RUBRICA “BENI COMUNI”, 66. LA NOSTRA PALESTINA (parte 1^)
di FRANCESCO CORRENTI ♦
L’imminenza delle festività che dal III secolo – a quanto risulta – commemorano qui da noi, con solenni cerimonie liturgiche e con tante e diversissime manifestazioni popolari, il Santo Natale, ma che risalgono a ben più antiche celebrazioni di divinità latine e d’altre genti (prima figura) di cui non sto a ripeter qui la storia, mi hanno suggerito di riprendere un tema già illustrato, tra amici e su Facebook, con una rievocazione di assoluto carattere famigliare.
Il Santo Natale era una festa piuttosto sentita a casa mia, dove i miei genitori ripetevano evidentemente una tradizione che avevano al loro volta praticato fin da ragazzi. Entrambe le mie nonne erano molto devote. Di mio nonno materno, Paolo, torinese, so che era stato in gioventù allievo di San Giovanni Bosco, ne vedo nelle fotografie l’alta figura elegante, la lunga barba bianca, ma non l’ho conosciuto perché morì a Roma nel 1935, quattro anni prima “dei miei natali”. Di mio nonno paterno, Francesco, siciliano di Paternò, essendo morto nel 1952, ho potuto conoscere molto, sia nelle indimenticabili vacanze nelle case di Paternò e di Ragalna, sia negli anni (i suoi ultimi) quando hanno vissuto a Roma alternativamente da noi a via Nazionale e a casa dell’altro figlio, con le finestre su piazza Navona (dove morì il giorno dell’Epifania, con la piazza in festa chiassosa per la folla tra le bancarelle dei presepi e dello zucchero filato). In particolare, di lui ricordo la breve preghiera di ringraziamento prima dei pasti rivolta al “Bammineddu” – il Bambin Gesù – che si ripeteva anche dopo, unendo civilmente nella riconoscenza l’autrice dei piatti serviti (la moglie o la nuora di turno). Nella casa avita, nella grande sala che era soggiorno e pranzo, con divano e poltrone, una grande libreria e vari altri mobili, una bella consolle era dedicata a quello che chiamerei il “larario”, un altare domestico dove erano alcune foto di parenti defunti, anche qualche quadro a parete di soggetto religioso e, sul piano di marmo sagomato, proprio Lui, il Santo Bammineddu, una statuina in ceramica dai capelli biondi e gli occhi cerulei, nella sua culla-mangiatoia in legno, tra soffici ricci-paglia di cellophane (il tutto risalente agli anni Venti).

La statuina del Bambinello (il Lettore può vederla nella seconda figura, sulla nostra desta), la consolle (davvero bella, con gambe, fregi intagliati e teste barbute scolpite a far da capitelli) e la libreria con tutti i libri di nonno e forse dei bis e trisnonni carbonari antiborbonici e su per li rami (sempre alternando Antonini e Franceschi, non si sbaglia), sono adesso qui con me a Roma, proprio come erano “laggiù” (salvo qualche dolorosa perdita nei traslochi), alcuni rilegati in pergamena, settecenteschi, di classici latini – apro un M. Tullii Ciceronis De Officiis libri tres –, di morale o meditazione e di scienze; altri in pelle, con scritte e fregi dorati e guardie in carta marmorizzata o marezzata di splendidi colori e sono le principali opere di autori latini e greci e poi italiani, Dante, Petrarca e così via, fino agli ancora viventi (allora), quali Carducci e Pascoli, ma con le assenze di tanti ancora di là da venire. Certi libri sono singolari: due grossi volumi (circa 1300 pagine ciascuno) sui Beati Paoli di William Galt, che altri non era che il palermitano Luigi Natoli (1857-1941), varie operette proprie dei loro tempi e, per fare un esempio specifico, un oscuro opuscolo del “gruppo dei moderni” in brossura, intitolato Per uccidere Napoleone Bonaparte, di Giorgio Ohnet, «unica versione italiana autorizzata», edito a Firenze da Salani nel 1911. Dato che il 5 maggio era ormai già trascorso da novant’anni con tutta la vicenda di Sant’Elena, non ho avuto la curiosità di leggerlo.
Allo stesso modo delle cose richiamate prima, sono anche qui, a casa mia, dopo non poche peregrinazioni di casa in casa, diverse specie di oggetti, materiali, strumenti, utensili, soprammobili e opere d’arte o di artigianato artistico. Ho vissuto con loro fin dall’infanzia. Tra queste, la statuetta abbastanza grande d’un pastore barbuto (Jnnaru?) dalla tipica mantella con cappuccio in orbace, seduto a scaldarsi le mani davanti al fuoco. Un’altra più piccola, con abiti di colori più vivaci fatti in cartapesta è come la precedente siciliana. Dicevano i miei, della produzione di Caltagirone. Come il Bambinello, le ho messe nella stessa figura a erudizione (?) del Lettore, insieme ad altre due più recenti, penso napoletane, un portatore di orci d’acqua (ma con modi del tutto diversi dai veri venditori ambulanti in carne ed ossa, che si trovavano in Siria, a Damasco, ad Aleppo e altrove, d’estate) e un “ricottaro”, comprato da papà a piazza Navona per il presepe del 1948.
Affrontando questo argomento dei presepi, mi sono reso subito conto che entravo in una categoria che ha avuto ed ha ovunque innumerevoli seguaci – a parte il precursore, mio Santo patrono –, ma trova moltissimi specialisti riuniti addirittura in associazione, che si cimentano in una lunga preparazione e apposite mostre, con risultati artistici elevati e scenari spesso ispirati ad ambienti della storia cittadina. Tanto da farmi pensare che, se tornasse nella Civitavecchia di oggi, padre Giovanni Battista Labat potrebbe mettere in secondo piano la questione delle processioni e denominare la città col soprannome di “Praesepiòpolis”. Mi tiene aggiornato il mio prezioso amico Giuseppe Bellu, ottimo vigile del fuoco, collezionista raffinato e artista presepiale ben noto. Un tempo si diceva amico “di penna”, quando ci si scambiava una fitta corrispondenza anche internazionale, con qualche problema linguistico – avevo già amici giapponesi –, e collezioni di cartoline o francobolli; oggi si può dire amico “di pennette”, dato che lo scambio riguarda immagini rare e simili su “file” elettronici.
Tornando al padre Labat, in realtà, il nostro buon domenicano è più stupito di un’altra questione, nelle sue osservazioni di costume. Infatti nota che il Natale è il «giorno delle Strenne» tanto in Spagna quanto in Italia. Già degli spagnoli, con una punta di avarizia, lo colpisce una particolarità, a proposito dei regali di Natale: per cui osserva che costano più le mance ai domestici che li portano di quanto valgano le bagatelle che si ricevono. E questo fatto lo trova disdicevole anche a Roma e a Civitavecchia, dal che possiamo constatare che le cattive abitudini durano nel tempo, anzi si consolidano e peggiorano.

Per non parlare di fatti più gravi. Lui ne è scandalizzato e riferisce di aver vista la stessa pretesa di elargizioni in tutte le Feste Natalizie che ha passato «in quella città» e di non aver mai potuto approvare quella che gli appariva «una bassezza indegna dei domestici di grandi signori». Aggiunge che «la festa di Natale è in Italia, per le strenne, quello che in Francia è il primo giorno dell’anno». Questo lo colpisce, insieme all’aspetto poco pontificale del papa Clemente XI Albani, durante i Vespri del Sacro Collegio della Vigilia, cui assiste per esser venuto apposta a Roma da Civitavecchia: «in uno stato così cattivo da far pietà, pallido come un morto» e tanto assonnato da dover esser sostenuto e risvegliato ogni tanto dai Signori Cardinali durante i riti in San Pietro.
In questa e nelle prossime puntate voglio però riprendere quelle rievocazioni cui ho fatto cenno. L’avevo presentata in modo strano, come se fosse una esercitazione legata al mio mestiere: «Quasi un secolo e mezzo di progetti per la Palestina, in famiglia». Perciò ho intitolato «La nostra Palestina», intendendo quella terra dove idealmente erano situati i nostri presepi, con interpretazioni fantasiose, in un misto tra ambientazioni di casa nostra, dei nostri borghi, e qualche dettaglio esotico da “Vicino Oriente”, magari con i soldati romani sullo sfondo improbabile d’un minareto (da sempre, lì, purtroppo, eserciti e guerre e migrazioni). Insomma, la «Terra Santa», che ci hanno insegnato fin da bambini essere il luogo dove si sono svolti quei fatti straordinari. Che era anche la «Terra Promessa» e quella di Abramo, del Santo Sepolcro, delle Crociate vere e di “Brancaleone alle Crociate”, dei pellegrinaggi, dei Cavalieri Templari, di Riccardo Cuor di Leone, del “Feroce Saladino” nelle diverse versioni, fino ad Israele e tutto il resto, fino – per noi che c’eravamo – a Yasser Arafat nella “mia” Aula Pucci, il 13 giugno 1998, ed il conseguente gemellaggio con Betlemme.
Questi particolari progetti famigliari sono stati parecchi. Ne parlo per i motivi che ho detto, perché fanno una casistica che rispecchia il “come eravamo” in diversi contesti temporali. Non voglio scopiazzare la storia della tradizione ideata da Francesco d’Assisi e attuata per la prima volta a Greccio, per narrare poi le meraviglie settecentesche e arrivare ai più ingenui o turistici “Presepi viventi”, prese/nti ormai dovunque. Mi pare più utile “confidare” al Lettore amico (e amico Lettore) aspetti personali e privati, di nessuna importanza storica o artistica, ma rivelatori di un modo di essere e di pensare. Nulla di straordinario, ma mostrati con il piacere (la tenerezza, in certo modo) dei ricordi lontani, in cui sentiamo la nostalgia del passato, l’affetto immutato per i nostri Cari, trapassati. E quindi ecco i miei presepi. Il primo era del 1872 (lo vedete nella seconda figura, in alto, dove ho aggiunto, a ricordo della storia i milites romani). Era quello di mio nonno Francesco. Presepio da ritagliare. Ma mio nonno l’ha lasciato intatto. I commenti su Facebook sono stati vari: Alessandro Costanzi: «Ha fatto benissimo.» Io: «Che farà mio nipote?» Maurizio Bernini: «Sistematico e attento.» Maura Wu Wei Barbani: «Stupendo!» Romolo Canna: «E ha fatto molto bene perché grazie a ciò è arrivato fino ad oggi.» Tarcisio De Paolis: «Conoscere quello che abbiamo fatto è cosa normalissima, ma sapere cosa faranno i nostri nipoti è proprio un mistero».
Il secondo, del 1948 (nella stessa figura, al centro e in basso), era il grande presepio realizzato per me da mio padre quando ero in prima media, in un angolo del suo studio-biblioteca nella casa in via Nazionale (grandissima, con soffitti alti ed eccezionali vedute dalle finestre sulla stessa via e su via Quattro Fontane), inaugurato con una festicciola natalizia con i compagni di classe dell’Istituto Massimo. La foto di allora è commentata dal disegno che ho fatto per spiegarne le varie parti. Il seguito alla prossima puntata, come di regola.
FRANCESCO CORRENTI

Complimenti per l’ottimo articolo. Le sarei grato di affrontare il tema del quarto re magio Abumar. architetto Paolo Ranieri
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Caro e gentile Collega, la rubrica Beni comuni ed il blog Spazio Libero Blog sono stati pensati per aprire dialoghi e confronti tra persone, tra noi che scriviamo ed il pubblico, per favorire integrazioni, correzioni, smentite. In serenità e amicizia, a maggior gloria della verità o almeno della corretta informazione. Pertanto, con un inyervento di commento o con un vero e proprio articolo mandato all rubrica, il tema del quarto re magio Abumar, gentilmente, sarà un suo contributo collaborativo alla rubrica, ad arricchimento della stessa, del blog e di noi tutti.
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Accolgo con spirito natalizio il documento molto personale sulla sua Palestina, è l’unico che sento, ora che la Palestina è di nuovo martoriata dalle bombe al fosforo bianco. Le statuine arabe del presepe, oggi, sarebbero censurate per la loro convivenza con il Bambinello bianco e cristiano. Per fortuna rimane in noi la nostra cultura popolare(e non solo) che li vede insieme nella scenografia del presepe.
Un cugino di Marcello in quel di Puteoli continua la Tradizione con quattrocento statuine, create da un maestro artigiano.
Il presepe di mio nonno, posto su di un tavolo apposito, è scomparso, forse per questo io frequento i robivecchi, per rintracciare la storia.
Buone feste.
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A casa mia il Presepe era ( ed è, sia pure nell’evoluzione dei tempi e nella progressiva delle persone care) una cosa seria: mio padre , nato a Resina poi tornata Ercolano, vestiva idealmente i panni di Luca Cupiello e non consentiva a nessuno di interferire con la sua opera.
I suoi, i nostri, presepi nel corso degli anni hanno mantenuto la caratteristica dell’ingenuità prospettica , dell’anacronismo dei figuranti accostati in un insieme emotivo molto più che storico. E forse la piesia era questa. Accanto a statuine di pregio ed ormai antiche, altre più ” andanti” , recenti e compendiarie nell’esecuzione. Comunque, sono ricordi e si sono diffuse: le mie sorelle, dopo sposate, ne hanno portate alcune nelle loro case. Io mi sono fieramente opposta al trasferimento del “pastorello della meraviglia”: continua ancora a contemplare meravigliato gli eventi qui, nella casa di famiglia.
Maria Zeno
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Refusi:
* poesia ,non piesia
Da integrare : * scomparsa*…delle persone care
Maria Zeno
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