“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – KHALID

di MICHELE CAPITANI ♦

  Lo conoscemmo in un inizio autunno, che dormiva sotto un tavolino al lungomare, con ogni tempo: maestrale o scirocco, pioggia o sole, tramontana o umidità… La prima volta fu quando Tadeusz ci indicò quello sconosciuto che, al calare dell’oscurità, si metteva sotto, e a qualsiasi ora noi passassimo per portare un pasto durante i giri del martedì sera, faceva capolino, ringraziando senza cerimonie e senza fare domande.

  Ci chiedevamo come facesse quell’uomo a stare lì buono buono, e di che altro avesse davvero bisogno, visto che ogni proposta e informazione l’accoglieva ripetendola a voce alta, ma generando sempre il dubbio che avesse capito o no.

  E da quanti giorni era giunto in città?…

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  Avremmo constatato molto presto il carattere di questa persona, e ancora adesso, dopo anni che lo conosciamo, possiamo dire dire di non averlo mai sentito parlar male di qualcuno, né qualcuno dire nulla, neppure una sillaba, o rivolgere uno sguardo contro di lui.

  Mai sentito lamentarsi di niente e nessuno, mai sentito esigere o richiedere qualcosa, neppure quel giorno che lo incontrai in centro a frugare tra i cartoni accanto a un cassonetto; nemmeno quando parlava, o provava a farlo, delle sue disavventure sotto i caporali nelle campagne spagnole.

  Una sera gli indicai una pizzeria il cui proprietario ci aveva detto di mandare da lui qualche affamato, a fine serata, visto che dei tranci avanzavano sempre; ebbene, il Nostro rifiuterà l’indicazione, perché andare così, a chiedere sfacciatamente, non se la sentiva.

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  È Khalid, cinquantenne marocchino, senza documenti, salvo uno sgualcitissimo tesserino d’una Caritas parrocchiale, e senza un italiano né uno spagnolo accettabile, se non per qualche verbo e sostantivo tagliati grossolanamente, che non gli permettono sottigliezze nel comunicare.

  Sappiamo però molto bene che, anche quando il parlare è insufficiente, parlano la mimica, il suo sguardo, ma soprattutto parlano i fatti, e i fatti della storia di questi anni di vita di quest’uomo nella nostra città ci dicono che, senza mai cessare di essere taciturno e accomodante, ha vissuto alla cantoniera con la cricca di Eugenio, poi in una roulotte con Bogdan, alla baracca della stazione con tutti quanti, ha fatto da custode alle baracche di Remus e degli altri rom, sotto la superstrada, per finire adesso a fare coppia con una persona che diremo in seguito…

  Amico di tutti, è stato con tutti, aggregato a ogni comitiva, ma sempre libero da tutti.

  Rappresenta al massimo grado quella sorta di sconclusionata “comune” che è il mondo dei senzatetto, quantomeno in una non grande città come la nostra.

  Anzi no, non una comune, direi più una lavra, una tebaide di insediamenti poveri e distanziati, ma sempre in contatto fra loro.

  Il libero Khalid la raffigura al meglio perché è sempre solitario e indipendente, ma detesta, ormai è chiarissimo, stare del tutto da solo.

  Ora, che sta iniziando la seconda estate da noi, staziona al piccolo santuario della Madonnina, remoto in mezzo alle campagne, mendicando sempre col suo fare discreto, per tornare in città solo il sabato mattina, quando viene alle docce e alla distribuzione cibo e vestiti, fermandosi a tendere la mano davanti a una tabaccheria del centro.

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  Qualche martedì fa ci ha dato una lezione, soprendendoci e spiazzandoci.

  Lidia e io ci siamo dati un appuntamento con lui, per farci mostrare finalmente dove abita: alle nove e mezza davanti alla chiesa, e non alla casa diroccata in cui sappiamo che vive adesso, che appunto è introvabile in mezzo ai campi e roveti, e raggiungibile solo con un invisibile sentiero fra le fratte per raggiungere il buco nella recinzione. Vedremo: dare un appuntamento a Khalid, per come lo conosciamo, è come darlo al vento: potrebbe anche venire, oppure no.  

  Arriviamo alla chiesetta, insomma, certi che non ci sia. Anzi, non c’è proprio anima viva, eccetto due o tre figure all’interno della chiesa.

  Invece, eccolo! Il magrebino senza cognome è arrivato puntualissimo, e ubriaco: mai l’avevamo veduto così, molto traballante sulle gambe, anche se sveglio e non proprio assente, anzi parla molto e a voce alta, l’alcol gli ha sciolto la lingua e le corde:

«Io no colletta!» (così definiscono l’elemosina molti stranieri).

  No colletta? E perché stava qui? Ci dice che è lì non per i pasti né, appunto, per elemosinare… è venuto per noi:

«Io vogliu faccio vedere mia casa».

  Ha deciso di spiazzarci, Khalid, e ci sta riuscendo benissimo; ci tiene profondamente a mostrararcela, stasera che non è più sfuggente né silente come al solito.

  L’alcol conferma il suo carattere multiplo e multiforme, e stasera è un alleato che sprona a prendere iniziative buone.

  Guadagniamo il sentierino, che non avremmo mai rintracciato senza di lui, fino a penetrare in uno strappo in una recinzione…

«Vedi mia casa? Io sto qui, c’è letto (e intanto le gambe quasi gli cedono), tutto bono, no sporco».

  In effetti, tra tutte le case abitate da senzatetto che abbiamo visto, questa è tra le meglio tenute. D’altronde, anche alle docce del sabato e ai pacchi alimentari si presenta sempre dignitoso e composto.

  Sull’altro letto ci sarebbe anche un altro essere umano, che dorme.

«Ehm, e lui chi è?!»

«È rumeno».

  Pensateci: chi di noi ha mai dormito con uno sconosciuto, ma tanto sconosciuto da poterlo definire solo con una categoria così generica, come è una nazionalità?

«Io bravo, io bravo».

  Lo sappiamo, Khalid, lo sappiamo bene.

  Ma quanta disperazione c’è nella sua affermazione… Quanto reclamo verso il mondo, in quest’asserzione fatta in un casale diroccato in mezzo alla campagna, nel buio più periferico di tutti. Quanto scoraggiamento e solitudine, quanti ricordi tristi ed episodi di emarginazione danno corpo a questo reclamo, che desidera così ardentemente esprimerci, in tale luogo remoto, deserto e oscuro?

  Non si era mai espresso così, Khalid, lui mai stanziale con nessuno eppure sempre amico di tutti, sempre di poche parole, e rispettoso e grato, e mai lamentoso di nulla, neppure quando lo conoscemmo che dormiva sotto il tavolino al lungomare, con tutta la guazza ventosa della notte.

  Khalid, ti ricorderai pochissimo di questa serata, ma forse non avresti comunque immaginato quanto ci hai detto di te, nelle tue poche parole…

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  Passa qualche settimana, il buco nella recinzione è stato ricucito, ma lui ha avuto dal padrone il permesso di stare in una baracchetta in muratura subito all’esterno, dunque raggiungibile per lo stesso malagevole sentierino.

  Ce lo mostra fiero, questo ex-magazzino attrezzi (“baracca” avrebbe una connotazione troppo lusinghiera, credo), di mattoni messi sù senza intonaco, e con una tenda come porta, perché un lato della muratura manca. Sarà due metri di altezza, e tre per tre le altre misure.

  Lo divide, udite udite, con Helga (quella che un Natale gli regalerà un portafoglio con dentro due monete di cioccolata), ma ci tiene a farci notare che i due letti sono separati da un’assurda sedia da ufficio, involontaria ma appropriata all’assurdità di questa accoppiata. Lei in questo momento non è in “casa”, e noi ci raccomandiamo che deve trattarla bene.

  Oramai Khalid è una presenza fissa di queste campagne attorno al santuario, dove lo vedi, alle volte composto e dimesso, altre volte appariscente negli incredibili abiti che prende da noi, come l’ineffabile casacca da ufficiale di bordo, abbinata a pantaloni color senape, o l’indimenticabile accappatoio rosso e giallo con cui un giorno lo incontro a una fermata dell’autobus.

  Assemblaggi apparentemente sommari ma nei quali si trova sempre un abbinamento cromatico o stilistico, e indossati sempre con grande, grandissima disinvoltura!

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  Lievissimo sul mondo, quel giorno che Khalid se ne andrà chi se ne accorgerà? Non la terra, tanta la sua invisibilità e leggerezza; non i parenti, con cui non pare abbia contatti da anni; e forse non chi gli sta intorno, tanto il suo peregrinare tra baracche e panchine.

  Eppure…

  È vero: mendica, non ha è prospettive né programmi, di certo non ha documenti, parla un italiano rudimentale, e declina a mezza bocca generalità sospette, eppure io vorrei essere un po’ come lui, che si accontenta sempre, si adatta a tutto e tutti, non si lagna mai e non pretende nulla.

  Già, vorrei un poco essere Khalid, dall’anagrafe oscillante e dall’italiano ecolalico.

  Quando se ne andrà, a noi mancherà sicuramente.

MICHELE CAPITANI