STORIA DELLE OLIMPADI – I PRIMI GIOCHI DEL XXI SECOLO

di STEFANO CERVARELLI

Dopo 44 anni le Olimpiadi tornano nell’emisfero sud del globo nuovamente in Australia, questa volta a Sidney.

La speranza che i giochi d’inizio secolo venissero assegnati ad Atene va così delusa.

Certo sarebbe stata una magra ricompensa, ma dare alla capitale greca  i giochi del giubileo avrebbe risarcito, seppure in parte, la mancata assegnazione di quelli del centenario; ma ancora una volta la Grecia viene snobbata ed ancora una volta non sfuggì ai più l’ingerenza del potere economico, in special modo di un grande consorzio farmaceutico australiano.

Era comunque destino che la prima edizione del 2000 facesse parlare di sé non tanto per la città assegnataria, quanto per quelle che i giochi non avevano e non avrebbero avuto.

Infatti dopo Atene, la cui pratica venne sbrigata alquanto velocemente,  si presentò  un caso ben più delicato, per implicazioni politiche mondiali che comportava: il caso Pechino.

Già dal 1979 la capitale cinese aveva  espresso il desiderio di ospitare un’edizione dei giochi, e l’assegnazione nel 1990 dei giochi asiatici, patrocinati dal CIO, aveva rafforzato questa speranza.

La Cina, quindi, puntava decisamente alla prima edizione del XXI secolo e per questo i suoi dirigenti politici non si erano risparmiati organizzando, a modo loro, una grande campagna trasformando di fatto la capitale.

Vennero  chiuse le fabbriche, in modo da evitare che si potessero notare i fumi e l’inquinamento della città; venne staccata l’elettricità dalle zone in cui i delegati non si sarebbero recati e addirittura anche i semafori furono spenti per assicurare una adeguata fornitura  alle strutture sportive visitate; sui taxi della città faceva bella mostra di sé un adesivo con scritto ”Beijng 2000”, ma non fu tutto li, arrivò addirittura a deportare i senzatetto  fuori dalla città.

Basta? No. Le autorità cinesi, pur di destare ottima impressione ed avere i giochi, si spinsero, nel settembre del 1993, a rilasciare dalle prigioni alcuni dissidenti famosi in Occidente.

Insomma Pechino voleva i giochi a tutti i costi.

Ma contro la capitale cinese si formò una vasta coalizione internazionale che, sempre in nome di un potere economico che non mancava di far sentire la sua forte presenza, scelse di appoggiare Sidney.

Certo, a modo suo, a differenza di Atene che credeva che l’edizione del centenario gli spettasse quasi di diritto, il governo cinese aveva fatto tutto quello che riteneva possibile fare per ottenere i giochi, però non aveva fato i conti, e se li aveva fatti li aveva sbagliati clamorosamente, con: politici europei, americani, attivisti diritti umani, gruppi ambientalisti e numerose testate giornalistiche che denunciarono i tanti problemi rimasti in sospeso.

Addirittura il “Los Angeles Time “ si spinse a chiedere l’estromissione  dal CIO della Cina, fino a quando in quel Paese, la questione relativa ai diritti umani non si sarebbe risolta in maniera positiva. Al giornale americano si affiancarono altre testate e si arrivò addirittura a  trovare somiglianze tra i giochi di Berlino del 1936 e  quelli, eventuali, di Pechino.

Scese in campo perfino il Congresso Americano che chiese al CIO di non prendere in considerazione la candidatura cinese; nel contempo il governo Clinton consegnò al massimo organo olimpico un dossier sulla situazione dei diritti umani in Cina.

Nonostante tutto questo al primo giro di votazioni Pechino ricevette il numero maggiore di consensi, un vantaggio che sembrò rafforzarsi nelle due tornate di voto successive. La possibilità che i giochi si disputassero a Pechino andava concretizzandosi,  nonostante la massiccia opera d’opposizione; però  al quarto voto, quando in lizza erano rimasti Pechino e Sidney, i membri del CIO dettero la preferenza (45 a 43) alla città australiana.

Ovviamente il risultato venne accolto con molto dispiacere e rabbia dalla Cina che non mancò di denunciare sia le tendenze anticinesi  nel CIO, sia un intervento  da parte del governo americano.

Nei mesi successivi tutto questo venne ben presto dimenticato, complice la stampa e la televisione che presentarono i giochi di Sidney come” Uno dei punti più alti nella storia dei Giochi”.

Il comitato organizzatore fu abile nel presentare il mito dell’aborigeno non civilizzato, ma buon selvaggio primordiale e più vicino alla natura di quanto lo era il mondo contemporaneo.

Naturalmente si trattava  di un prodotto ben confezionato per la platea mondiale che, oltre a semplificare la storia dell’Australia,  negava i dati relativi alla mancata inclusione degli aborigeni nella società.

Gli organizzatori australiani non seguirono le regole del CIO permettendo che l’apertura ufficiale dei giochi fosse dichiarata dal governatore generale William Deane e non, come prevedeva il protocollo, dalla regina Elisabetta d’Inghilterra, in quanto Capo di Stato.  Le uniche occasioni in cui alle inaugurazioni olimpiche non aveva partecipato il re, il presidente o il primo ministro del paese ospitante erano state solo tre.

Oltretutto il governatore Deane si rifiutò di pronunciare il discorso nella lingua ufficiale del movimento olimpico, il francese, dichiarando lapidamente :”In Australia si parla inglese” con buona pace di Samaranch .

Al di là di tutto questo, sul piano strettamente sportivo quella di Sidney fu un’edizione eccellente dove si ottennero sorprendenti risultati. Parteciparono 199 nazioni, 10.651 atleti, 6.582 uomini, 4.069 donne, gli atleti italiani furono 361 di cui 117 donne.

Fecero il debutto olimpico,  seppure a titolo individuale e con a bandiera del CIO, gli atleti di Timor Est; poi quelli dell’Eritrea, della Micronesia e delle isole Palau; a causa delle discriminazioni nei confronti delle donne, ai giochi non furono ammessi gli atleti dell’Afghanistan.

Nel medagliere conclusivo gli Stati Uniti conquistarono ancora il primo posto con 97 medaglie di cui 40 d’oro, completano l’ipotetico podio la Russia con 88  medaglie (32 ori) e la Cina (59-28).

L’Italia ottiene un buon risultato  classificandosi al sesto posto vincendo 34 medaglie di cui 13 d’oro, preceduta da Australia e Germania.

Finalmente riusciamo a vincere le prime medaglie d’oro nel nuoto grazie a Domenico Fioravanti che si aggiudica 100 e 200 rana; gli fa adeguata compagna Massimiliano Rosolino che arriva primo nei 200 misti conquistando poi l’argento nei 400 stile libero e il bronzo nei 200 sempre stile libero.

Il vero dominatore nel nuoto è l’australiano Ian Thorpe con 5 medaglie (3 d’oro). Tra le donne si distingue l’olandese Inge De Bruijn che conquista tre ori e un argento.

Nell’atletica leggera conferme per lo statunitense Michael Johnson  nei 400metri, mentre l’etiope Haile Gebrselassie  conferma la sua superiorità nelle lunghe corse vincendo i 10.000 metri.

Ma ancora una volta è nell’atletica leggera che dobbiamo cercare la protagonista dei giochi e la si troviamo in Marion Jones. La sua storia ricalca altre già viste, personaggio eccentrico, ma in possesso di un indiscutibile valore tecnico, che poi sciuperà, rendendosi  protagonista di una vita doppiamente esplosiva: in pista e fuori dagli stadi.

A Sidney conquista cinque medaglie d’oro:  100, 200 metri e staffetta 4 x 400 e due di bronzo: salto in lungo e staffetta 4 x 100; ma sette anni dopo, durante un processo, lei stessa ammise di aver utilizzato sostanze proibite, suscitando scalpore perché, a detta degli esperti, non ne avrebbe avuto bisogno. Venne condannata a sei mesi di galera e 400 ore di lavori socialmente utili; naturalmente gli furono ritirate le medaglie e cancellati, dai registri ufficiali, i suoi record.

Anche la sua vita privata è alquanto turbolenta, i primi suoi due mariti, James Hunter, lanciatore di peso, e il velocista Thimothy Montgomery (da cui avrà un figlio) vennero  anche loro sospesi per uso di stimolanti; dopo queste “turbolenze”, ed una breve esperienza bel Basket, trova finalmente serenità sposando  ancora un  velocista, il barbadiano Obadele Thompson: avranno due figli.

Stupenda invece è la storia del  vogatore britannico  Stephen Redgrave che a Sidney vince la quinta medaglia d’oro in cinque olimpiadi consecutive!

Del tutto inaspettata  giunge la vittoria del Camerun contro la Spagna nel torneo di calcio; sotto di due gol al termine del primo tempo, i calciatori camerunensi riescono a rimontare  e ad aggiudicarsi l’incontro ai calci di rigore; è il secondo successo consecutivo di una squadra africana, ad Atlanta infatti a vincere era stata la Nigeria.

La gioia dei calciatori africani fu velata quando vennero a sapere che gli spagnoli, per l’argento avevano ricevuto un premio di 40.000 dollari a testa mentre a loro, campioni olimpici, erano andati a malapena 15.000 dollari.

Pensate che  la doppia premiazione nel salto in alto ai recenti giochi di Tokyo, a Tamberi e Barshim sia stata la prima? Allora leggete.

Due atleti, uno di pelle scura, l’altro di pelle chiara, hanno sei anni di differenza ma, per molti aspetti, Gary Hall e Anthony Ervin,  si può dire che siano gemelli; identici nel fisico, portamento,  stesso club,  stesso allenatore, stessa stanza al villaggio olimpico.

Il 22 settembre disputano la gara dei 50 stile libero, secondo il responso cronometrico i  due “gemelli eterozigoti” realizzano lo stesso tempo 21”98. Vengono analizzati scrupolosamente  tutti i sistemi di misurazione e tutte le registrazioni video, niente, hanno assolutamente lo stesso tempo: sono arrivati esattamente nella stessa frazione di secondo.

Da regolamento i due ricevettero una medaglia d’oro ciascuno: unico caso in cui un Paese vince due ori nella stessa gara. Oltre quella appena narrata, le olimpiadi di Sidney furono teatro di un’ altra storia unica ai giochi. Anche se di storie uniche alle olimpiadi ce ne furono….

Protagoniste  questa volta  due giocatrici di pallamano di diversa nazionalità: Camilla Andersen, 27 anni danese, Mia Hundvin , 23 anni norvegese.

Le due ragazze al culmine di una relazione sentimentale, iniziata quando giocavano nello stesso club danese, si erano sposate qualche mese prima di recarsi in Australia. Il 17 settembre si ritrovarono contro in una partita che valeva poco per la qualificazione perché le rispettive compagini, nettamente più forti, avrebbero superato agevolmente il turno. Per la cronaca vinse la Norvegia di Mia, a vincere l’oro fu poi Camilla, mentre Mia si aggiudicò il bronzo; il loro matrimonio però non durò molto e si sciolse dopo tre anni.

Di Camilla non si seppe nulla, mentre Mia iniziò a far parlare molto di sé i giornali scandalistici, prima frequentando un robusto campione di snowboard, e poi accettando, in seguito, di posare poco, molto poco, vestita per alcune riviste.

Ma quello che mandò in solluchero i media fu quando  completò la sua svolta in ambito sentimentale, rimanendo incinta e disse: ”in fondo non sono mai stata lesbica e non credo che tornerò a stare con una donna, anche se nella vita non si può mai sapere”.

A fronte di  avventurose storie d’amore nordiche, voglio ricordare le prestazioni eccellenti di tre nostre atlete che oltre ad affermarsi nello sport hanno poi avuto successo nella vita privata ricoprendo prestigiosi incarichi: la ventenne Alessandra Sensini,  che si aggiudica la gara di Windsurf; la canoista Josefa Idem che a 36 anni conquista la prima medaglia d’oro gareggiando nel K1500 e Paola Pezzo  che vince vin l’oro nella mountain-bike a 31 anni.

Come non ricordare poi  l’urlo di gioia di Pino Maddaloni da Scampia nello sconfiggere il favoritissimo brasiliano Tiago Camilo e conquistare così la medaglia d’oro nel Judo nella categoria 73 Kg.

La sua storia sportiva darà vita allo sceneggiato televisivo “L’oro di Scampia” dove verranno presentate, e  trattate, al grande pubblico le problematiche, in particolar modo dei ragazzi, di quel grande quartiere

Per finire un  episodio divertente: all’aeroporto di Sidney un ladro, a caccia di valigie, tra le tante che c’erano, ebbe la brillante idea di rubare quella di…..Maurice Greene, vale a dire l’atleta più veloce del mondo. Quanto pensate che sia durata la  fuga? La sua meraviglia nel constatare con quanta rapidità era stato raggiunto svanì quando in carcere, seguendo le olimpiadi in televisione, scoprì chi era quello dal quale credeva di fuggire.

STEFANO CERVARELLI