La Processione del Venerdì Santo
di MARIA ZENO ♦
La Processione del Venerdì Santo
Un venerdì di freddo, vento forte, la Primavera sembra aver smarrito la strada, come le rondini, non ce n’è ancora neanche una nel cielo di Civitavecchia.
Ma oggi non è un giorno come gli altri e siamo abituati a scrutare il cielo e a chiederci :”Esce? Non esce?” e possiamo sottintendere il soggetto, la grammatica in questo caso non ci autorizzerebbe, perché non si sa in carico a chi è l’azione, ma noi stiamo usando il linguaggio dell’emotività e dell’implicita comprensione: stiamo parlando della Processione del venerdì santo; non mi occuperò della sua storia, lo hanno magistralmente fatto i nostri concittadini De Paolis, grande famiglia di storici e cultori della tradizione locale.
Mentre sto scrivendo non so se poi il tempo migliorerà e se la Processione potrà uscire, ma nel cuore lo so: uscirà, anche quest’anno il miracolo si ripeterà anche perché quest’anno ne abbiamo bisogno più che in altri anni: questi sono tempi di guerra a pezzettini , come diceva Papa Francesco o forse già implicitamente globale e la Processione non può non uscire, sarebbe un brutto segno, così lo vivremmo in questa Città così strana, troppo vicina a Roma per essere grande, troppo vicina a Roma per essere piccola, guarda come cambiano le cose al cambiare del punto di vista.
Già, perché sentimento religioso e superstizione a volte si toccano, la cabala emerge sempre da un angolo remoto del sentire popolare e così questa antichissima tradizione- anch’essa- si carica ogni anno di significati altri.
Ogni anno rivivo i venerdì santi e le Processioni passate, aspetto dal balcone di casa di vedere a distanza i lampeggianti della macchina della Polizia, che precede il corteo religioso e subito il vento della sera porta le note della banda, le melodie che risuonano nella memoria comune, eccoli eccoli! I bambini con i misteretti, le grandi statue fortemente espressive, per parlare al cuore di tutti, i soldati romani, il Sinedrio ed ecco tizio e caio che ogni anno si vestono, qualcuno manca, non c’è più, “Hai saputo niente? E’ morto poco tempo fa…”: si fa l’appello, durante la Processione, si scava nei ricordi, si aggiorna l’anagrafe cittadina, quella dei ricordi e del cuore.
Ed ecco il momento culminante: i penitenti , gli incappucciati, come si dice a Civitavecchia. Alcuni provano a riconoscere chi si nasconde sotto l’umile anonimato del saio, alcuni giurano di avere capito chi è, dai piedi si vede se è donna o uomo, giovane o anziano, ma dopo un iniziale brusio il silenzio cala sulla mesta ma al tempo stesso eroica sfilata: la penitenza è talmente forte da togliere le parole.
Personalmente, abbasso lo sguardo quando passano i penitenti, imbarazzata dalla forza antica, medievale, del sacrificio autoimposto. E non cerco mai di scrutare e di capire chi si cela sotto il saio, rispetto la loro dignitosa sofferenza che non chiede nome : non l’ho fatto mai, non avrei mai voluto incrociare lo sguardo di qualcuno che sicuramente conosco e che forse mi ha dedicato, anno dopo anno, quel sacrificio, non dovendo scontare peccati , ma chiedendo una grazia.
Stasera uscirà, ne sono sicura, il cielo nero aprirà le nubi, il vento poserà e il rito si ripeterà.
(Maria Zeno, venerdì santo, 3 aprile 2026, mattina)