“PESCI, PESCATORI, PESCIVENDOLI E CONSUMATORI” DI GIORGIO CORATI – Sulla necessaria transizione ecologica
di GIORGIO CORATI ♦
L’epoca attuale è contrassegnata dal dilemma relativo alla capacità portante della Terra di poter fornire, o meglio “donare”, le risorse che gli esseri umani necessitano per vivere anche in futuro. Si tratta della questione sulla sostenibilità dell’uso e dell’utilizzo delle risorse naturali da parte delle attività umane e della capacità dell’ecosistema di mantenere il proprio equilibrio nonostante l’azione dell’uomo. Sebbene le attività economiche producano sviluppo e crescita economica, sostengano il benessere e permettano l‘accumulo di ricchezza, tuttavia, così come anche tutte le attività umane in generale, le attività economiche esercitano pressioni negative di rilievo sull’ecosistema, usandolo al tempo stesso come fonte di fattori di produzione, recettore di scorie e di scarti di produzione e di consumo, creando potenziali e possibili disequilibri dannosi in prospettiva.
In questi termini, dunque, l’ecologia è un tema economico e sociale centrale e cruciale per gli esseri umani.

Grafica: I 9 limiti fisici del Pianeta. Fonte; http://www.benecomune.net.
I fenomeni naturali sono di tipo sistemico e nel loro accadere o nel loro evolversi, coinvolgono gli esseri viventi, anche loro malgrado. Le implicazioni sulla qualità della vita e sulle possibilità e potenzialità di fare, “offerte” agli esseri umani dalla natura, sono state ampiamente poco considerate sino in fondo e soltanto in tempi recentissimi hanno assunto rilievo. Estremizzando, si è passati dal percepire il cambiamento climatico banalizzandolo nella domanda “che tempo farà domani”, al sostenere la rilevanza di problemi come l’inquinamento atmosferico, ma anche marino e tellurico, e il cambiamento climatico, attraverso veementi scontri verbali e azioni dimostrative, al fine di poter porre all’attenzione di tutti le criticità strettamente connesse agli effetti negativi causati o indotti soprattutto dalle attività economiche sull’ecosistema. Non è vano sottolineare che si tratta di attività che, in generale, permettono e possono assicurare una migliore qualità della vita personale, ma paradossalmente esse sono anche causa di condizioni di vita peggiorative per tutti e trascinano da tempo, in modo sempre più marcato, verso un declino della Terra che per alcuni certi aspetti sembrerebbe ormai un problema irreversibile.
Scriveva Commoner (1973),1 pioniere degli studi ambientali negli Stati Uniti già nell’ormai lontano fine Novecento, che
“il fatto che il sistema produttivo in toto “prelevi” dall’ecosistema e incorra con un “debito con la natura” rappresentato dall’inquinamento può essere considerato un risparmio immediato per l’industriale. Al tempo stesso l’inquinamento spesso si aggiunge al costo della vita di tutta la popolazione, la stragrande maggioranza della quale è formata da salariati e non da imprenditori. (p.240).
Il tema del dono o dell’offerta (di risorse), che l’ecosistema fa delle proprie ricchezze all’uomo, assume una natura di debito, come sosteneva Commoner, che lascia da pensare e può presagire anche la necessità di una necessaria reciprocità. La restituzione di quanto ricevuto può essere già di per sé una motivazione per l’uomo a cambiare paradigma economico e farlo in modo definitivo, abbandonando quelle che oggi possono essere definite, a ragione o a torto, vecchie logiche e vecchi schemi connessi ai modi e alle modalità di produrre; ciò ovviamente dal punto di vista dell’ecologia e del suo benessere.
Continuando nel suo ragionamento, Commoner scriveva che
[…] “quando i lavoratori che abitano in prossimità di una centrale termoelettrica si ritrovano la voce “lavanderia” aumentata per colpa della fuliggine emessa dai camini, il loro salario viene decurtato” (p.240). […] “In questo caso il costo dell’inquinamento non è affrontato da nessuno per molto tempo; il conto viene finalmente saldato con l’esazione della morte prematura del salariato che – a parte le incalcolabili sofferenze umane – può essere computata in termini di alcuni anni di reddito perduto. In questa situazione, poi, durante il periodo di “libertà”, gli inquinanti si accumulano nell’ecosistema o nel corpo delle vittime, ma non tutti i costi risultanti vengono immediatamente avvertiti. Parte del valore rappresentato dall’abusare liberamente dell’ambiente viene poi messo a disposizione per ridurre il conflitto economico tra capitale e lavoro. Il beneficio sembra aumentato per entrambe le parti e si attenua il conflitto reciproco. In seguito, però, quando si paga il conto ambientale, questo ricade più sul lavoro che sul capitale; il “cuscinetto” viene improvvisamente rimosso e il conflitto tra i due settori economici si rivela in tutta la sua violenza” (pp.240-241).
È sempre più evidente che l’ecologia ha in sé una natura che è riconducibile “ad una forma democratica di redistribuzione dell’inquinamento ambientale” tra tutti gli esseri viventi della Terra indistintamente, perché, come si sa, le emissioni inquinanti e climalteranti viaggiano nell’aria, si diffondono in tutta l’atmosfera e nei mari e negli oceani, raggiungono tutte le latitudini e le longitudini della Terra e le profondità delle acque, giungendo anche in quei luoghi in cui la lungimiranza e la virtù degli uomini scoraggia le emissioni stesse. È attuale quanto in merito scriveva Commoner quando ammoniva che […] “malgrado i regolamenti sull’inquinamento – certamente in vigore – la produttività industriale […] “prende a prestito” dall’ecosistema una parte dei costi di produzione sotto forma di inquinamento” (p.247).
Certo, si può essere d’accordo che gli uomini virtuosi o lungimiranti non debbano arrendersi, magari soltanto perché si sentono “abbandonati” da altri meno virtuosi o meno lungimiranti di loro oppure soltanto inconsapevoli fino in fondo degli effetti esterni delle proprie azioni o attività. Anzi, è proprio quello il momento in cui continuare a sostenere ciò che si ritiene essere una giusta causa, anche perché, per usare una espressione colorita, il vicinato guarda sempre cosa fa la famiglia della porta accanto e spesso la emula per non sentirsi da meno. Magari poi impara e assume maggiore o piena consapevolezza dell’importanza delle proprie azioni.
Nella considerazione che gli uomini attuali sono ospiti di passaggio sul Pianeta, si è portati a pensare che per molti il dopodomani non esista e che il futuro, così come qualcuno auspica basato sull’equilibrio sostenibile e sulla biodiversità della vita sul Pianeta stesso, sia una visione immaginaria di qualche folle ingenuo.
Nel 1971, Musmarra (1971),2 professore universitario di ecologia, scriveva che […] “l’uomo ha turbato pericolosamente il naturale equilibrio. Sappiamo che l’ulteriore ripristino, al giusto livello cui l’uomo non giunge, compete alla natura” (pp.281-282). […] “La fauna, danneggiata dall’unilateralità utilitaria, risente gli effetti dell’opera devastatrice” [dell’uomo] (p.285). Queste affermazioni introducevano, senza dubbio, il tema degli effetti negativi delle attività umane e il tema conseguente del ripristino dei danni causati all’ecosistema. Nel 1973, Commoner (1973),1 ammoniva che l’essere arrivati alla crisi ambientale, [si riferiva a quella di inizio anni Settanta del Novecento], “è dovuto al fatto che i mezzi da noi usati per ricavare ricchezza dall’ecosfera sono distruttivi dell’ecosfera stessa” (p.260). Il biologo avvertiva già allora che “la situazione di rapido peggioramento ambientale” [determinerà dei costi globali, per cui la necessaria] “riforma della produzione deve essere portata avanti senza una pesante riduzione degli attuali livelli di beni utili, disponibili per l’individuo; al tempo stesso controllando l’inquinamento, la qualità della vita può migliorare in modo significativo” (p.261).
Dalle parole di Commoner, oggi, poiché abbiamo ulteriori e inconfutabili conferme in campo scientifico ed economico e non soltanto, possiamo comprendere sicuramente meglio la necessità che già allora per lo studioso e per altri era evidente – ricordiamo la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano, Stoccolma 1972 – ovvero che la necessità di un cambiamento di paradigma economico era impellente. Già allora si delineava il concetto di economia circolare!
Occorrono azioni legislative per imporre “cambiamenti nel sistema produttivo”, scriveva ancora Commoner. Si riferiva ai cambiamenti che erano, e che sono ancora tutt’oggi necessari, per mettere il sistema produttivo
[…] “in armonia con l’ecosistema”. Ammoniva dicendo che “se vogliamo sopravvivere, tanto economicamente oltre che biologicamente, l’industria, l’agricoltura o i trasporti dovranno soddisfare le ineluttabili esigenze dell’ecosistema. Ciò richiederà lo sviluppo di nuove importanti tecnologie che comprenderanno: i sistemi di restituzione diretta al terreno dei liquami e della spazzatura; la sostituzione di molte sostanze con quelle naturali; l’inversione dell’attuale tendenza a sottrarre terreno alle coltivazioni e ad aumentare la resa per area con un’intensa applicazione di fertilizzanti; la sostituzione dei pesticidi sintetici, il più rapidamente possibile, con mezzi di controllo biologici; un’azione di scoraggiamento verso le industrie che consumano energia; lo sviluppo del trasporto via terra che operi con la massima resa del carburante a basse temperature di combustione e con il minimo impiego di territorio; un contenimento sostanzialmente completo e il ricupero dei rifiuti dai processi di combustione, fusione e operazioni chimiche (le ciminiere devono diventare delle mosche bianche); un riciclo sostanzialmente completo di tutti i prodotti riutilizzabili come metalli, vetro, carta; una pianificazione ecologicamente sana nell’amministrazione del territorio del terreno, comprese le aree urbane” (pp.250-251).
In queste poche righe, può essere interessante riportare anche una parafrasi del monito espresso da Daly in La soglia della sostenibilità. Ovvero quello che il Pil non dice (Pulselli, Bastianoni, Marchettini, & Tiezzi, 2007).3 Daly, che aveva una visione diversa da Commoner, sosteneva quanto fosse importante per gli esseri umani compiere una transizione verso un’economia sostenibile per poter continuare a operare anche in futuro, ponendo attenzione ai limiti biofisici inerenti all’ecosistema globale. Il monito dell’economista riguardava, già allora, l’importanza della transizione verso un’economia sostenibile, al fine di scongiurare il rischio di incorrere in una catastrofe ecologica, la quale avrebbe avuto ripercussioni sugli stili di vita degli uomini.
Ciò che accade oggi è sotto gli occhi di tutti.
GIORGIO CORATI
Bibliografia
1 Commoner, B. (1973). Il cerchio da chiudere. La natura, l’uomo, la tecnologia. Titolo originale “The Closing Circle”. Seconda edizione. Stampato in Italia: Garzanti.
2 Musmarra, A. (1971). Principi di ecologia. Emilia Levante (BO): Calderini.
3 Pulselli, M., Bastianoni, S., Marchettini, N., & Tiezzi, E. (2007, p.7). La soglia della sostenibilità. Ovvero quello che il Pil non dice. Volume realizzato con finanziamenti di Provincia di Modena, Fondazione Cassa di Risparmio Provincia di Modena, Provincia di Rimini. Roma: Donzelli.
Fonte della grafica: https://www.benecomune.net/rivista/rubriche/opere/cambiare-paradigma-per-salvarci/
Nota. Nel suo Quinto Rapporto, il Comitato Capitale Naturale (2022),4 riporta che Willet et al. (2019),5 “analizzando l’attuale produzione e consumo di cibo, hanno affermato che una trasformazione da sistemi alimentari non sostenibili verso diete sane sia un prerequisito per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile delle Nazioni Unite e l’Accordo di Parigi” (p.63)

Bibliografia della Nota
4 Comitato Capitale Naturale (2022). Quinto Rapporto sullo Stato del Capitale Naturale in Italia. Roma.
5 Willett W., Rockström J., Loken, B., Springmann, M., Lang, T., Vermeulen, S., et al., (2019). Food in the Anthropocene: the EAT-Lancet Commission on healthy diets from sustainable food systems. Lancet, 393(10170), pp. 447-492. Doi: 10.1016/S0140-6736(18)31788-4.
