Homines non sumus
di CATERINA VALCHERA ♦
Il recente suicidio avvenuto in un CPA (Centri di Prima Accoglienza) del nord mi spinge a parlare, anche se sul blog è stato fatto molte volte, delle nostre politiche sulle migrazioni, anzi sarebbe meglio dire anti-migratorie, e dei principi di non civiltà che le ispirano. Lo farò ricorrendo ad alcune suggestioni tratte dal saggio di Maurizio Bettini, Homo sum, dove ho trovato la conferma di una tale affermazione. Il grande latinista fa riferimento, in una prospettiva di comparazione categoriale, ai valori tutelati da una civiltà schiavistica come quella greco-romana, per la quale la condizione di viandanza, di estraneità alla terra calcata era la più inquietante e miserevole che si potesse immaginare. Basti ricordare un passo dell’Eneide ( un “classico”, cioè- per citare Italo Calvino- un libro che non ha mai finito di dire quel che ha da dire ), quando Virgilio racconta che i troiani profughi chiedono hospitium a Didone: il poeta latino fa parlare all’inizio Ilioneo, il quale prega la regina di non considerarli nemici e di guardare da vicino alla loro storia. E lei risponde di essere stata una profuga anch’ella, affermando di conoscere molto bene una tale condizione: disco è la parola che usa, un presente che arriva con la sua forza espressiva fino a noi, come un ammonimento a non dimenticare mai, a considerare sempre lo stato di rifugiati come degno di considerazione, benevolenza e accoglienza. Quella della fenicia Didone è una scelta permanente, una scelta di civiltà frutto anche di sofferta esperienza. E noi cosa avremmo imparato dalla nostra storia? Di quali valori di civiltà ci sentiamo permanenti testimoni? Anche in Attica, tra i doveri dei cittadini di una societas concepita come armonico scambio di dare e avere, c’era quello di concedere l’accesso all’acqua e al fuoco allo straniero, di indicare la strada al viandante spaesato, oltre che di non lasciare insepolto un cadavere. L’interdictio aqua et igni era riservata invece ai condannati e a quelli cui era stato comminato l’esilio. Principi elementari di civiltà già presenti nell’età arcaica e nelle commedie di Plauto (Rudens). Principi di giusnaturalismo affermati in seguito dalla cultura giudaico-cristiana, per di più accentuati in chiave religiosa. Anche per i “pagani”, però, la negazione di questi obblighi era punita dagli dei e considerata una forma di empietà, oltre che di barbarie. Xenophilìa e philantropìa consistevano non solo in valori di mitezza e accogliente generosità, ma anche di paideia, cioè di cultura. Poi arriva Cicerone che, pur ribadendo nel De officiis questi principi fondamentali, imposta una considerazione a noi abbastanza nota: prima noi, i nostri cari e i propinqui, quelli che parlano la nostra stessa lingua ecc.. e poi lo straniero, perché il bene che gli è dovuto non anteceda il nostro interesse. Ecco il baco nella mela, che relativizza i valori dell’Humanitas affermati un secolo prima da Terenzio nell’Heautontimoroumenos. In seguito Seneca, grazie ad un’adesione più profonda allo stoicismo, li estenderà di nuovo a tutti gli uomini, che nella sua prospettiva sono da considerarsi uguali per natura e legati allo stesso destino, perché la società è un arco di pietre che si sostengono tutte tra loro nella stessa misura. Questi officia erano considerati doveri comuni a tutti, indistintamente, e stiamo parlando di società che non misero mai in discussione la schiavitù come sistema economico e come fenomeno sociale. Noi invece li decliniamo come DIRITTI, come è giusto che sia per una coscienza laica, oltre che per un cristiano purché rispettoso del mandato fondamentale della sua fede. Diritti che nel tempo abbiamo moltiplicato, estendendoli a territori prima inesplorati, a fasce anagrafiche di ogni tipo, li abbiamo definiti (Bobbio) diritti di terza generazione comprendendo sia quelli soggettivi che collettivi; però ci irrigidiamo di fronte ad alcuni- così antichi e consolidati- come quelli del profugo, dell’errabondo, del migrante economico e/o climatico. Le réfugé non è più una figura tutelata dalla legge umana e divina come lo era Enea? O come l’errante Odisseo, che non conoscendo l’isola dei Feaci, chiede consigli a Nausicaa, la quale gentilmente lo orienta nel cammino, perché sente che sta solo assolvendo a un suo dovere nei confronti dello xénos. Invece oggi sono in molti a pensare che sia meglio farlo restare dov’è, il migrante, anche “aiutandolo” a restare dove e come è. A questo qualcuno va ricordato allora qualcosa di più recente come l’articolo 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che così recita: Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni stato. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.
E infine vorrei rispondere alla domanda ( nel suo intento retorica) che si /ci poneva il nostro poeta esule, girovago per antonomasia, l’africano Ungaretti quando scriveva: Se tanti millenni di sofferenza hanno portato alla rivelazione del Vangelo che fa tutti gli uomini uguali nella dignità umana, fondando i rapporti sulla libera affermazione dell’umanità, sarà possibile che tanti altri secoli di sofferenza non conducano gli uomini a instaurare finalmente nella loro società quella tranquillità economica che a ciascuno garantisca la libera affermazione dell’umana dignità? No, non ancora almeno, amato Giuseppe. Homines non sumus…. Non ancora.
CATERINA VALCHERA
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La copertina è tratta da una immagine generata da ll'”Image Creator” della Microsoft.

Grazie a Caterina di questo contributo dotto e stimolante che interessa la tematica forse più “sensibile” del nostro tempo. Sarebbe bello se sul tema aprissimo una riflessione collettiva. Sono Nicola Porro.
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la dotta argomentazione di Caterina piena di riferimenti classici mi spinge ad apprendere il tema da un punto di vista antropologico. Perché coesistere il male ed il bene? Perché l uomo è il luogo nel quale c è perfetta simmetria tra la bestia dalla quale deriva atavicamente e l’angelita’.Questa mancanza di stabilizzazione è di grande interesse. Esiste un principio che può sontizzare questa coabitazione? Rifletterero’ e tenterò una risposta nel mio spazio di venerdì.
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Una riflessione sulla tua ultima considerazione, Caterina ; in ideale risposta poetica anche ad Ungaretti, scomodo un altro poeta, Quasimodi, con il suo doloroso:” Sei ancora quello della pietra e della fionda”…Già, l’uomo del mio ( del nostro) tempo è ancora quello.
Struggente ed opportuna la citazione di Virgilio, grande lezione di Humanitas.
Maria Zeno
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Caterina, facciamo un gioco linguistico, alla maniera di Vittgenstein. Il tuo termine ” viandanza” mi attira, perché nelle mie scritture private (pensieri), il pensiero nomade mi attira, mi porta al deserto e alle oasi dei miei cari palestinesi.
Anche ora stanno cercando , con i loro piccoli, acqua e fuoco presso il valico di Rafah.
Cara Caterina, il tuo linguaggio é dotto, ci apre qualche appiglio per comprendere il dedalo delle comunicazioni pubbliche che si offrono oggi sui temi urgenti- politiche anti migratorie, hospitium, rifugiati-.
Potrebbe sembrare che le tue parole dotte non siano accessibili a chi legge, ma se ci soffermiamo sulla tra-duzione, grazie alla tua generazione creativa, le tue parole aprono i nostri occhi occidentali a questo contesto: la guerra, l’ emigrazione ( da cosa fuggono i migranti , se non dalla guerra , come accadde ad Enea?).
Così il tuo linguaggio, arricchito di valore semantico ( il tuo e il mio), diventa pubblico, solo inserito in un Blog, ma lo preserva dalla squallida superficialità che vediamo sui Social, ai quali_ aimé_ anche io mi sto abituando, per dire il mio privato : la rabbia verso ciò che reputo ingiusto, verso la cultura della guerra, verso la cultura securitaria della ” patriottica ” Italia.
Tu non ti rassegni , perché comprendi che l’ alternativa alla tua dotta e poetica denuncia sarebbe solo il silenzio.
Riguardo al bene ed il male, superando la dicotomia presente nella Civitas Dei di Agostino, ed alla ” angelità “, dico con E. Gilson : la soppressione degli angeli rompe l’ equilibrio nell’ universo, l’ intermediazione tra Dio e l’ uomo, “l’Altro” dell’ umano, che ancora oggi ricerchiamo nella parola ” Humanitas”.
Con le parole di Seneca vediamo gli uomini legati allo stesso destino: con il grido delle bambine bombardate dagli Israeliani , vedo il grido futuro dei miei ” stessi” nipoti.
Paola.
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Splendida cavalcata storica sul fenomeno della migrazione! Un monito ad analizzare gli atteggiamenti ottusi e egoisti dei governi, a riflettere sull’incapacità di realizzare una politica di accoglienza e integrazione adeguata e dignitosa! Verremo severamente puniti per questa miopia sociale e storica!
Grazie Caterina! Sempre lucida e profondissima!
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Densa e colta dissertazione sui movimenti umani nel mito e nella storia, la base della nostra cultura che abbiamo cancellato insieme all’unanimità. Anna Luisa
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naturalmente è UMANITÀ
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Cara Caterina, la tua colta, profonda rassegna del pensiero classico con i suoi valori di humanitas al quale tu, noi siamo stati educati pone un inquietante interrogativo. La “nostra” repubblica delle lettere non rischia di essere sopraffatta da un mondo di meschini appetiti, da un becero populismo, da una democrazia formale svuotata di principi costitutivi?
“Forse noi siam l’homunculus di un chimico demente” scriveva Arrigo Boito.
Ettore
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