Ma Civitavecchia che città è?

 di FABRIZIO BARBARANELLI ♦

Ricordando Mario Venanzi e salutandolo a nome dei socialisti, Mario Michele Pascale ha offerto uno spunto interessante alla riflessione sullo sviluppo della città:

“….Lo fece (il riferimento è a Venanzi) favorendo  la nascita della centrale di Torre Valdaliga Nord, scegliendo, come sindaco, con la sua maggioranza di governo, un destino industriale per Civitavecchia. Erano quelli gli anni in cui “industrializzare” era la via principale per raggiungere la giustizia sociale, attraverso la creazione di lavoro. Col senno di poi – aggiunge -, avendo noi pagato quella scelta in termini ambientali e di subalternità all’Enel, possiamo dire che non fu una buona scelta”.

Siamo negli anni 70 e nella città le forze politiche e sociali sono concordi nel ritenere che il destino di Civitavecchia sia nello sviluppo del porto, degli insediamenti industriali (quindi anche dell’Enel) e nella realizzazione delle grandi infrastrutture. Questi obiettivi saranno al centro negli anni successivi della vertenza Alto Lazio, che riunì le popolazioni del nord della Regione in una piattaforma comune posta all’attenzione del governo anche in virtù delle imponenti manifestazioni e degli enti locali che la sostennero.

Negli anni 50 avevamo avuto l’insediamento di Fiumaretta e negli anni 60 quello di Torrevaldaliga sud. Entrambe queste centrali si realizzarono con il sostegno della cittadinanza e delle amministrazioni comunali dell’epoca.

La convinzione generale era che a quel tipo di sviluppo fosse legato il destino della città, del suo porto, di questi territori.

Solo con Torrevaldaliga nord iniziarono le discussioni sulle compatibilità e l’attenzione si spostò sulle garanzie per la salute e per l’ambiente cominciando a parlare di combustibile a basso tenore di zolfo e successivamente del gas naturale.

Giudicare gli amministratori e la società di allora con gli occhi e la sensibilità di oggi è del tutto fuorviante e ingeneroso e può alimentare soltanto la demagogia.

E’ come, mi si passi la semplificazione, voler condannare i medici perché si moriva di polmonite quando non si conoscevano ancora gli antibiotici.

Quando leggo giudizi trancianti su quella fase, pur essendo stato il sindaco che negli anni 80 ha cercato di modificare quel modello di sviluppo, mi chiudo nella difesa degli amministratori di allora, avendoli conosciuti nella loro integrità morale e nella loro onestà intellettuale e sapendo bene che riflettevano la cultura del tempo.

Il processo di industrializzazione non andò avanti, della vertenza Alto Lazio rimasero in piedi i problemi infrastrutturali e l’esigenza di potenziare il porto. Ma di industrie nulla.

Al contrario, una serie di attività manifatturiere negli anni chiusero o ridussero drasticamente la loro attività.

Le industrie presero altre destinazioni, attratte prevalentemente dagli incentivi della Cassa del Mezzogiorno che operò dal 1950 al 1984 e che destinò ingenti finanziamenti per gli insediamenti nel Basso Lazio.

Fu negli anni Ottanta che si cominciò a riflettere sulla necessità di modificare gli obiettivi. Era allora cresciuta la consapevolezza dei guasti prodotti dalle centrali e i problemi ambientali stavano entrando prepotentemente nella cultura collettiva.

Lo scontro con l’Enel si sviluppava non solo sulle tutele ma anche mettendo in discussione gli stessi insediamenti così concentrati sul territorio.

Pietro Rinaldi pubblicò allora il libro “All’ombra della ciminiera” ponendo una serie importante di interrogativi sui mega impianti e le grandi concentrazioni energetiche. Il Comune si dotò di una Commissione di esperti, di cui faceva parte lo stesso Rinaldi, presieduta dall’ing Pinchera, noto ambientalista.

Fu in quel contesto che avvenne la più importante trattativa avuta con l’Enel che si concluse a Civitavecchia con la partecipazione dello stesso Presidente dell’Enel Viezzoli.

Voglio solo segnalare che la trattativa si svolse nell’aula consiliare con la partecipazione delle forze sociali, dei sindacati, delle associazioni ambientaliste, come si era soliti fare allora.

In quella sede si cominciò a discutere dello smantellamento di Fiumaretta come primo atto per avviare la fuoruscita dalla servitù energetica, ponendo il problema della progressiva, graduale dismissione delle centrali obsolete.

Ma bisognava che a questo si accompagnasse una più generale riconversione dell’economia cittadina e comprensoriale.

Alcuni elementi convergenti vollero dare il segno di questi mutamenti: la trasformazione della zona industriale in zona servizi produttivi rivolta alle piccole e medie imprese e ai servizi che indicò in modo chiaro che si era chiusa la fase della aspirazione industriale. Ancora: la realizzazione del porto turistico, l’adozione degli strumenti urbanistici per rendere possibile l’insediamento termale, primo tra tutti il piano d’inquadramento, la direzione degli investimenti della legge 8 orientati verso la valorizzazione della nostra costa.

Insomma, voleva essere una svolta radicale. Fuoruscita dalla servitù energetica e valorizzazione delle risorse endogene della città: porto, mare e costa, turismo in primo luogo le terme e il porto turistico, servizi avanzati.

Tutto ciò in una logica di bacino con Tolfa, Allumiere, Cerveteri Ladispoli, Tarquinia che in una prospettiva del genere costituivano un formidabile valore aggiunto, con le loro ricchezze ambientali, paesaggistiche, storiche, con lo straordinario patrimonio archeologico.

Ovviamente era indispensabile una nuova cultura della città, delle attività commerciali ed artigianali, delle attività recettive, culturali, del decoro urbano, della gestione dei servizi.

Un grande sforzo collettivo che fece una sorta di prova generale nella preparazione della  visita di Papa Giovanni Paolo II che fu un momento essenziale per riconoscersi comunità, e confermò come la città a fronte di stimoli forti fosse disponibile a lasciarsi coinvolgere.

Ma le cose andarono poi in altro modo.

Torre sud fu rigenerata prolungandone la vita e con la sciagurata riconversione a carbone di Torre nord si riconfermò la città come città a prevalenza energetica.

Così per lo sviluppo turistico. I fondi della legge 8 ebbero altre destinazioni e l’impianto termale inciampò fino a vanificarsi. Né si realizzò l’atteso incontro tra il porto turistico e la città.

Non parliamo poi del decoro urbano che è andato sempre più declinando a livelli inqualificabili.

Resto dell’opinione, anche a fronte dello straordinario sviluppo del porto e del crocierismo in particolare, che le linee guida indicate negli anni 80 meriterebbero una riconsiderazione e una riproposizione, almeno nella sostanza delle intuizioni di allora.

Civitavecchia e i territori limitrofi non è ragionevole abbiano dei percorsi esogeni quando nelle loro risorse possono trovare le condizioni di uno sviluppo stabile, sicuro e capace di trainare l’economia e l’occupazione. Oltre a una qualità della vita diversa da quella attuale.

Sono forse troppi anni che si lascia tutto al caso, che non si riesce a dare una identità alla città, un programma sul quale lavorare.

Sono troppi anni che non si lavora a progetti di riqualificazione urbana.

Il Comune non può essere il ragioniere della città. Il suo obiettivo non è soltanto quello della quadratura dei conti.

Il comune deve pianificare, deve dare chiare indicazioni di sviluppo, deve incoraggiare le attività che sono coerenti con le sue linee e scoraggiare quelle che le contrastano.

La città dovrebbe essere un tutto armonico, con i diversi settori convergenti verso obiettivi comuni.

La scuola, la formazione professionale, le attività economiche, l’arredo urbano, le iniziative culturali, tutto dovrebbe armonizzarsi in una visione coerente. Una città con aspirazione turistica cura anche i colori, le forme, l’armonia.

E’ utopia? E’ ciò che molte città hanno realizzato e confermano ogni giorno, anche nel nostro paese.

Poi, si sa, tutto cammina per approssimazioni successive, ma una linea bisogna averla.

Siamo invece in una fase – e non mi riferisco soltanto ad oggi che abbiamo raggiunto il livello più basso – della più assoluta mancanza di idee e non solo, anche della totale indisponibilità al confronto. Ognuno annaspa nella sua direzione mentre il Comune sta fermo e parla soltanto delle responsabilità del passato, di un passato peraltro che non appartiene neanche un po’ alla storia di questi amministratori, un passato di cui non conoscono nulla e che si limitano a giudicare ingenerosamente.

La loro opera è solo di demonizzazione di tutto ciò che li ha preceduti. Senza alcuna capacità critica vorrebbero cancellare la storia, quella vera, fatta di donne ed uomini che hanno realizzato le scelte sulla base delle conoscenze che possedevano, della cultura e delle sensibilità dell’epoca.

E non si tratta di assolvere, ma solo di capire.

Finito di scrivere l’articolo leggo sul blog un contributo di Rosamaria Sorge dal titolo “Il tempo del fare: proposte per Civitavecchia”, che trovo molto stimolante e in sintonia con ciò che ho scritto. Ecco: è mia opinione che una città debba avere un’idea di sé anche se di lungo respiro e di difficile realizzabilità. Ma un’idea che indichi una strada da percorrere, la “visione” della città da costruire per vivere al meglio delle nostre possibilità.

Senza questa “visione” si vive di una povera quotidianità.

FABRIZIO BARBARANELLI