnare, che credo di qualche interesse e valore».

A questo punto ho capito. Forse perché mi è più facile, più immediato, “vedere” le immagini e “disegnarle” che non “descriverle” solo parlando (cioè scrivendo). Per cui ho visto che quello “spiraglio”, quel “buco nell’acqua ghiacciata”, altro non era che «quel quadrato di 23 per 23 centimetri» dello sgabello di Nonno Paolo, quel cassettino nascosto che «non è profondo 7 centimetri, ma si apre sull’infinito, ed è la bocca – la “vera”, a voler parlare forbito – del pozzo senza fine della nostalgia» (nota 8). Ed è proprio così, tra tutte le reazioni, le sensazioni, gli stati d’animo, devo ammettere che a prevalere è stata proprio la nostalgia, nonostante la volontà di non farmene condizionare e di volgere invece il pensiero al domani, con serena fiducia e tranquillo ottimismo, “pien di speme e di gioia”, incurante del ritornello della canzona di Lorenzo. Quasi pregustando «la sorpresa» (nota 9) che mi faranno i miei nipoti Federico e Livia quando un giorno mi verranno a prendere con la nuova auto – una Qfwfg – «ad energia lunare in infusione fredda» e allora sarà «un susseguirsi di cose inaspettate, direi quasi incredibili e tutte molto piacevoli»…

Per cui, reso il mio tributo doveroso alle ottime sorti del futuro, mi consento d’attardarmi ancora per poco in quelle rievocazioni che m’hanno ’ntenerito il core rivivendo tanti momenti gradevoli, ma provando una dolce commozione pure per certi episodi dolorosi.

Beni comuni 69.5 figura 8

Ho accennato nelle scorse puntate ad alcuni incidenti in cui sono incorso a Ragalna: in effetti, da ragazzino piuttosto vivace, molto agile e abituato ad arrampicarmi in alto sugli alberi (attenzione, i rami dei fichi cedono facilmente), abituato alle lezioni di educazione fisica con gare frequenti e saggio finale all’Istituto Massimo, iscritto ai corsi di atletica leggera e ginnastica attrezzistica dell’YMKA di piazza Indipendenza, nipote di un antropologo che, tra l’altro, aveva svolto già allora studi sulle caratteristiche somatiche degli sportivi in relazione al rendimento agonistico (nota 10), ero abbastanza bravo in alcune discipline come il tiro con l’arco, la corsa – e ci mancherebbe altro! –, il salto in alto e il salto in lungo. Anzi, proprio a Ragalna, avevo modo di allenarmi nel villino dell’amico Alberto, dove una rampa di dieci scalini con un pianerottolo intermedio portava dal livello del giardino a quello della terrazza d’ingresso alle stanze, che girava tutt’intorno alla casa. Quand’era il momento di tornare a casa, ogni volta, era una prodezza irrinunciabile riuscire, con una breve veloce rincorsa, a saltare appunto dalla terrazza al giardino, superando quei più di quattro metri di lunghezza e circa un metro e mezzo d’altezza, piombando a terra a piè pari, senza rompermi l’osso del collo.

Ebbene nel corso di quegli anni, innumerevoli, direi quasi quotidiane, furono le sbucciature e ammaccature, le piccole ferite, le contusioni, nei vari giuochi, escursioni e gare sportive. Sicuramente almeno una volta ho dovuto farmi fare una iniezione antitetanica per essermi ferito a sangue con qualche chiodo arrugginito. Incredibile aver evitato danni più gravi nei miei esperimenti chimici nei quali – sotto gli occhi tranquilli dei genitori – manipolavo il mercurio e versavo nelle provette l’acido solforico e altre sostanze, sulle cui boccette campeggiava il teschio con le tibie incrociate, non perché fosse un rhum o altra bevanda alcolica di pirati e corsari delle Antille labatiane o della Malesia di Sandokan. Vasi da giardino, tubi di condutture e canne fumarie, vasche e serbatoi idrici e lastre ondulate per coperture erano d’uso continuo in varie lavorazioni casalinghe, per cui maneggiavo i pezzi, segandoli e producendo polvere, ignaro che quei materiali di fibrocemento col marchio Eternit e contenenti amianto (asbesto), dalle buone proprietà fonoassorbenti e termoisolanti, potevano divenire gravemente nocivi per la salute, come sarebbe stato riconosciuto nei successivi accertamenti, processi e disposizioni che ne avrebbero reso piuttosto difficile e costosa anche la rimozione. Dall’amianto, per fortuna, non ho avuto danni.

Un’altra possibile causa di pericolo erano le frequenti escursioni alle quote alte del vulcano, tra cui quella “suprema” dell’ascesa al cratere principale, sommitale o centrale, nelle sue varie denominazioni, in quegli anni sempre in attività insieme alla vicina bocca di nord-est. Da Ragalna al Rifugio Sapienza ci sono in linea d’aria più di dieci chilometri, che sul terreno quantomeno si raddoppiano e ci vogliono circa 5 ore a percorrerli. La nostra attrezzatura era primitiva: scarpe da ginnastica Superga, pantaloni corti, un maglione di lana “pizzicante” fatto da nonna, una coperta da letto in lana militare da mettere sulle spalle e in testa (un po’ rigida, marroncina o grigia, con una “greca” biancastra o tre strisce disuguali lungo un lato). Ma era senza dubbio da missione spaziale o da Everest se paragonata a quella di mio padre e dei suoi compagni di liceo, che avevano fatto l’escursione al cratere intorno al 1912-13, partendo a piedi da Paternò, con una tappa a Ragalna come campo base. Infatti, nessuno nelle nostre famiglie si preoccupava.

Va detto che spesso c’era con noi qualche ragazzo più grande del posto o, in seguito, qualche prete salesiano venuto dal Piemonte, con esperienze alpine. Negli anni Cinquanta (e noi intorno ai 15), partendo molto presto, si arrivava intorno a mezzogiorno alla Casa Cantoniera (m 1900 circa). Da lì iniziava la salita “dura”, con forti pendenze (da fare a zig zag), sulla rena cedevole, fra grandi ingannevoli “cuscini” che chiamavamo d’erba santa.

Queste cupolette verdi di un metro o due di diametro, che spuntavano (e lo fanno ancora) numerose dal terreno di sabbia e lapilli, ci sembravan proprio dei morbidi cespugli attraenti, ma a buttarcisi sopra per riposarsi c’era da strillare e piangere dal dolore per i lunghi aculei pungenti nascosti tra le fogliette. Il loro nome scientifico è Astragalus siculus, le si trova solo sull’Etna tra 1700 e 2450 metri e in italiano sono dette più appropriatamente “spino santo”. Mentre, contro il freddo intenso che ci prendeva anche al sole d’estate e malgrado le coperte, ogni tanto, profittavamo con una certa incoscienza del tepore di qualche fumarola esalante da pertugi e piccole spaccature. La salita sul pendio molto accentuato del cratere era dura, un passo avanti e mezzo indietro, per il cedere della rena sotto il nostro peso, mentre la discesa a grandi zompi e lunghe scivolate era un divertimento che (credo…) può assomigliare a quello dei balzi di Neil Armstrong e Buzz Aldrin sulla Luna, in quel 21 luglio 1969.

Una delle mie salite al cratere più emozionanti, durante un’eruzione in corso, la feci ad agosto del 1962, per far da guida ad una cara amica e compagna di studi romana, Margherita, oggi pubblicista e notissima coordinatrice scientifica d’una rivista italiana di geopolitica (nota 11), che doveva rientrare a Roma dopo il periplo dell’isola e la visita a tutti i luoghi più celebrati (e a molti ancora sconosciuti d’una Sicilia “precedente”), compiuta con altri due studenti di architettura del nostro “Gruppo A”, Maria Grazia e Manlio, sulla mia Fiat 1100-103, con tappe nei pochi campeggi e ostelli della gioventù (avevamo l’età adatta!). Partita lei, ci avrebbero raggiunto, anch’essi ospiti a casa dei miei, Paola e Fabrizio.

Il percorso fu più semplice che nelle altre occasioni. Gli amici ci accompagnarono in auto, di pomeriggio, fino a Serra la Nave, da dove partiva la funivia costruita di recente (sarà poi distrutta nel ’71 e poi ancora per cinque volte, sempre ricostruita per la tenacia di un altro amico, Giogiò Russo). Saliti in alto, alla Torre del Filosofo (m 2900) – una modesta casupola attribuita dalla leggenda ad Empedocle, oggi sepolta dalla lava – abbiamo raggiunto il rifugio del CAI, cenandovi con un gruppo di altri escursionisti, con i quali siamo poi andati a dormire nelle cuccette, molto infreddoliti. Sveglia collettiva credo alle 4,30 e presto pronti a seguire le guide che ci avrebbero portato, in fila indiana, ai circa 3330 metri, che mi pare fosse allora l’altezza del cratere centrale, ancora non superato dai mostruosi coni di nord-est, che hanno deturpato il profilo elegante della Muntagna ai miei occhi. La soddisfazione della conquista era grande, come grandioso era lo spettacolo intorno, a 360 gradi, nella luce via via più chiara dell’alba, con quell’orizzonte immenso e noi ammutoliti sullo stretto sentiero tra la ripida parete del cratere e il suo fianco esterno. Quando, appena passate le 6, siamo stati abbagliati dai primi raggi del sole, emerso dai monti della Calabria, e dal suo riflesso accecante sul mare dello Stretto. Impressionante lo spettacolo dell’ombra conica del vulcano, proiettata su tutta la parte occidentale dell’isola.

La mia fotografia lassù è stata appunto scattata da Margherita, sullo sfondo del cratere secondario fumante, e forse rende un’idea della scena che le mie parole non riescono a descrivere adeguatamente. Come non è di fantasia il disegno di copertina e della fig. 1 (prima puntata), in parte riprodotto nella fig. 9, con le esplosioni del cratere, la colata di lava incandescente sotto lo strato superficiale solidificato e frantumato dal trascinamento, mentre gli escursionisti sostano a pochi metri di distanza e noi eravamo tra quelli. Ancora in quei tempi, infatti, non esistevano divieti ad avvicinarsi alle colate del magma e lo spettacolo era indimenticabile, in un insieme “infernale” di forti boati, lancio di piroclasti – lapilli, ceneri, bombe vulcaniche (una mi cadde vicinissima qualche giorno dopo, quando portai su Paola) – e alcuni “artisti della lava” che con lunghe pertiche raccoglievano la materia fusa in piccoli vasi di coccio, così da farle prender quella forma e vender l’oggetto ai turisti.

Beni comuni 69.5 figura 9

Ma tra tanti rischi superati senza conseguenze, alcuni gravi incidenti mi sono capitati. Il primo, fu la caduta nella fossa della calce del cantiere per la costruzione della chiesetta di San Giovanni Bosco dei Salesiani di don Rasà alla Rocca, con le gambe immerse dentro alla sostanza chimica fin quasi alle ginocchia. Fu quasi un “battesimo di fuoco” premonitore, ma con immersione “tipo Giordano” (Beni comuni 66.3 su SLB del 18 gennaio 2024), ad avvertimento profetico dei rischi di bruciature d’ogni sorta che mi riservava la mia futura professione di architetto. Una caduta volontaria, peraltro, come vedremo. Era nostra abitudine di ragazzi – un gruppetto di 6-7 adolescenti, nel 1951 – pieni di energie da spendere, quasi quotidianamente, verso sera, quando la temperatura si attenuava, avviarci lungo la strada provinciale. Dopo la scarpinata del paio di chilometri in discreta salita dagli 800 m s.l.m. delle nostre case ai 1000 del cantiere (a quell’ora deserto), prima di sfidarci in una partita di pallone nello spiazzo di fianco alla futura chiesa, giocavamo a rincorrerci, per poi saltare da una palanca messa di traverso, al fondo della buca rettangolare vuota, profonda un palmo meno d’un metro – destinata alla produzione autarchica del grassello di calce – e risalire su con un salto, correre di nuovo sull’asse, darsi un paio di spinte a mo’ di trampolino e balzarne giù nella fossa, fino a stancarci del gioco.

Noi, quella sera, ignoravamo che i muratori, durante il giorno, avevano fatto l’operazione di riempimento con la calce viva, avevano aggiunto acqua, innaffiando con un tubo i blocchi di ossido di calcio e avevano così innescato la reazione esotermica (che genera una grande quantità di calore, crepitando e fumando), per poi coprire tutto, mentre il processo chimico proseguiva, con la rena dell’Etna, rendendo in tal modo quella superficie del tutto simile al terreno normale. Quando, correndo più dei compagni sono arrivato per primo alla fossa, non ho notato il diverso livello della superficie terrosa, mi è sembrato tutto uguale al solito e dal ponteggio oscillante sono balzato nella calce idrata in formazione, con acqua bollente, provocando immediatamente alla parte immersa delle mie gambe una ustione termica ed una chimica. Non ricordo, ma penso che il fortissimo dolore mi abbia fatto emettere un urlo o tante grida, piuttosto. Gli amici sono accorsi. Qualcuno di loro mi disse in seguito che sulla superficie sabbiosa vicino alla tavola c’erano solo i due buchi delle gambe affondate. Senza i segni dei passi per uscirne, come avviene nella neve, quasi che al balzo sia seguito un “rimbalzo” con ritorno sull’asse… Come due vignette in sequenza d’un fumetto comico con Paperino che cade a tuffo nell’acqua con le zampe (PLOFF! piuttosto che SPLASH!) e subito ne riemerge, proprio come una palla che rimbalza (senza però fare BOING! ma strillando disperatamente AHI! AHIAAAAA!). Don Rasà parlò di un intervento “al volo”, dall’alto, di braccia pietose e potenti.

Uscito in qualche modo dalla fossa, sono stato aiutato dai coetanei a raggiungere una vicina casa di contadini, dove due comari, forse suocera e nuora, gridando a loro volta allarmate e dispiaciute («Viih! Bedda Matri! Chi ffù?! Poviru figghiu! Chi s’ha affari ora!?»), pensarono bene di alleviarmi il bruciore, gettando altra acqua sulle gambe e proseguendo così la reazione chimica e il progredire delle ustioni. Poi ci fu il ritorno a casa, era sera inoltrata, senza illuminazione stradale, di là da venire, con davanti a noi la vallata aperta verso il mare e le luci di Catania a sinistra, davanti la piana con quelle di Paternò e altri piccoli grumi di puntimi luminosi, a destra le cime frastagliate dei monti Erei su cui si adagiano le luci di Centuripe, Centorbi. Erano 4 o 5 chilometri a piedi, percorsi appoggiandomi sulle spalle di due compagni (forse ricordo il nome d’uno dei due, Titta, mi sembra, ci siamo persi di vista in seguito), avviliti tutti noi, preoccupati dei rimproveri che ci aspettavamo dai genitori. E quella fu la prima volta del dottor Rosario Squatrito, medico condotto di Ragalna, ad esser chiamato per me anziché per la consueta visita a mia nonna.

L’intervento di asporto dei calzini e dei frammenti di cuoio cotto dei sandali, di brandelli di pelle e di medicazione delle ustioni di terzo grado e di sterilizzazione della piaga durò a lungo, fu doloroso, ma come già prima, dal momento del guaio, ho dovuto tenere un comportamento forte, coraggioso, da dodicenne “adulto”, per non “sfigurare” con i compagni. La gravità delle ustioni comportò la distruzione anche delle ghiandole sudoripare, dei follicoli piliferi e delle terminazioni nervose per quel tratto delle gambe. Così quella prova di “forza d’animo” e di resistenza al dolore fu da me mantenuta anche e nelle successive medicazioni del dottore, durate a lungo e che furono esemplari tanto da rimettere a posto i due arti, tenuti per molto tempo avvolti in garze e bende.

La seconda rovinosa caduta fu dovuta, da una parte, al progresso che inesorabilmente avanzava anche a Ragalna, sulla spinta di momenti elettorali e, probabilmente, per la presenza tra i villeggianti abituali di alcuni onorevoli politici. Per cui dopo aver condotto l’elettricità con apposito un elettrodotto quasi da Paternò (più esattamente dal Piano Vite) e aver fatto scaturire l’acqua potabile dalle condotte di un acquedotto nuovo di zecca, anche la viabilità ebbe un deciso miglioramento con la costruzione di un raccordo attraverso la sciara della enorme colata che nel 1669, fuoriuscita dai Monti Rossi nei pressi di Nicolosi, era arrivata a coprire parte di Catania fino al mare.

Ma accanto alle magnifiche sorti e progressive (non le volevo evocare, scusate, mi sono sfuggite dalla tastiera!), si poneva il rigore severo di mio padre che, nonostante la tenera indulgenza di mamma, riteneva che su certe questioni non si dovesse esagerare in spese voluttuarie. Per cui la mia bicicletta era la Ganna proprio di Papà, portata insieme a quella di mamma da Roma dopo gli anni di villeggiatura a Poggio Tulliano (entrambe visibili nella figura 9), bruscamente conclusi dal bombardamento dell’8 settembre 1943. Quella bicicletta, che poi riporterò a Roma ed userò intensamente durante i primi anni d’Architettura per raggiungere la facoltà o la città universitaria, era un attrezzo robusto, non per nulla anteguerra, e di un peso che doveva raggiungere i 30 kg, ma certo era priva di tutti gli accorgimenti moderni, senza cambio e forse con i freni non proprio efficienti. Fatto sta che, desiderando “inaugurare” la nuova strada per Borrello e Belpasso – che ci avrebbe consentito di raggiungere con grande facilità e risparmio di tempo l’ottima pasticceria Condorelli, fornitrice di latte di mandorla, granite, gelati al pistacchio e buonissimi torroncini ancora del tutto sconosciuti nelle altre parti del mondo –, mi sono precipitato lungo la nuovissima discesa appena costruita ed appena asfaltata per un tratto, non riuscendo però a bloccare la bici che aveva preso l’abbrivio, crescendo in velocità. Ragion per cui, giunto in vista del tratto in cui era stata realizzata la massicciata senza ancora il manto d’asfalto, non ho avuto altra scelta che gettarmi a terra, percorrendo un buon tratto, con conseguenti scorticature sull’omero d’una spalla, alle gambe e ginocchia, fianchi – strappi ai pantaloni compresi – e in particolare al gomito destro, completamente “sbucciato” fino all’osso.

Ancora una volta, la bravura medico-chirurgica (e forse taumaturgica) del dottor Squatrito si dimostrò straordinaria. Dal mio gomito, quella volta, estrasse con una pinza una gran quantità di brecciolino insanguinato che faceva cadere, un granello alla volta, in una bacinella metallica, e sono certo che ogni schicchera di quel ticchettio continuo era un ammonimento paterno che io leggevo nel fumetto a bollicine che immaginavo uscir dalla sua fronte, con qualche reminiscenza scolastica: «Usque tandem… fino a quando, continuerai ad infilarti in questi accidenti!?».  E qui effettivamente il discorso che tutto si lega e si collega trova conferma dato che la giovanissima Maria, sorellina di Francesco, qualche anno dopo si è innamorata, corrisposta, d’uno dei due figlioli del dottor Rosario Squatrito, Totuccio (diminutivo di Salvatore), brillante studente in medicina come il fratello (nota 12).

Un’ultima annotazione voglio farla a proposito dei disegni che accompagnano questa puntata e quelle precedenti. Sono disegni di allora, che danno l’idea dei passatempi principali delle mie vacanze, oltre alle ricordate escursioni al cratere centrale dell’Etna o ad altre zone montane, come proprio alla “Fossa della neve” e all’altare-edicola della Madonna della Neve con qualche padre salesiano e altri amici. Oppure alla strada provinciale tra Nicolosi ed il Rifugio Sapienza, con Francesco, Alberto, Giogiò, Carmelo e altri amici, dove potevamo assistere al passaggio delle auto nella corsa Catania-Etna, poi all’organizzazione di serate danzanti nel “Trappeto Vecchio”, dove ancora una volta i miei disegni a colori, ad olio, tracciati con pennelli sulla parte liscia di grandi cartoni ondulati, movimentava le nostre giornate e serate, con successi puntualmente riportati sulla cronaca della “Sicilia” e del “Corriere di Sicilia”. Frequenti le gite a Taormina, i bagni a Mazzarò, il periplo dell’Etna e le visite a Bronte, Maletto, Randazzo e le incredibili gole dell’Alcantara, nonché alle latomie di Siracusa, dove già si era manifestata una Madonna piangente, sicuramente pioniera di un genere (nell’estate del ’54 Nonna Grazia volle andare a pregarla e devo pensare che sia stata presa in simpatia, perché morì un paio di mesi dopo).

Devo dire di essere particolarmente soddisfatto di aver dedicato parecchio tempo di quelle mie vacanze del 1965 ma più in generale di quegli anni prima della laurea allo studio dell’architettura rurale e religiosa dei paesi etnei, corredato anche da rapidi schizzi di passanti e tipi “di strada”, perché ho potuto cogliere fatti, personaggi e luoghi che non esistono più, in quanto completamente cambiati. Posso dire che alcuni di questi miei disegni, come ad esempio quelli – che sono veri e propri rilievi in scala con piante, prospetti e sezioni – di alcune masserie, possono essere considerati alla stregua di quelli che io ho utilizzato, benedicendone gli autori (certamente di statura ben maggiore, trattandosi del Sangallo jr., di Carlo Fontana o di Gian Lorenzo Bernini) che mi hanno consentito la ricostruzione di edifici e strutture scomparse, perché distrutte nella guerra o demolite nel dopoguerra, delle quali altrimenti non sarebbe rimasto neppure il ricordo. Infatti quegli edifici per me affascinanti – e devo molto ai miei genitori, di questa appagante “educazione sentimentale” – erano ancora in piedi, anche se danneggiati dai crolli causati dall’abbandono e dal disuso. Oggi non esistono più, essendo definitivamente crollati per la colpevole incuria di tutti coloro che avrebbero dovuto, ad ogni livello, provvedere alla serie d’interventi che, in Regioni più consapevoli e responsabili ma soprattutto più lungimiranti e rispettose delle leggi e della Costituzione, sono stati fatti. Parlo, naturalmente, di interventi che avrebbero dovuto riguardare in primo luogo l’individuazione, il catalogo e la documentazione, attraverso la schedatura dei beni, e poi di finanziamenti per il recupero, il riuso e la valorizzazione, come in effetti è avvenuto in molti casi, quando pure l’imprenditoria privata si è intelligentemente attivata, trasformando quelle masserie, quei trappeti, quei palmenti in luoghi di eccezionale bellezza, suggestione, interesse e successo per finalità turistiche di vario tipo. Con l’aiuto dei libri di Camilleri, delle serie tv di Montalbano o dei Bastardi di Pizzofalcone (che oltre alle bellezze siciliane hanno mostrato la meraviglia dei palazzi napoletani o dei viali a pilastri e pergolati di Capodimonte!), dei film e altro, come abbiamo inutilmente proposto quando si sarebbe potuto far molto, nell’inerzia di referenti miopi o ciechi del tutto.

Per ora, il mio “ritorno all’Etna” si ferma. Non escludo di dedicare a quei luoghi altre puntate. Alzarsi la mattina e vedere il davanzale, le terrazze, i tetti dei vicini, tutto, coperto di una polvere grigio scura, provoca sensazioni non più dimenticate. Così come quella volta, poco dopo l’alba, ad Assisi, sempre in un viaggio tra architetti, mi sono svegliato scorgendo dalla finestra tutto il paesaggio imbiancato di neve, e i tetti e la via, e la Basilica giù in fondo, verso la quale mi sono subito avviato lentamente, nel silenzio assoluto.

Erano sensazioni straordinarie, quelle, com’erano straordinarie tante altre cose di allora, il silenzio totale, appunto, e la natura incontaminata di certi luoghi, la bellezza spontanea di tante architetture senza architetti, lo straordinario senso della bellezza e del colore che i siciliani – come del resto tante altre popolazioni del mondo – mettevano nel rendere oggetti d’arte quelli che erano arnesi, strumenti, oggetti d’uso quotidiano, con una innata propensione al bello, apparentemente in contrasto con la povertà, la miseria, la sottomissione a costumi e leggi assolutamente arretrate. Tutto per fondersi con la bellezza della natura, la bontà del clima, del cibo genuino, dei frutti colti sugli alberi e subito mangiati. E poter dire solo e semplicemente: «Che bella cosa ’na jurnata ’e sole!»

Forse ci aggiungerò qualche esempio dei proverbi ascoltati dai miei nonni, sempre adatti a qualche circostanza. Anche ad esprimere sentimenti, sensazioni o stati d’animo. Uno per tutti, come sfida ai Lettori a darne la traduzione, la spiegazione e le circostanze in cui usarlo: «Poviru ariddu tintu! ’na quali manu fusti impintu!»

NOTE

Nota 8 – Sono le “ultime parole” del mio articolo su SpazioLiberoBlog “Ël decroteur di Nonno Paolo”, pubblicato il 30 luglio 2020.

Nota 9 – Rimando alle due puntate (24 dicembre 2020 e 25 febbraio 2021) del mio articolo, sempre qui su SpazioLiberoBlog, “2040. La sorpresa. Un racconto futurista”. Evidentemente, il nome che sarà dato alla vettura dei miei nipoti dall’azienda automobilistica – Qfwfg – vorrà essere un omaggio al protagonista delle Cosmicomiche di Italo Calvino. Del quale sappiamo che non si sa quasi nulla, se non che c’era, che era lì da prima, per cui non chiedetemi il perché di quell’omaggio.

Nota 10 – Nato nel 1909, Venerando Correnti, studente costantemente promosso con il massimo dei voti per tutta la carriera scolastica e universitaria, laureato in Medicina nel 1932, è stato capitano medico in Africa durante la Seconda Guerra Mondiale, decorato della croce di guerra, mutilato e invalido di guerra, divenne assistente di ruolo nel 1949, dal 1954 ordinario di Antropologia e di Genetica Umana, dal 1966 chiamato all’unanimità a coprire la cattedra di Antropologia dell’Università “La Sapienza” di Roma, è stato Direttore dell’Istituto di Antropologia e del Museo fino al 1979. Dal 1970 al 1983, per nomina del Ministro della Pubblica Istruzione, a seguito di elezione del Consiglio Direttivo, ha ricoperto la carica di Direttore dell’Istituto Superiore Statale di Educazio­ne Fisica di Roma di grado Universitario. Dal 1968 è stato Direttore Tecnico e Segretario dell’Istituto Italiano di Antropologia, oltre che Direttore della Rivista di Antropologia. Medaglia d’oro dei Benemeriti della Scuola nel 1973, nel 1986, con decreto del Presidente della Repubblica, è stato nominato Professore emerito. È scomparso nel 1991. La sua intensa attività scientifica è documentata da oltre 200 pubblicazioni. I risultati raggiunti e la no­menclatura proposta sono entrati nella letteratura in materia. Di particolare interesse per l’originalità dell’impostazione, la rilevanza dei risultati e i riconoscimenti internazionali, sono le ricerche di morfomeccanica del bacino, di antropologia metodologica e di antropologia auxologia. Il metodo degli auxogrammi di Venerando Correnti è stato ampiamente diffuso in pediatria e nelle indagini su popolazioni per seguire convenientemente nel tempo il processo della crescita in modo adeguato alla individualità di ciascun soggetto. Nel 1947 ideò il malachistometro, strumento per la misurazione delle pliche cutanee per lo studio dell’obesità. Tra l’altro, è stato membro della ristretta commissione scientifica interna­zionale istituita per programmare e coordinare le ricerche condotte sugli atleti mondiali partecipanti alle Olimpiadi, svolgendo poi tali ricerche nel 1960 alle Olimpiadi di Roma, nel 1964 a quelle di Tokyo, nel 1968 a Città del Messico ed a Monaco nel ’72. Va infine ricordato che nel 1956 fu incaricato dalla direzione della Fabbrica di San Pietro di esaminare i numerosi reperti ossei rinvenuti negli scavi nelle Grotte Vaticane e fu quindi l’autore, dopo dieci anni di accurate analisi, condotte parallelamente alle indagini (mediche, storiche, epigrafiche, geologiche, stratigrafiche) svolte da diversi specialisti, della relazione antropologica (limitata esclusivamente a ineccepibili dati scientifici) allegata con gli altri accertamenti agli studi della professoressa Margherita Guarducci, resi noti nel 1968 da papa Paolo VI. Per quanto riguarda quelle ricerche, ognuno può avere l’opinione che ritiene più veritiera. Da parte mia, le conclusioni a mio parere possibili dal punto di vista laico e scientifico, consistono nel fatto plausibile che l’imperatore Costantino abbia fatto costruire la sua basilica ponendo l’altar maggiore esattamente sopra una “tomba terragna” – oggetto da un oltre due secoli di culto, atti di devozione e pellegrinaggi – di un individuo «di sesso maschile, di età superiore ai 60 anni e di costituzione robusta», le cui ossa riesumate in quella occasione furono avvolte in un prezioso tessuto tinto di porpora. In base a questa convinzione, gli altari successivamente posti da Gregorio Magno nel VI secolo, da Callisto II nel XII, da Bramente nel suo progetto del XVI e da Bernini nel XVII si sono sovrapposti l’uno all’altro.

Nota 11 – Margherita, laureatasi in architettura nel 1967 come tutto il nostro gruppo, si è ben presto dedicata alla soluzione di problemi di portata sovranazionale. Membro del comitato scientifico della Rivista di Geopolitica Limes, più volte consulente della Presidenza del Consiglio sui temi trattati in sede di G8, ha svolto prestigiosi incarichi internazionali in attività umanitarie per organizzare, insieme al mondo del volontariato, azioni anche molto impegnative, pericolose e rischiose, che hanno creato relazioni, amicizie, rapporti di fiducia e di credibilità di grande rilevanza per il ruolo del nostro Paese sulla scena politica internazionale

Nota 12 – La innata propensione a donare il proprio sapere agli altri si è perpetuata. Confermando anche la tradizione del successo ottenuto da siciliane e siciliani lontano (a volte, “il più lontano possibile”) dalla loro isola. E non vivendo affatto tale lontananza come un esilio. Ma continuando a sentire quel legame affettivo. Anche nelle nuove generazioni nate altrove. Maria Cutore, dopo la lunga carriera di insegnante di materie letterarie a Bologna, è oggi volontaria A.N.E.D. (Associazione nazionale ex deportati nei campi nazisti) di Bologna. Il consorte Salvatore Squatrito, professore ordinario di Fisiologia è stato a lungo preside della Facoltà di Scienze motorie dell’Alma Mater Studiorum – Università di Bologna.

Nota 13 – Da quanto risulta chiaramente, il Comune di Civitavecchia, grazie alle iniziative promosse dagli assessori Alfio Insolera e Archilde Izzi sulla base del Piano per l’occupazione giovanile e l’istituzione del centro di documentazione urbanistica che ho avuto l’incarico di redigere nel 1977, ha ampiamente anticipato i provvedimenti regionali che sono quindi venuti successivamente a confermare e convalidare le attività anticipatrici del Comune di Civitavecchia. D’altro canto, l’Ufficio Urbanistico comunale si è posto il problema della catalogazione dei beni fin dalla sua formazione nel ’69 e sempre in anticipo rispetto ad altre istituzioni. Basti notare che il primo inventario dei villini Liberty di Roma è stato redatto da Italia Nostra nel 1993, completando il lavoro nel 2001 e nel 2009 (dei tre volumi, suddivisi per quartiere, ho parlato e pubblicato le copertine su SLB/Ultimissime dal Medioevo, VI, il 13 novembre 2020) e il Piano pilota per la conservazione programmata dei beni culturali in Umbria, a cura dell’Istituto centrale del restauro di Roma, è stato redatto nel 1976, contemporaneamente alle nostre iniziative. Da maggio a settembre 1980 si svolse a Cuneo, in San Francesco, la mostra “La radiografia di un territorio: beni culturali a Cuneo e nel cuneese”, seguita dal catalogo di AA.VV. La prima idea dell’istituzione di un centro di documentazione risale al momento del secondo trasferimento di competenze statali alle regioni cioè al decreto delegato 24 luglio 1977, numero 616. Frutto dell’intensa attività della commissione nazionale per studiare l’istituzione dei centri di documentazione nelle singole regioni fu il protocollo di intesa tra il ministero e i rappresentanti delle regioni avente ad oggetto istituzione dei centri, siglato nel 1983. La regione Lazio ha approvato le norme in materia di censimento e catalogazione dei beni culturali e ambientali con legge 6 marzo 1979, n° 17, e con la legge 24 luglio 1981, n° 18, è stato istituito il Centro Regionale per la Documentazione dei Beni Culturali e Ambientali di viale del Caravaggio 107 a Roma, diretto in modo egregio da Luigi Ramelli di Celle. In quel periodo della riorganizzazione degli uffici regionali (presidente della Giunta regionale Rodolfo Gigli, assessore alla cultura Teodoro Cutolo, sindaco di Bracciano Alfredo Mancini), con il coordinamento generale della ricerca tenuto da Maria Cecilia Mazzi, dirigente dell’ufficio II – CRD, il coordinamento redazionale di Lorenza de Maria, Francesca Fei, Rossana Martorelli, Giorgio Ortolani, Laura Russo, si è svolta nel Castello Odescalchi a Bracciano, il 15 giugno 1991, la giornata di studi i cui atti sono raccolti nell’esemplare pubblicazione dal titolo Antichità tardo romane e medievali nel territorio di Bracciano curata dal CRD, BetaGamma editrice. Una pubblicazione tenuta ben presente nel nostro periodico “OC/quaderni del CDU”. Vedremo meglio nella prossima puntata, la n° 70, gli aspetti positivi di quella iniziativa e le conseguenze (e le cause autentiche) della sua interruzione.

Beni comuni 69.5 figura 10

FRANCESCO CORRENTI                                                                 (5 – fine)

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