La crisi iraniana e il conto per l’economia globale.

di PAOLO POLETTI ♦

La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non può essere considerata chiusa solo perché Donald Trump ne ha annunciato la vittoria o ne ha evocato una rapida conclusione. Il punto, oggi, è che il conflitto non ha ancora prodotto una vera stabilizzazione politica né una normalizzazione dei flussi energetici. Il regime iraniano non è collassato, continua a colpire nel Golfo e lo Stretto di Hormuz resta in larga parte bloccato o comunque esposto a un livello di rischio che ne limita fortemente l’uso normale. È da qui che bisogna partire: da una guerra che non è finita davvero e che, proprio per questo, continua a proiettare i suoi effetti sull’economia mondiale.

La tesi di questo articolo è triplice. La prima è che la crisi iraniana non è un episodio regionale, ma una crisi sistemica che investe l’economia globale. La seconda è che il suo impatto non riguarda soltanto petrolio e gas, ma si trasmette alle filiere produttive, ai prezzi alimentari, ai mercati finanziari e al potere d’acquisto delle famiglie. La terza è che la crisi redistribuisce vantaggi e vulnerabilità: avvantaggia alcuni esportatori e attori geopolitici, in primo luogo la Russia, ma accresce l’esposizione dell’Europa, già fragile sul piano energetico, industriale e fiscale.

Il primo terreno su cui queste tre dinamiche diventano visibili è naturalmente quello energetico. Il petrolio è il primo canale attraverso cui la crisi entra nell’economia. Il rialzo del greggio è il segnale più visibile, ma non bisogna fermarsi al prezzo in sé. Conta la velocità dell’aumento, conta il contesto e conta soprattutto il fatto che questo shock si innesta su economie già fragili. Gli scenari più severi elaborati in Europa arrivano a ipotizzare un petrolio nell’ordine dei 140-145 dollari al barile, ben oltre i 100 dollari già toccati nelle settimane più tese del conflitto, con un impatto pesante su inflazione e crescita nell’area euro. Anche negli scenari meno estremi, il quadro resta quello di prezzi energetici più alti, inflazione più persistente e crescita più debole. È precisamente questa combinazione – inflazione che risale mentre l’economia rallenta – a definire il rischio di “stagflazione”, oggi tornato al centro del dibattito europeo.

La stagflazione merita una spiegazione chiara, perché non è solo un termine tecnico. Significa la compresenza di due fenomeni che normalmente non si presentano insieme: crescita debole o stagnante e inflazione elevata. In condizioni normali, quando l’economia rallenta, anche i prezzi tendono a raffreddarsi. Nella stagflazione questo equilibrio si rompe: i prezzi continuano a salire mentre la crescita si ferma e, spesso, la disoccupazione aumenta. È uno scenario difficile da governare perché obbliga banche centrali e governi a scegliere tra due mali: combattere l’inflazione irrigidendo la politica monetaria, con il rischio di aggravare la stagnazione, oppure sostenere l’economia accettando il rischio che i prezzi restino troppo elevati. È il fantasma che le economie occidentali conobbero negli anni Settanta, dopo gli shock petroliferi del 1973 e del 1979 ed è il motivo per cui oggi il ritorno del rischio energetico nel Golfo non può essere letto come una semplice turbolenza di mercato.

Ancora più delicata, per l’Europa, è la dimensione del gas. Il GNL era diventato negli ultimi anni una delle principali valvole di compensazione della vulnerabilità energetica del continente. Se la crisi investe il Qatar e Ras Laffan – il grande hub industriale e portuale attraverso cui passa una quota decisiva della produzione e dell’export di gas naturale liquefatto del Paese, colpito nella prima metà di marzo in un attacco attribuito all’Iran – resta compromesso a lungo, la posta in gioco non è soltanto il rincaro dei prezzi spot del gas. A essere messo in discussione è uno dei pilastri su cui l’Europa aveva cercato di ricostruire il proprio equilibrio energetico dopo la crisi del 2022. Le stime più recenti indicano una riduzione significativa della capacità di export qatariota e tempi di ripristino che potrebbero estendersi per anni. In questo senso, la crisi iraniana non colpisce soltanto il petrolio: investe anche il secondo grande asse dell’energia mondiale, il gas, aggravando in modo particolare la vulnerabilità europea.

Per capire perché questa crisi sia così pericolosa bisogna guardare a Hormuz. Il punto non è solo che lì passa una quota decisiva del petrolio mondiale; il punto è che quello stretto è il luogo in cui la geografia diventa economia. Se quel passaggio si interrompe o diventa inaffidabile, il danno non si misura soltanto in barili mancanti, bensì nella perdita di prevedibilità dell’intero sistema. I mercati reagiscono subito perché sanno che un blocco, anche solo parziale, può ripercuotersi sui flussi di energia, sui costi di trasporto, sui premi assicurativi e, quindi, sui prezzi finali. In questo senso, la crisi del Golfo non è solo una questione di scarsità fisica; è una questione di affidabilità economica dei flussi.

Qui emerge una novità decisiva. Hormuz non va pensato solo in termini binari, aperto o chiuso. La crisi mostra che l’Iran sembra aver compreso di poterlo usare anche in modo selettivo: ostacolare alcuni flussi, consentirne altri, mantenere una capacità di pressione senza arrivare necessariamente al blocco totale. Questo cambia la natura della crisi. Hormuz è un chokepoint, vale a dire un punto di strozzatura del commercio globale: un passaggio ristretto e obbligato, la cui interruzione produce effetti molto più ampi dell’area in cui si trova. Se un simile passaggio può essere gestito in modo selettivo, allora non produce solo uno shock immediato: lascia il precedente di una coercizione graduata, cioè di una minaccia intermittente, politicamente modulabile, capace di sopravvivere anche alla fase più acuta del conflitto. E le stesse parole del segretario al Tesoro americano, Scott Bessent, secondo cui alcuni transiti continuano perché gli Stati Uniti lo permettono, confermano che la partita non si gioca soltanto sulla chiusura assoluta, ma sul controllo politico del grado di apertura.

Questo punto è ancora più importante se si guarda all’evoluzione materiale del conflitto. Gli attacchi contro impianti negli Emirati, contro infrastrutture upstream – cioè i giacimenti e gli impianti legati all’estrazione e al primo trattamento di petrolio e gas – e contro Fujairah – il grande terminale petrolifero emiratino fuori dallo Stretto di Hormuz – mostrano che la crisi non minaccia solo il passaggio principale, ma anche le infrastrutture pensate per aggirarlo. Se vengono colpiti proprio i nodi alternativi, la vulnerabilità del sistema si allarga e la ridondanza si rivela solo parziale. In questo senso, la guerra non colpisce soltanto Hormuz, ma anche le vie costruite per ridurne il peso strategico.

A questo si aggiunge un altro nodo cruciale: non solo la sicurezza fisica delle rotte, ma anche la possibilità di assicurare il traffico attraverso Hormuz a costi sostenibili. Il traffico può ridursi drasticamente non solo se lo stretto viene materialmente chiuso, ma se il rischio diventa troppo elevato per essere assicurato a prezzi economicamente accettabili. Quando i premi esplodono, i contratti vengono cancellati e il capitale assorbito dagli assicuratori aumenta troppo, il commercio rallenta. In quel momento l’economia non è più regolata solo dal prezzo, ma dalla possibilità concreta di far viaggiare merci, energia e capitali in condizioni normali. È un passaggio decisivo, perché segna lo spostamento da un’economia relativamente efficiente a una logica di scorte, ridondanza, protezione militare e blocchi logistici. In questo scenario, il problema non sarebbe più solo il prezzo dell’energia, ma il funzionamento stesso delle catene di approvvigionamento: si passerebbe da un sistema di flussi continui (just-in-time), con scorte ridotte al minimo, a un’economia che accumula riserve per proteggersi da interruzioni e shock futuri (stockpiling), da una logica di efficienza globale a una logica di blocchi protetti dalla forza.

Proprio qui si innesta il rischio di “quagmire”, del “pantano”. Se il conflitto non si chiude rapidamente, il costo economico non dipenderà più soltanto dall’attacco iniziale, ma dalla capacità degli attori di sostenere nel tempo i costi della protezione: più navi da dispiegare, più intercettori da produrre, più basi da difendere, più rotte da scortare, più capitale da immobilizzare in assicurazioni, scorte e ridondanze logistiche. In questo scenario, la guerra non è solo una crisi che “provoca” danni economici; diventa essa stessa un meccanismo di logoramento dei costi, in cui chi riesce a imporre all’altro una protezione permanente può ottenere vantaggi strategici anche senza prevalere militarmente in modo netto.

Naturalmente, le crisi redistribuiscono anche vantaggi. Il primo beneficiario relativo resta la Russia. Maggiori prezzi dell’energia significano più entrate da esportazione, maggiore margine di bilancio e, almeno nel breve periodo, una migliore capacità di sostenere lo sforzo bellico in Ucraina. A questo si aggiunge un elemento politico non secondario: nel tentativo di contenere il prezzo dell’energia, Washington ha anche allentato temporaneamente parte della pressione sul petrolio russo, consentendo di fatto a Mosca di beneficiare non solo del rialzo dei prezzi, ma anche di un contesto sanzionatorio meno rigido sul fronte energetico. Ma il vantaggio russo non è solo economico. La crisi iraniana sposta attenzione politica, diplomatica e mediatica dal fronte ucraino al Golfo, riducendo la centralità dell’Ucraina nell’agenda occidentale. Per l’Europa ciò significa dover dividere ancora di più le proprie priorità strategiche fra sicurezza energetica, Medio Oriente e sostegno a Kiev. Per gli Stati Uniti il rischio è analogo: se Washington concentra risorse, pressione diplomatica e capacità militare sulla crisi del Golfo, il dossier ucraino tende inevitabilmente a perdere peso relativo. Questo non significa che il sostegno occidentale a Kiev venga meno automaticamente, ma significa che la guerra contro l’Iran produce, per Mosca, un doppio dividendo: da un lato più ossigeno economico grazie ai prezzi dell’energia; dall’altro un alleggerimento, almeno parziale, della pressione politica e strategica sul fronte ucraino.

Più complesso è il caso della Cina. Pechino può trarre vantaggio relativo dalla crisi: dispone di grandi riserve, mantiene un canale privilegiato con il petrolio iraniano e può assorbire meglio di altri un greggio elevato. Ma questo non la rende automaticamente il protettore strategico di Teheran. Ed è proprio qui che la crisi diventa istruttiva: la Cina beneficia dell’instabilità senza voler assumere il costo politico e militare di una rete di alleanze di sicurezza sul modello americano. Cerca accesso alle risorse, influenza e margini di manovra, ma evita di compromettere i rapporti con Arabia Saudita, Emirati, Israele e Stati Uniti per salvare l’Iran. Il suo vantaggio, quindi, è reale ma selettivo: economico più che militare, opportunistico più che solidaristico. Anche la Russia, per ragioni diverse, beneficia della crisi senza per questo trasformarsi in un garante pieno della sicurezza iraniana. Il rapporto con Teheran esiste, ma non equivale a una disponibilità a condividere fino in fondo i costi della sua difesa.

L’Europa, invece, è il luogo in cui si concentrano i costi. Perché importa energia. Perché la sua industria è sensibile al costo del gas e dell’elettricità. Perché arriva a questa crisi dopo aver già subito il trauma energetico del 2022. Ma soprattutto perché la nuova emergenza mediorientale si somma, senza sostituirla, alla guerra in Ucraina. Questo significa che il continente deve sostenere contemporaneamente la sicurezza energetica, la stabilità economica interna e il sostegno a Kiev, in una fase in cui le risorse fiscali e politiche sono già sotto pressione. La crisi iraniana, dunque, non colpisce solo l’Europa come area importatrice di energia: la colpisce come spazio politico costretto a distribuire attenzione, denaro e capacità strategica fra più fronti aperti.

Ed è proprio qui che entra un passaggio che fino a poco tempo fa sarebbe sembrato eccessivo: se davvero la minaccia balistica iraniana si avvicina al continente, allora sicurezza energetica e sicurezza militare europea non sono più separabili. L’Europa non è esposta soltanto perché dipende dal petrolio e dal gas del Golfo; è esposta anche perché la protezione di quelle rotte, di quei flussi e di quelle infrastrutture dipende ancora in larga misura dalla capacità militare americana e da una deterrenza che il continente non controlla pienamente. Le riflessioni di questi giorni sulla gittata dei missili iraniani servono soprattutto a questo: a mostrare che la vulnerabilità europea non è soltanto economica, ma anche strategica. La crisi, quindi, costringe a ripensare insieme sicurezza degli approvvigionamenti e sicurezza strategica. In altre parole, la crisi mostra che la sicurezza economica europea continua a dipendere da un’architettura di sicurezza militare che il continente non governa pienamente.

Questa vulnerabilità europea si vede bene nella partita sull’ETS[i], il sistema europeo che assegna un prezzo alle emissioni di CO₂, e nel decreto bollette. Il punto non è solo se l’Italia abbia ragione o torto a chiedere un alleggerimento del peso della CO₂. Il punto è più profondo: fino a che punto si può intervenire per abbassare i prezzi nel breve periodo senza danneggiare la prevedibilità del mercato nel medio termine? Il Dl Bollette non riduce i costi reali di generazione; modifica piuttosto il processo di formazione del prezzo all’ingrosso, facendo offrire parte del termoelettrico sottocosto e rimborsando ex post alcune voci, come una parte dei costi legati al gas e, previa autorizzazione europea, una parte della componente ETS. Questo significa che l’eventuale riduzione del PUN (Prezzo Unico Nazionale)[ii] può alleggerire il prezzo all’ingrosso dell’elettricità nel breve periodo, ma non equivale a una riduzione del costo complessivo del sistema: ne modifica piuttosto la distribuzione. Il risultato, quindi, può essere un sollievo immediato per consumatori e imprese, ma al prezzo di una maggiore incertezza sul funzionamento del mercato.

Da questo intervento discendono almeno cinque conseguenze economiche rilevanti. La prima conseguenza riguarda il rischio regolatorio: abbassando il prezzo all’ingrosso dell’elettricità, il decreto tende a ridurre anche i prezzi effettivamente incassati da una parte delle fonti rinnovabili, in particolare dall’eolico. Il risultato è che alcuni investimenti possono vedere ridursi i margini attesi e diventare più difficili da finanziare o da strutturare su base di mercato. Questo vale soprattutto per i progetti “merchant[iii], cioè per quegli impianti che dipendono in misura maggiore dai prezzi del mercato elettrico e non da meccanismi di ricavo più protetti o stabilizzati. La seconda riguarda i PPA[iv], i contratti di lungo periodo con cui produttori e acquirenti fissano in anticipo prezzo e durata della fornitura di energia: se il riferimento di prezzo viene alterato in modo non del tutto prevedibile, diventa più complicato negoziare contratti di lungo periodo fra produttori e soggetti che si impegnano ad acquistare l’energia (offtaker[v]). La terza riguarda i CfD (Contracts for Difference [vi]), cioè i contratti che stabilizzano il prezzo dell’energia compensando la differenza tra prezzo di mercato e prezzo concordato: in un contesto più incerto, diventano ancora più importanti per rendere finanziabili gli investimenti. La quarta riguarda i sistemi di accumulo dell’energia, in particolare quelli a batterie (BESS[vii]): se le differenze di prezzo tra i momenti in cui l’elettricità costa meno e quelli in cui costa di più si riducono, diventa meno conveniente immagazzinare energia per rivenderla nelle ore più remunerative. In altre parole, il Dl Bollette non è soltanto una misura d’emergenza; è anche un intervento che modifica il segnale di prezzo e, con esso, il comportamento degli operatori. La quinta conseguenza riguarda un tema che spesso resta sullo sfondo: gli effetti sugli scambi con i paesi vicini. Se in Italia il prezzo dell’elettricità all’ingrosso viene abbassato artificialmente, l’energia che circola sulla rete nazionale può diventare relativamente più conveniente anche per i paesi confinanti, collegati all’Italia attraverso interconnessioni elettriche. In questo caso, una parte del vantaggio finanziato dal sistema italiano rischia di non restare interamente in Italia, ma di riflettersi anche sui flussi verso l’estero. Il rischio, allora, è che una misura finanziata in ultima istanza dai consumatori italiani produca vantaggi non solo domestici ma anche esterni. Inoltre, la parte più incisiva del meccanismo dipende dal via libera della Commissione europea. Questo significa che il Dl Bollette non è solo una misura nazionale contingente: può diventare il primo segnale di un confronto più ampio sul rapporto tra mercato elettrico, politica industriale e strumenti di decarbonizzazione in Europa.

Anche la risposta italiana sui carburanti va letta in questa chiave. Il taglio temporaneo delle accise è politicamente comprensibile perché offre un sollievo immediato e visibile. Ma proprio questa sua natura emergenziale mette in evidenza il problema di fondo: l’Italia può attenuare per qualche settimana il prezzo alla pompa, ma non può correggere in tempi rapidi la struttura che rende quel prezzo così sensibile alle crisi esterne. Per questo la misura, più che una soluzione, è il sintomo di una fragilità: un Paese ancora fortemente dipendente dai carburanti tradizionali, con limitati margini fiscali e con una transizione energetica incompiuta, è costretto a spendere risorse pubbliche per guadagnare tempo, non per risolvere il problema. Inoltre, il taglio generalizzato delle accise favorisce di più chi consuma di più, è costoso e rischia di consumare risorse che potrebbero servire in uno scenario peggiore. La differenza fra intervento politicamente necessario e intervento economicamente ottimale è qui molto evidente.

Il confronto con la Spagna illumina ulteriormente la questione. Madrid ha scelto una risposta più ampia e più sociale: IVA ridotta su carburanti e gas, bonus rafforzati, divieto di sospensione delle forniture, misure su affitti e licenziamenti. Non si tratta di dire che un modello sia automaticamente migliore dell’altro. Si tratta di mostrare che la stessa crisi genera risposte pubbliche differenti, a seconda di vincoli fiscali, mix energetico e cultura politica. La crisi iraniana, dunque, non produce solo effetti economici; mette anche a confronto modelli diversi di protezione e di gestione dell’emergenza.

A questo punto la crisi entra pienamente nei mercati finanziari e nella politica monetaria. Se salgono petrolio e gas, salgono le aspettative di inflazione. Se l’inflazione resta più alta più a lungo, le banche centrali diventano più caute. Se i tassi restano elevati, il credito si fa più costoso, la crescita rallenta e i governi pagano di più per finanziarsi. Ecco perché la crisi iraniana non è solo una questione di bollette, ma anche di spread, rendimenti e debito pubblico. Nel caso europeo e italiano in particolare, questo nesso è essenziale: la capacità di sostenere le misure di protezione dipende anche dal costo del denaro. I primi segnali di tensione si vedono già sul mercato del debito. Nella mattinata del 23 marzo lo spread tra Btp e Bund si è riportato in area 100 punti base, mentre il rendimento del decennale italiano è tornato oltre il 4%. Di per sé non è ancora la prova di una sfiducia strutturale verso l’Italia, ma è un segnale da non sottovalutare: in una fase in cui energia cara, inflazione e tassi più alti tornano a muoversi insieme, i mercati tendono a diventare più selettivi e a penalizzare per primi i paesi più esposti per debito elevato, crescita debole e dipendenza energetica. La crisi, quindi, non colpisce solo consumi e imprese; colpisce la stessa sostenibilità fiscale del soccorso pubblico.

La crisi, però, non agisce solo sull’energia e sulla finanza. Colpisce anche il funzionamento ordinario del commercio. Il trasporto containerizzato entra in tensione: surcharge (cioè maggiorazioni straordinarie applicate ai noli o ai costi di trasporto), scarichi in porti alternativi, costi di stoccaggio e trasporto terrestre, difficoltà documentali e logistica più lenta e imprevedibile si scaricano a cascata su imprese e consumatori. Qui si vede bene come la guerra entri nei prezzi finali non solo attraverso il petrolio o il gas, ma attraverso una logistica commerciale più costosa, più lenta e meno affidabile.

È qui che il nesso tra energia e cibo diventa uno dei passaggi più significativi dell’intera analisi. La crisi iraniana non minaccia solo il prezzo del petrolio, ma anche il prezzo del pane. Il meccanismo è semplice: energia più cara, fertilizzanti più costosi, logistica più fragile, rese più basse, prezzi alimentari più alti. La FAO monitora da anni il legame tra shock energetici e volatilità dei prezzi agricoli; il World Food Programme ricorda che centinaia di milioni di persone vivono già in condizioni di insicurezza alimentare. In questo contesto, una nuova perturbazione dei mercati agricoli può aggravare la fragilità di Medio Oriente, Nord Africa e Africa subsahariana. La crisi del Golfo, dunque, non è solo un rischio per la stabilità energetica mondiale; è anche un possibile moltiplicatore di insicurezza alimentare e instabilità politica.

C’è infine un paradosso che merita attenzione: il Golfo, che appare al mondo come centro della ricchezza energetica, è a sua volta fragile sul piano alimentare. I paesi della regione importano circa l’85% del cibo che consumano e dispongono di scorte per pochi mesi. Questo significa che la stessa area che può generare lo shock energetico globale può subirne gli effetti indiretti più seri sul versante della sicurezza alimentare. È un rovesciamento importante, perché ci obbliga a leggere il Golfo non solo come fonte di rendita e potere, ma anche come spazio esposto a un rischio di instabilità sociale da prezzi del cibo. La ricchezza energetica, dunque, non coincide affatto con l’autosufficienza strategica.

Questa è forse la lezione più profonda della crisi iraniana. In apparenza parliamo di missili, petroliere e banche centrali. In realtà parliamo di un sistema mondiale in cui energia, fertilizzanti, logistica, finanza pubblica, trasporto marittimo e sicurezza alimentare sono legati da una vulnerabilità comune. Ecco perché la crisi non può essere affrontata solo con misure tampone. Tagliare accise, liberare scorte, negoziare sugli ETS, rafforzare i controlli o distribuire bonus può essere necessario. Ma tutto questo non sostituisce la questione decisiva: come costruire maggiore resilienza energetica, logistica, fiscale e alimentare prima della prossima crisi.

Per l’Europa, e per l’Italia in particolare, il punto conclusivo è questo. Le crisi internazionali non diventano pericolose solo perché sono violente; diventano pericolose quando incontrano dipendenze non risolte. Dipendenza dai combustibili fossili. Dipendenza da pochi corridoi logistici. Dipendenza da regole di mercato fragili. Dipendenza da margini fiscali insufficienti. Dipendenza da una transizione energetica incompiuta. Dipendenza, perfino, da catene alimentari globali vulnerabili. La crisi iraniana mostra con chiarezza che il costo di queste dipendenze non si misura solo in bollette più alte, ma in minore autonomia, minore protezione e maggiore esposizione sistemica.

Per questo bisogna anche evitare due errori opposti. Il primo è minimizzare la crisi come se si Per questo bisogna anche evitare due errori opposti. Il primo è minimizzare la crisi come se si trattasse di una normale oscillazione delle commodity. Il secondo è cedere a un catastrofismo automatico che tratta come inevitabili gli scenari peggiori. Molto dipenderà dalla durata del conflitto, dal grado effettivo di chiusura di Hormuz, dalla capacità di riattivare i flussi, e dal modo in cui governi, mercati e operatori reagiranno. Proprio per questo la qualità dell’analisi conta: raccontare la crisi in modo serio significa riconoscerne la gravità senza trasformare automaticamente gli scenari peggiori in un destino già scritto.

La vera domanda non è soltanto come attenuare l’emergenza, ma come impedire che ogni nuovo shock geopolitico continui a trasformarsi, per l’Europa, in una prova della sua fragilità energetica, fiscale e strategica.

[i] L’ETS (Emissions Trading System) è il mercato europeo delle quote di emissione di CO₂. Alcuni settori industriali ed energetici devono acquistare permessi per emettere anidride carbonica; più alto è il prezzo di questi permessi, maggiore è il costo per produrre energia da fonti fossili o per attività industriali ad alta intensità energetica. Per questo il tema ETS è diventato centrale nella crisi iraniana: se il prezzo dell’energia sale per ragioni geopolitiche, il costo della CO₂ rischia di aggravare ulteriormente la pressione su imprese, prezzi elettrici e competitività industriale. Da qui la discussione europea su possibili correttivi, compensazioni o maggiore flessibilità.
[ii] Il PUN (Prezzo Unico Nazionale) è il principale prezzo di riferimento dell’energia elettrica all’ingrosso in Italia. Quando il PUN scende, in genere si alleggerisce il prezzo a cui l’elettricità viene acquistata sul mercato, con possibili effetti anche sulle bollette. Nel caso del Dl Bollette, però, il punto è più complesso: il beneficio sul PUN non nasce da una riduzione dei costi reali di produzione, ma dal fatto che alcune componenti di costo vengono rimborsate fuori mercato. Per questo la misura può calmierare i prezzi nel breve periodo, ma non riduce automaticamente il costo complessivo del sistema elettrico.
[iii] Per “merchant projects” si intendono gli impianti che vendono energia direttamente sul mercato, senza beneficiare di un prezzo garantito o di un contratto di lungo termine che ne stabilizzi i ricavi. La loro redditività dipende quindi molto dall’andamento dei prezzi all’ingrosso. Per questo sono particolarmente esposti sia alla volatilità dei mercati sia ai cambiamenti regolatori che alterano il processo di formazione del prezzo.
[iv] I PPA (Power Purchase Agreements) sono contratti di lungo periodo con cui un produttore di energia e un acquirente – per esempio un’impresa energivora, un trader o un grande consumatore – fissano in anticipo prezzo, quantità e durata della fornitura elettrica. Servono a dare stabilità ai ricavi del produttore e maggiore prevedibilità dei costi a chi compra energia. In una fase di forte volatilità dei mercati, i PPA sono importanti perché riducono l’esposizione alle oscillazioni dei prezzi all’ingrosso. Proprio per questo, però, cambiamenti regolatori che alterano il quadro dei prezzi di riferimento possono rendere più difficile negoziare nuovi PPA o rivedere quelli esistenti.
[v] Nel linguaggio dei mercati energetici, l’offtaker è il soggetto che si impegna a ritirare e acquistare l’energia prodotta, in particolare nei contratti di lungo periodo come i PPA. Può trattarsi di una grande impresa, di un trader, di una utility o di un altro operatore che acquista l’energia per consumarla o rivenderla.
[vi] I CfD (Contracts for Difference) sono contratti in cui viene fissato un prezzo di riferimento per l’energia. Se il prezzo di mercato scende sotto quel livello, il produttore riceve una compensazione; se invece il prezzo di mercato sale oltre il valore fissato, restituisce la differenza. In questo modo i CfD riducono il rischio di prezzo e rendono più stabile la redditività degli investimenti, soprattutto nelle fonti rinnovabili. Nel contesto della crisi iraniana e del dibattito sul Dl Bollette, il loro ruolo diventa ancora più importante perché offrono una protezione maggiore rispetto a un mercato all’ingrosso più instabile o soggetto a interventi regolatori.
[vii] I BESS (Battery Energy Storage Systems) sono sistemi di accumulo dell’energia basati su batterie. Immagazzinano elettricità quando costa meno o quando è abbondante e la restituiscono alla rete o ai consumatori quando serve di più o quando il prezzo è più alto. Per questo la loro convenienza economica dipende in larga misura dalla differenza tra i prezzi bassi e quelli alti nelle diverse ore del mercato.

PAOLO POLETTI