DALLA VIA DI MARE
di BRUNO PRONUNZIO ♦
Nel giro di pochi anni l’evoluzione tecnologica ha influenzato in modo irreversibile il mondo del lavoro. Si è passati dal “possedere” in un ufficio una scrivania abbellita con le foto dei propri cari, alla condivisione di un “posto per lavorare”, non sempre lo stesso e pertanto spersonalizzato, all’interno di un open space, a giorni più o meno alterni, perché il progresso dell’informatica e della telematica consente di fare le stesse cose da remoto. Si può lavorare a un documento da redigere insieme – si fa per dire – a colleghi seduti a un tavolino a centinaia di chilometri di distanza, parlando in “videocall” e il più delle volte abbigliati come un centauro: camicia e cravatta sopra, pantaloni del pigiama sotto. Le reti consentono di inviare un documento da qualsiasi computer connesso alla rete aziendale verso qualsivoglia stampante dislocata in uno degli uffici senza muoversi dal proprio salotto…
Questa premessa, apparentemente fuori luogo rispetto all’oggetto di cui andrò a parlare, è necessaria per spiegare le modalità con le quali sono entrato in suo possesso. A causa del lavoro che svolgo, che mi impegna in altre città per lunghi periodi, mancavo dalla sede romana da circa quattro mesi. È settembre. Decido di appoggiare le mie cose in un ufficio qualsiasi quando un collega mi avvisa di aver lasciato sulla sua scrivania un documento che aveva trovato qualche giorno prima nei pressi della stampante e che sicuramente era destinato a me, in quanto relativo a Civitavecchia. Con sorpresa, osservo la stampa di questa memoria di altri tempi, giunta per caso tra le mie mani e, gelosamente, la custodisco nello zaino.
Inizio così a osservare il documento, una missiva, per cercare di collocarla nel tempo e nello spazio.
La lettera ha un destinatario:
Alla Capitanìa del Porto di Civitavecchia
In alto a destra due francobolli, in parte coperti dal timbro ANNULLATO; nell’angolo alto di sinistra un timbro ovale bluastro, all’interno del quale si intravede lo stemma pontificio; accanto un altro timbro, d’inchiostro nero, che riporta la seguente dicitura: CIVITAVECCHIA DALLA VIA DI MARE, con tutta probabilità apposto all’arrivo, infine un ulteriore timbro, in basso a sinistra, illeggibile.
Iniziamo dal mittente… che resta sconosciuto. Si intuisce però, osservando i francobolli, che la lettera è sicuramente partita da un porto collocato nel Regno delle Due Sicilie, o meglio nella parte peninsulare del Regno.
Il francobollo, così come lo conosciamo noi, venne emesso per la prima volta in Gran Bretagna nel 1840. Il Penny Black con il profilo della Regina Vittoria iniziò a diventare familiare tant’è che altri Paesi utilizzarono quel sistema per attestare il pagamento anticipato del servizio postale richiesto.
In Italia, il primo Stato a introdurre il francobollo fu il Regno Lombardo-Veneto, nel 1850. A questo, seguirono tutti gli altri Stati preunitari. L’ultimo, a partire dal 1° gennaio 1858, fu il Regno delle Due Sicilie, che lo adottò inizialmente per il continente e nell’anno seguente per la Sicilia. Nella prima delle due aree, fu emessa una sola serie di francobolli da ½ grano, 1 grano, 2, 5, 10, 20 e 50 grana. Il grano (plurale grana) corrispondeva a un centesimo del “ducato delle Due Sicilie”, unità monetaria del Regno a partire dal 1818.
I francobolli furono emessi tutti con lo stesso colore, rosa liliaceo, e recavano al centro uno stemma tripartito con il cavallo sfrenato, simbolo di Napoli, la Trinacria, a rappresentare la Sicilia, e i tre gigli borbonici.
Nell’isola, o meglio nei “domini al di là del faro”, venne emessa una serie di francobolli con l’effigie di Ferdinando II, in sette colori diversi, ciascuno corrispondente a un diverso valore. Entrambe le serie ebbero vita breve, a causa dello sbarco dei Mille nel 1860 e la successiva annessione al Regno d’Italia.
Alla luce delle informazioni raccolte sul “corso legale” dei francobolli napoletani si può quindi ipotizzare che la misteriosa lettera sia stata inviata da un porto del Regno delle Due Sicilie ma non siciliano, altrimenti sarebbe stata affrancata con “Bollo della posta di Sicilia”, in un periodo compreso tra il 1° gennaio 1858 e, presumibilmente, il 21 ottobre 1860, data del plebiscito delle province napoletane.
Nel timbro in alto a sinistra si intravede, al centro, lo stemma pontificio: chiavi decussate, triregno e cordoni. Intorno si intuiscono le seguenti parole: MARINA MIL. PONTIFICIA – PIRO CORVETTA IMM. CONCEZIONE.
La Pirocorvetta Immacolata Concezione, costruita nei cantieri inglesi di Blackwall, nei pressi di Londra, venne consegnata a Civitavecchia il 29 agosto 1859. Fu impiegata per gli spostamenti delle autorità lungo il litorale laziale e nel 1860 trasportò truppe e munizioni ad Ancona per contrastare le truppe piemontesi lungo le coste adriatiche. Con la caduta del Governo Pontificio, nel 1870, la nave venne iscritta nei registri della Marina del Regno d’Italia, pur restando di proprietà vaticana e al servizio del Pontefice.
Le informazioni sulla pirocorvetta consentono di restringere ulteriormente il periodo di spedizione della missiva, collocandolo tra il mese di settembre 1859 e l’ottobre 1860. Rimane il dubbio sul porto di partenza, che tuttavia con estrema probabilità è quello di Napoli.
Un’ultima osservazione sul termine Capitanìa, ormai desueto e rimpiazzato dal più familiare Capitaneria.
BRUNO PRONUNZIO

a me invece è capitato che mi trovavo a Palermo ed ero andata a vedere il museo Branciforte realizzato da Gae Aulenti in uno storico palazzo del centro storico e sotto una teca ho trovato una lettera indirizzata a Carlevaro Civitavecchia e datata 1889
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Caro Bruno, riconosco in questo tuo articolo la qualità di leggere con intelligenza i segni che la realtà offre, anche nelle sue più minute manifestazioni. Una curiosità intellettuale è una propensione investigativa che ho avuto già modo di apprezzare nei tuoi scritti (e non solo lì).
Ettore
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Mi è scappato un accento: e, non è
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Grazie a tutti
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