LA “STRAGE” DI FIGLINE VALDARNO, UN AFFETTUOSO RICORDO.
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
S’era indugiato nella decisione, fors’anche per via d’un timore reverenziale. Ma poi l’esitazione fu vinta. S’era così partiti a levata di sole da Civitavecchia alla volta di Figline Valdarno ospiti del conte per godere d’un giorno all’antica rallegrando l’animo col gioco venatorio a cavallo lungo le tosche boscaglie dell’avita tenuta del nostro nobile anfitrione.
Tutto deponeva per il successo. Il tempo era a nostro favore, l’allegria ci avvolgeva, l’età ci forniva energia in abbondanza.
Come poteva l’attesa essere tradita? Eppure… Eppure la sapienza che il tempo elargisce col suo lento ma inesorabile trascorrere intima sempre l’esercizio della prudenza in ogni aspettativa. L’invidia degli dei serpeggia in ogni dove irrispettosa delle età, dei costumi, dei luoghi, dei tempi. Quell’invidia si maschera da caso e lesta colpisce dove vuole. Fu così anche per quel giorno ridondante di raggianti aspettazioni. Ma necessita, per la giusta comprensione, operare con ordine ritornando immediatamente alla narrazione.
Giunti da poco alla meta, s’era a circolo nel grande cortile della villa: al centro gli equini, dal manto baio, erano a sellare da parte del guardia. Il conte aveva di già distribuito gli schioppi a ciascheduno e s’attendeva la fine dell’accurato sellaggio ed a seguire la monta col rituale del bicchiere della staffa prima di dar corso alla cacciata grande.
Tutto avvenne nello spazio dell’attimo!
Fu quale divino nembo uranico scagliato sulla terra, fu procella subitanea ed acre che nel pensier rinnova la paura, fu un deflagrare che tutto sommerse animali, cose,uomini. Così s’avverò impetuosa ed inattesa la tragedia!
Poi, d’improvviso la quiete.
Il quadro che agli occhi apparve sembrava un gruppo scultoreo al pari di quel “Compianto sul Cristo morto” in perfetta fattura di terracotta.
Là giacevan tre esangui destrieri; di lato il conte reggevasi con ambo le mani quella parte corporale che promana dal basso ventre, con lamentosi sussulti; in fondo il guardia con occhi dilatati e dolenti fissava l’equino illeso che, impennatosi, indugiava fremente in quella estrema posizione; infine a circolo noi, gli ospiti attoniti, cristallizzati nelle rispettive pose come recitassimo la sacra scena di Niccolò Dell’Arca.
A chi, a cosa largire la colpa? Fu Iuppiter Iovis o fu danno umano? E se umano quale ne fu il reo?
Lettore impaziente è questo che t’aggrada sapere? Sappi, dunque, con ordine il corso degli eventi.
Reo fu chi apparteneva alla nostra compagine, ahinoi!
Volle il reo nell’attesa trastullarsi con l’arnese d’offesa venatorio saltellando il quale con il dito poggiato sul grilletto. Volle il caso che, forse fu per fallo, forse per incuria il proietto dimorava già in canna. Il primo colpo s’indirizzò sul piancito ed il rinculo diede spazio al secondo colpo che distribuì pallini di solido piombo ovunque nell’aere di quel sereno mattino di primavera.
Volle l’ignoto reo, quando ebbe fine il lungo attimo consacrato allo stupore, correre ad offrire ausilio al guardia il cui ventre appariva come quando la botte piena di rosso vino accusa fori qua e là per la troppa pressione.
Lesto, qual lepre in fuga da agguerriti veltri, il guardia s’era rintanato al sicuro in cantina. Il reo lo raggiunse convinto come era di porgergli sincero aiuto e nell’agire all’uopo dimostrava questo suo nobile intento gridando istericamente. Solo che in questa scena di pietà esisteva un piccolo ma di certo enorme dettaglio: s’era, il reo, dimenticato di abbandonare l’arma che ancora, inconsapevolmente, teneva salterellante col dito sul grilletto.
Chetatevi!Chetatevi -Supplicava disperato il guardia ormai raggiunto e che da poco aveva smesso di smoccolare gagliarde giaculatorie a tutti i Santi del cielo- Siate bono. Perché mi volete far del male. I’che vò fatto? Non vi basta la schioppettata dianzi? A che diavolo avete a tirare, o Madonna Santa!
Il conte, nel frattempo si era posto in salvo nel suo bagno. Lo scovammo rannicchiato in un angolo che mostrava pietosamente l’untuosa piaga, là nel punto in cui l’ omo, in quanto maschio, conserva gelosamente la massima custodia.
Alla fine tutto si risolse per il meglio. L’ira si placò, le ferite furono curate. Le bestie seppellite. Gli schioppi inchiavardati. Gli ospiti salutati.
Rimase l’amaro, la delusione, la mortificazione. Volle, prima del commiato, l’anfitrione mostrare aristocratica superiorità, dando comunque luogo alla cena. Fu quella cena, se vogliamo usare un appropriato linguaggio, un cònsolo ovvero quella partecipazione di luttuati ad un desco che è d’uso per refrigerare il dolore d’una giornata di pena funeraria. Poche i verbi scambiati, gli occhi sempre rivolti verso il basso, nessun cenno sugli accadimenti. Il cibo sapeva di sale, il vino s’era mutato in aceto.
Civitavecchia ci attendeva, come sempre tenera culla.
. . .
A me il più caro fra tanti, il reo, l’amorevole reo. Rammento ogni attimo trascorso nella gioia , nelle beate scelleratezze cittadine, negli eroici furori archeologici. Dove ti sei rintanato, perché ancora ti nascondi? Sai? Una via, modesta ma istituzionale, ti è stata dedicata. Hai amato tanto la città che t’ha amato. Perché ancora ti nascondi?
CARLO ALBERTO FALZETTI

Quando vidi il Compianto di Niccolò dell’Arca fui folgorato. Poche altre opere mi emozionarono così profondamente, tanto che volli riprodurla in una Passione che rappresentai oltre venti anni fa
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