La furia di Alessandra Carnaroli, la sua, ma anche quella di tutte.

di VALENTINA DI GENNARO
Alessandra Carnaroli ha iniziato a scrivere poesie dal taglio sperimentale e dall’accompagnamento grafico. Con una feroce ironia, racconta e commenta fatti di cronaca e storie di donne. Nel racconto mitologico, ed epico, l’ultimo che ci è rimasto: quello che ci racconta divise tra i lavori di cura, tra le carriere, l’essere o non essere madri e l’arrivare sempre a questo bivio. Il campo d’azione sono città caotiche, tumultuose, ma anche piccoli borghi di provincia, difficile dimenticare l’Italia di oggi tra le righe del libro “La furia”.
La collana “I Pavoni” della casa editrice Solferino, diretta da Teresa Ciabatti, inaugurata dall’antologia “Data di nascita”, si arricchisce del volume della Carnaroli e di ventisette monologhi in cui tutte si raccontano; tutte chiamate con lo stesso nome, in minuscolo mirande; figure della sofferenza femminile esibite, nude («quella volta che anche la Cuccarini era nuda sul palco» è il sottotitolo di questa prima parte) le mirande sono costantemente nel mirino dello sguardo maschile, come suggerisce il loro nome: «millenni di maschi dalla clava in poi, dalla lava che scola dallo scroto: sopravvivenza la definirei, stimolo alla riproduzione, sopravvivenza della specie, della speme, dello sperma che deve andare a segno sempre, fosse mutande il centro o donna», e bersaglio prediletto, come si legge nella seconda e terza parte, di tutte le campagne: «te lo hanno raccontata da piccola i tuoi genitori di Gesù, il presepe la capanna Maria che era vergine e non conosceva uomo eppure ha accettato la gravidanza, ricordi questa bellissima storia di amore e accettazione?».
 «Intanto io sogno che quello costa quasi niente.» Potrebbe essere il riassunto di una vita e in un certo senso lo è: una delle vite che schizzano fuori da queste pagine, racconti di donne i cui destini, diversissimi tra loro, si somigliano però nelle mille sfumature affilate del coraggio, della rabbia, della nostalgia, dell’amore. Dentro a interni metropolitani invasi da bucce di cipolla e mariti violenti, borsette in finta pelle e madri disapprovanti, si muovono le protagoniste e come si muovono sbagliano, ma non per questo si adattano a star ferme. Escono di casa, portano nelle strade le loro speranze e i loro errori, affrontano lo sguardo frastagliato di compaesani curiosi, rincorrono padri erranti con i segni del rossetto sul collo della camicia, accompagnano figlie riottose in educazioni sentimentali del tutto approssimative, tra consigli per gli acquisti, ambizioni televisive, pregiudizi etnici. In queste pagine c’è tutto il nostro mondo, non certo solo quello femminile: una grande jam session in cui squillano, si interrompono, si riprendono e si amplificano le deviazioni melodiche delle vite contemporanee. Storie che fanno ridere, storie urticanti, storie vere che sembrano viste da una finestra e sono travolgenti come solo l’immaginazione.

L’esordio in prosa di Alessandra Carnaroli è un romanzo corale in cui l’autrice, come un bardo psichedelico, monta e trasfigura i pezzi dell’ordinario domestico – piatti, frigoriferi, pizzi, farmaci, cappelli e bomboniere – per costruire l’unica epica possibile, quella del tempo che ci resta.

 “Le Ardite di Civitavecchia” lo presentano sabato 16 settembre alle ore 17.30 al Think Tank in via Annovazzi 3/5.

[Alessandra Carnaroli è nata a Piagge, nelle Marche, nel 1979. Ha pubblicato alcune raccolte di poesia di taglio neo-sperimentale presso piccoli editori, con prefazioni, tra gli altri, di Aldo Nove, Tommaso Ottonieri, Andrea Cortellessa, Helena Janaczek. Tra i titoli piú significativi: Femminimondo, sui femminicidi (2011), Primine, sui traumi infantili (2017), Sespersa, sull’esperienza della gravidanza (2018), In caso di smarrimento / riportare a:, sull’Alzheimer (2019). Per Einaudi ha pubblicato 50 tentati suicidi più 50 oggetti contundenti (2021).

VALENTINA DI GENNARO

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