Il pisciarello

di SILVIO SERANGELI ♦

Alla fine, presero pale, caravine e un paio di mazze e fecero piazza pulita. La piazza era Piazza d’Arme, quella destinata alle esercitazione della guarnigione, l’ingombro, l’inutile impiccio, finalmente tolto di mezzo, era la fontana malata che mostrava pomposamente sull’arco le insegne araldiche di Sisto V. Dalle cannelle, da tempo, non usciva neppure un pisciarello d’acqua, uno schizzetto ogni tanto. Niente di niente. Così le colonne di marmo, e quello che fu salvato della scenografia papalina fu donato ai padri domenicani; ivi compresi i leoni del Pincio che poi hanno fatto la fine che hanno fatto. Una maledizione secolare quella dell’acqua nella bella e d’incanto. Acqua tanta e sempre, ma quella sbagliata, quella ricca del profumo e della salsedine del mare. Dell’altra, quella necessaria, dopo le passeggiate degli infedeli e la distruzione dell’acquedotto di Traiano, neanche a parlarne. Certo i leggendari seguaci di Leandro, che è giusto citare perché un po’ d’immaginazione fa bene all’aridità delle verità storica, e non costa niente, gli abitatori del borgo marinaro ci provarono a mettere in sesto le antiche condotte, ma non ci sapevano proprio fare. Le tubature non s’aggiuntavano, mancavano i pezzi del puzzle, e poi anche loro, a forza di convivere con le pecore e le caprette, s’erano un bel po’ inselvatichiti. Scava scava, un po’ d’acqua cattiva riuscivano pure a tirarla su, ma non bastava. Vabbè che per mandarla giù ci si shakerava sempre un po’ d’aceto, magari di vinello da poco, vabbè che gli abitatori come tutti gli abitatori dei secoli bui, e in penombra, non sentivano la mancanza di un bagno, di una risciacquatina. Direte, e avete ragione, che per quello c’era il mare. Ma i panni, le donne le lavavano alla marina? E l’acquacotta? Allora i pontefici, che per la verità nel loro secolare cammino pastorale hanno sempre evitato la strada della bella e d’incanto, anzi se la sono spesso scordata proprio. I suddetti pontefici, alla fine, ma proprio alla fine, si resero conto che bisognava metterci mano. E così la fontana monumentale con i due leoni era il trionfo finale del nuovo acquedotto. Che durò molto poco perché, dicono le cronache, che dalle sorgenti sorgeva poco e i lavori ieri e l’altroieri, come oggi, furono fatti in fretta e furia, e male, con il risultato della donazione ai padri domenicani per la chiesa di santa Maria. E poi? Tutto da capo. Idee tante, ma soldi pochi e niente. E i pontefici? Sempre distratti dalle sagre vino, porchetta e procaci Nannì dei Castelli. Qui niente. Al massimo, un provino per Raffaello. Un brodino riscaldato. Alla fine, cammina cammina, si arriva alle soglie del Settecento e alla grande stampa, di quasi tre metri, esposta con malcelato orgoglio da qualche collezionista e, in verità un po’ di tempo fa catturabile, e catturata, a ragionevole prezzo nel mercato antiquario. Che c’entra la stampa? C’entra perché è la riproduzione con alcuni particolari dei “nuovi acquedotti delineati dal cav. Carlo Fontana” con dedica a Innocenzo XII. Le cronache dicono che nel 1702 il Comune prese possesso dell’acquedotto. La fontana “da situarsi nel porto”, disegnata nel terzo riquadro a destra della stampa, verrà realizzata qualche decennio dopo in forma un po’ diversa. Tutto bene, dunque. Manco per niente. Perché i diari e le note di viaggio parlano sempre per la bella e d’incanto di scarsità d’acqua e di un odore a dir poco nauseante. Storie vecchie, direte; fino a un certo punto. Perché questa è una malattia antica che è diventata cronica. Lasciamo l’Ottocento e lo stupore stendhaliano perché nessuno dei tanto conclamati, ieri e, soprattutto, negli studi di oggi, padri nobili voleva sborsare un baiocco per la costruzione di pozzi artesiani; ma erano molto solerti a gettare le mollichelle alle orfanelle e per il manto nuovo della santa patrona. Da commuoversi. Non sono bastati gli antibiotici del dopoguerra a risollevare la malaticcia. Negli Anni Cinquanta e Sessanta del Novecento, le cronache locali parlano di acqua erogata soltanto nelle prime ore del mattino, di “succhiarole”, i motorini autoadescanti che rubavano la poca acqua e la immagazzinavano nei serbatoi di eternit istallati nei posti più impensati, perfino nel palchettone di camera da letto. Spesso si arrivava alle mani per un secchio d’acqua. Da allora, direte, le cose sono migliorate. Certo, perché nessuno si è azzardato a erigere una fontana. Anche se quelle di piazza Calamatta, del Parco della Resistenza, di via Cencelle, del Viale sono state sapientemente tolte di mezzo, perché, come quella di papa Sisto rischiavano di rimanere a secco. Così nell’epoca della modernizzazione, le cronache, un giorno sì e quello dopo pure parlano di rubinetti a secco. In compenso continua a fervere il dibattito serrato sull’acqua pubblica con annesso comitato. Il guaio è che, se i successori di Pietro preferivano la sagra dell’uva, quelli che c’hanno i due leoni al portone nel mosto ci nuotano a meraviglia.

SILVIO SERANGELI