La voce del popolo.

di PIERO ALESSI ♦

E’ forse ancora presto per tracciare una analisi del voto referendario che non risenta della tentazione di tirare la coperta delle interpretazioni dalla propria parte. Voglio correre il rischio, come sono abituato a fare, di gettare in pasto alla discussione non una analisi, ma solo alcune considerazioni.

Il dato è netto. Lo è ancora di più se viene considerata l’altissima percentuale di votanti. Circa il sessanta per cento dei votanti ha respinto l’ipotesi della riforma costituzionale, già votata dal Parlamento e che veniva posta al definitivo ed inappellabile giudizio popolare.

Da questo vengo sollecitato a proseguire il ragionamento. Lo farò, se ci riesco, in termini molto semplificati.

In primo luogo va detto che si è trattato di una grande e straordinaria prova di democrazia. Nella stessa campagna elettorale, al netto degli insulti e dei toni più volgari e barbari, ciò che a mio giudizio ha prevalso è stata una grande passione politica. La discussione attorno alla proposta di riforma costituzionale ma, come dirò più avanti, anche oltre la questione sollevata ha imposto al Paese un confronto vivace e, per chi crede nei sistemi democratici, non inutile o superficiale. Anche dove si sono registrate posizioni radicali, estreme e se vogliamo estranee ai temi posti questo ha dato luogo a qualcosa che in Italia non si vedeva da tempo. Affermare, come si è sentito da più parti, che questo sarebbe stato un danno perché la discussione è risultata divisiva risulta abbastanza paradossale. Si è mai vista una discussione su argomenti seri che non sia divisiva? Si è mai visto un Referendum che pone tutti di fronte a scelte importanti che non sia divisivo? Io ho visto la politica riconquistare centralità. A quali esiti questo possa portare è un altro discorso.

Se partiamo, in prima battuta, dalla presunzione che il popolo italiano si sia espresso in maniera consapevole e ragionata sui contenuti del quesito referendario, la conclusione alla quale si perviene è che la Costituzione non si dovrà e non si potrà modificare, in nessuno dei punti oggetto del Referendum, per molti e molti anni. Ritengo per di più abbastanza inverosimile che un qualche altro Premier, in vena di “suicidio”, chiami il Paese ad un altro Referendum su di una diversa legge di riforma costituzionale. Molto più probabile che le cose semplicemente restino così come sono. Continueremo a far viaggiare le leggi da una Camera ad un’altra del nostro Parlamento, a discutere per anni sulle attribuzioni di competenza circa la realizzazione di un’opera pubblica nel conflitto infinito tra Stato e Regioni; tra l’interesse generale e quello particolare. E che accadrà ora con le Province, dal momento che non vengono cancellate dalla Costituzione? Al CNEL possono tutti anche smettere di lavorare perché ormai saranno protetti da un ombrello referendario. Anche fossero dichiarati, urbi et orbi, del tutto inutili sarebbero intoccabili, a beneficio di coloro abituati a terminare le loro carriere dentro gli accoglienti uffici di quel Consiglio d’Amministrazione. Di positivo è che sarà venuto meno uno dei tanti motivi di lamentazione al “Bar dello Sport” sui costi della politica, sulle inefficienze della macchina dello Stato, su di una burocrazia opprimente e via narrando. Almeno dal punto di vista Costituzionale si ha da concludere che si è persa una occasione di cambiamento e che le cose a gran parte del popolo vanno bene così.

Ma è stato davvero il voto della consapevolezza?

Questo interrogativo apre un altro scenario. Dobbiamo onestamente riconoscere, con obiettività, che il voto ha avuto una forte connotazione politica e anche un segno marcato di personalizzazione. Quanto al secondo elemento c’è da dire che Matteo Renzi ha giocato una partita compiendo una serie di errori, sia di forma che di sostanza, alcuni dei quali ha riconosciuto.  In definitiva, si può convenire, che gran parte del voto è stato probabilmente dettato dalla volontà di inviare un chiaro messaggio di sfiducia tanto al Governo, quanto al suo Primo Ministro.

Ovvio che il fronte del NO alla riforma Costituzionale è stato qualcosa di più complesso. Esso si è costituito con l’apporto di forze diverse. In realtà sarebbe più corretto parlare di fronti del NO. Ciascuno aveva motivazioni differenti. Da quelle più legittime e nobili sino a quelle altrettanto legittime ma certamente meno dignitose. Da quelle della Lega, alle motivazioni dei Pentastellati, da Forza Italia, alla destra e all’ultra destra, da una parte residua della sinistra PD e alla sinistra radicale, fino alla CGIL e ad altre Associazioni; e, per ultimo, da non dimenticare i cattolici più conservatori. Ancora risuona il monito lanciato dal palco del Family Day a seguito della approvazione della Legge sulle unioni civili. Lo dissero: “Faremo sentire il nostro peso al prossimo Referendum”. La memoria dei cattolici più reazionari è lunga come la loro storia millenaria.

Quali sono stati i fattori che hanno permeato il voto del 4 Dicembre?

A mio giudizio sono stati molteplici. Sul quesito si è detto e sul voto antigovernativo anche. Si può ancora discettare sul peso che hanno avuto interventi legislativi considerati negativi o parzialmente deludenti. Certo un peso rilevante lo hanno avuto le condizioni materiali di vita delle persone. Elementi a mio giudizio ancora insufficienti a comprenderne fino in fondo le ragioni profonde. Dobbiamo forse per avvicinarci ad una migliore messa a fuoco allargare lo spettro visivo. Forse guardare dentro il nostro giardino non è sufficiente. Vi è stata un’onda che ha travolto ma questa non credo si sia formata e gonfiata solo entro il mare nostrum. L’intero Occidente è investito da movimenti di varia natura che hanno impresso sulla pelle un tatuaggio con i colori e i motivi della destra. Quanto avviene in un Paese condiziona e sollecita processi in altri. Questa è una delle facce della globalizzazione; sia per quanto riguarda l’economia che il mondo della comunicazione. Io penso che a partire dalla elezione di Trump negli Stati Uniti; alla Brexit; alla crescita di partiti e movimenti xenofobi e populisti; sino alle incertezze per le prossime elezioni in Francia e in Germania; fino alla vittoria di un democratico in Austria, ma solo per il rotto della cuffia, vi sia una connessione con il Referendum italiano; non pensarlo sarebbe pura cecità. Si è messo in moto in tutto l’Occidente, sulla base di un disagio vero e reale, conseguenza di anni di violenta crisi economica, di politiche sbagliate ( vedi austerità in Europa) e come prodotto di grandi diseguaglianze nella distribuzione delle risorse un movimento di destra che variamente denominato e apparentemente con diversi programmi converge su di un punto: manipolare il disagio e le paure, non ultima quella legata alle migrazioni, per conquistare i consensi necessari a conservare lo status quo. Nessuno si faccia ingannare da parole d’ordine fuorvianti. In realtà anche in questo caso il mio amatissimo Tomasi di Lampedusa nel suo “Gattopardo” aveva visto lontano: “tutto cambi perché nulla cambi”. Non sono movimenti di trasformazione, né progressivi; ciò che abbiamo di fronte, in contrasto con roboanti dichiarazioni, è solo, nella migliore delle ipotesi, una spinta verso la conservazione. Nella peggiore, che non auspico, si tratta di volontà distruttive che si rivolgono contro un sistema di democrazia rappresentativa che ha come alternativa solo soluzioni autoritarie.

Il popolo si è pronunciato. La sua voce va ascoltata ed essa in democrazia prevale su ogni altra considerazione. Ciò non significa acquiescenza, né rassegnazione. Neanche sottovalutazione dei processi in atto.

Il risultato referendario, in Italia, apre una partita che, come ho già scritto, su questo stesso Blog, potrebbe avere come esito una affermazione delle destre. Mi permetto di illustrare il mio pensiero a colpi di sciabola. Al momento in Italia, e ciò è confermato dal risultato referendario, abbiamo un sistema politico diviso in tre parti quasi equivalenti. Punto percentuale in più o punto in meno abbiamo Centro-sinistra, Centro-destra e Movimento 5 Stelle vicini al trenta per cento. Ciò significa che un Governo può formarsi, solo se due parti si alleano. Se ciò avviene con legge proporzionale l’alleanza si consumerà in Parlamento e molto probabilmente tra eletti di centro-destra e di centro-sinistra; se avremo una legge di tipo maggioritario con ballottaggio l’alleanza sarà di tipo sociale e in questo caso, con tutta probabilità, assisteremo alla convergenza di due destre in seno al popolo: gli elettori del M5S e quelli di Centro-destra per battere il candidato di Centro-sinistra. In entrambi i casi la destra avrà motivo di rallegrarsi. Nel primo meno perché dovrà fare i conti con un forte Centro – Sinistra. Nel secondo la festa può essere piena e incontrastata; ci troveremo dentro un regime fuori da ogni controllo democratico. Nessuna drammatica conseguenza se rimane un caso isolato in Europa. Diversamente tutti i peggiori scenari sono possibili.

 A me pare, ma è solo la mia opinione, che alla luce di una situazione come descritta e densa di incertezze alla Sinistra stia sfuggendo una parte dell’analisi. Che presa dalle sue verità non abbia la umiltà di riconoscere i propri errori e le proprie debolezze e la complessità di quanto avviene attorno a noi e che alle volte non sappia scegliere le priorità; magari rinunciando a qualche dogma e percorrendo con maggiore prudenza la via della unità di quelle forze, anche di diversa ispirazione, che possono fare diga ai rischi che i nostri popoli stanno attraversando in questa fase storica.

La voce del popolo è l’ultima istanza ma non è sempre intonata.

PIERO ALESSI