AUTOBIOGRAFIE DI DONNE DEL NOVECENTO: STORIE DI CORPI E MENTI DIFFORMI: Le autobiografie edite: un esempio di autobiografia pubblicata – parte 1

di VALENTINA DI GENNARO ♦

3.1 “Rivoluzionaria professionale” Teresa Noce

Parte 1   

Nel 1974 Teresa Noce, parlamentare dall’Assemblea costituente e componente il comitato centrale del Partito comunista italiano, pubblica la sua autobiografia, un testo avventuroso e appassionato, che racconta, raccontandosi, pagine importanti ed indelebile del Novecento e lo fa, per la prima volta, con un occhio critico anche verso l’organizzazione comunista alla quale aveva dedicato gran parte della sua esistenza.
Nata nel 1900 a Torino da famiglia operaia e costretta ad abbandonare molto presto la scuola, continuò a istruirsi da autodidatta, svolgendo vari mestieri, fin quando non iniziò a fare la sartina in alcuni negozi del centro città .
Nel 1921 fu fra le fondatrici del Partito Comunista Italiano; nell’ambiente politico torinese conobbe Luigi Longo , studente di ingegneria che ricopriva già incarichi di responsabilità politica. Ricorderà nel suo libro, di come lei giovane attivista, accolse questo studente alle riunioni del circolo e che del suo intervento nessuno degli intervenuti capì poi molto .
Si sposeranno nel 1926 ed avranno tre figli, uno dei quali morirà in tenera età. Nello stesso anno i due espatriarono, stabilendosi prima a Mosca e poi a Parigi.
Per tutta la sua vita di militante comunista si domandò come conciliare la sua militanza con la maternità e con la sua vita da moglie di Luigi Longo, alcuni capitoli dei suoi libri, infatti, riportano a questo dilemma. “Tra casa e Rivoluzione”, “Rivoluzionarie o casalinghe?”
“Partii per Roma, per una vita illegale e dura che sarebbe durata tanti anni, che mi avrebbero portato in carcere e in esilio, all’ospedale e nei campi della morte, in Svizzera e in Francia, a Parigi e a Mosca”  
Durante questa vita illegale e dura sarà costretta dapprima a gravidanze difficili, parti rocamboleschi e in situazioni di fortuna, più avanti a lasciare più volte, e per lunghi periodi, i suoi figli, prima, clandestini a Parigi presso le altre famiglie degli antifascisti in esilio, poi ospiti di pensionati ed infine, durante la Seconda Guerra Mondiale, a Mosca sotto la protezione del governo sovietico.
Quando i genitori di Luigi Longo la conobbero, dissero al figlio che di peggio non avrebbe potuto scegliere, la definirono “Brutta, povera e comunista.”
Luigi Longo era l’unico figlio maschio di una buona famiglia, i suoi non avrebbero voluto si dedicasse alla politica, per di più, in un momento storico in cui significava clandestinità ed esilio. Le sorelle erano proprietarie di alcuni negozi nel centro di Torino e seguivano da vicino gli studi del fratello, studi che con la nomina a responsabile di tutti i circoli della città prima, poi la nomina a delegato al congresso ed infine l’invito a partecipare all’internazionale comunista a Mosca, abbandonò presto. Tornato da Mosca, raggiunge Teresa, nelle sue soffitte torinesi che iniziavano ad essere un nascondiglio per bandiere rosse, striscioni ed aste (ironizzerà più avanti, che forse i topi della soffitta probabilmente avrebbero risparmiato proprio solo le aste di ferro), non si sposarono subito legalmente, ma Teresa rimase presto incinta del primo figlio, Luigi Libero.
 Mancavano due mesi al parto quando il Partito decise di metterla a riposo, ma la sua attività clandestina continuò tanto da destare l’attenzione della Polizia che la arrestò, durante il suo soggiorno a Milano, e le costò qualche notte a San Vittore, così il bambino rischiò di nascere lì.
Nascerà, invece, qualche giorno più tardi invece, Teresa era stata scarcerata, il “primo figlio clandestino” come disse Maria Montagnana, lo chiamarono Luigi Libero, perché il padre Luigi, invece, era ancora in carcere a San Vittore ed era appena il 1923.
Passarono giorni prima che Longo poté riconoscere il figlio, non potendo contare sull’aiuto dei suoceri che avevano reagito molto male agli arresti, e considerando che Teresa era convinta che il figlio avrebbe potuto anche chiamarsi Noce di cognome, invece poi, con l’aiuto di un notaio fu possibile il riconoscimento in carcere.
Si avvicinavano le elezioni politiche del 1924 e come ricorda la stessa Teresa Noce:
“Naturalmente, a queste e altre riunioni andavo sempre con Luigi Libero in braccio, era pesante e mi stancavo, si stancava anche lui, ma non sapevo dove e a chi avrei potuto lasciarlo, provai a chiedere a Longo quando restava a casa per lavorare, ma lui evitava sempre di rispondermi sul punto. Così Luigi Libero partecipò alla campagna elettorale.”
Dopo il voto del 1924, una volta stabilitisi a Parigi, Teresa Noce compì numerosi viaggi clandestini in Italia per svolgervi propaganda e attività antifascista. Dal 1931 al 1934, infatti, ritorna diverse volte in Italia, in clandestinità, per organizzare il lavoro clandestino del centro interno del Pci e gli scioperi della CGIL contro il fascismo.
Sempre a Parigi, nacque un altro maschietto, un bambino di quasi cinque chili a cui diedero il nome di Giuseppe, come il padre di Longo, Teresa, non felice di questo nome, lo cominciò a chiamare Giuseppuccio, poi Puccio ed infine, dato che erano in Francia, da Putiscion, divenne per sempre Putisc.
Nei primi anni ’30 quindi, dopo una breve permanenza a Mosca con Longo era, quindi, nuovamente a Parigi, dove partecipò, con Xenia Silberberg, (Marina Sereni, madre di Clara Sereni, autrice, tra l’altro, di un altro libro, che racconta l’epopea della sua famiglia e del rapporto con la madre ) alla fondazione del giornale Noi donne, inizialmente uscito come foglio clandestino.
Noi donne nacque sulla scia del settimanale “Femmes Francaises ” pubblicato dal Partito Comunista Francese dall’organizzazione femminile unitaria, la pubblicazione, molto ben fatta, nasceva dall’esigenza di polarizzare le masse femminili meno politicizzate verso la lotta contro il fascismo e la guerra.
Noi donne, uscì ogni settimana, completamente stampato tutto con un colore diverso ogni pubblicazione, e con le vecchie illustrazioni dell’Humanité.

Sia Xenia Silbeberg che Teresa Noce, cominciarono di nuovo ad usare i loro veri nomi a Parigi, ma sul giornale continueranno a firmarsi, Teresa come Estella, il nome della clandestinità. Mentre Xenia si firmò come Marina Sereni, il nome di battaglia ed il cognome del marito.
Da quel giorno, sarà per tutti Estella, anche una volta diventata deputata. Lo stesso Palmiro Togliatti, Ercole, la chiamò per sempre così, anche nelle aule parlamentari, così come fecero i suoi nipoti, per i quali fu solo Nonna Estella.
Solo Giuseppe Longo all’epoca, detto Putisc, non sapeva di chiamarsi Longo, si era convinto che il suo vero nome fosse il cognome francese con il quale era stato iscritto a scuola, e fece resistenza nel cominciare ad usare il suo vero nome.
Nel 1936 Teresa Noce decide di raggiungere il marito in Spagna ed unirsi ai volontari accorsi in difesa della Repubblica dopo lo scoppio della guerra civile spagnola, nel corso della quale curò la redazione del giornale degli italiani combattenti nelle Brigate internazionali, “Il volontario della libertà”.
Le sere prima della sua partenza per la Spagna furono dedicate a decidere con chi sarebbero stati i suoi figli, a chi li avrebbe affidati.
“A Parigi tutti furono d’accordo per la mia partenza. Però dovevo chiedere l’autorizzazione anche a Putisc. Non aveva ancora sette anni, ma capiva certe cose. L’essere tornato a vivere con noi lo aveva maturato. Sapeva che io lavoravo al giornale, e che suo padre si trovava in Spagna, dove c’era la guerra, ma altre cose non le capiva. Per esempio, non capiva perché papà era comunista e perciò contro la guerra, faceva la guerra in Spagna. Non era facile e la stessa domanda che si poneva Putisc se l’erano anche i lavoratori francesi e di altri paesi.
-Io mi cercherò un’altra mamma- Mi annunciò tranquillamente che la sua nuova mamma sarebbe stata la compagna Donini e il suo nuovo fratello, Pirka, il figlioletto dei Donini che aveva giusto la sua età. I nuovi genitori erano d’accordo. E io potei partire per la Spagna con relativa tranquillità.”
Dopo poco meno di due anni in Spagna, dopo la Battaglia di Guadalajara, la morte di Nino Nanetti, comandante delle milizie repubblicane durante la guerra civile spagnola, fu incaricata di partire per gli Stati Uniti, ma non superò le visite mediche a causa di una febbriciattola che la assaliva la sera, anche il partito spagnolo e il partito italiano si convinsero della sua poca salute e insisterono per un periodo di vacanza in Francia.
Non le fu, perciò, possibile tornare alla lotta, ma la disfatta della Spagna repubblicana era ormai vicina.
Teresa Noce recupera i figli, Gigi da Mosca e Putisc dai Donini e aspetta a Parigi il ritorno di Luigi Longo dalla Spagna, ma il marito sembrava non tornare mai, nemmeno quando ritornarono in Francia gli ultimi garibaldini partiti, Longo era tra loro.
Passarono ancora parecchi giorni prima che Longo si ricongiungesse con la famiglia a Parigi, si scoprirà poco dopo che questi giorni li aveva trascorsi in compagnia di una sua segretaria spagnola, sulla via del ritorno.
Inoltre, pareva che per Longo, non ci fosse più posto negli organi dirigenti del Partito e rimase, per qualche settimana senza stipendio, così Teresa Noce, dovette provvedere economicamente a tutta la famiglia, di nuovo.
Nel 1937, pubblica “Gioventù senza sole”, romanzo autobiografico dedicato al racconto della sua giovinezza torinese fino allo scoppio della Seconda guerra mondiale quando venne internata nel campo di Rieucros; liberata per intervento delle autorità sovietiche e autorizzata a lasciare la Francia e a ritornare a Mosca, dove intanto avevano trovato asilo i figli, ma le fu impedito di raggiungerli dall’invasione tedesca dell’Unione Sovietica, avvenuta nel giugno 1941.
Rimase in Francia, a Marsiglia, dove prese a lavorare per il Partito comunista francese come responsabile della MOI (Mano d’opera immigrata) e partecipò alla Resistenza nel gruppo dei Francs-tireurs-et-partisans.

VALENTINA DI GENNARO                                                                                                    (continua)

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  • L’immagine di copertina è di Elisa Talentino