L’ ATTESA.
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
Cristina,
un tempo mi si udiva se parlavo. Ora nessuno ascolta il mio desolato silenzio.
Quale linguaggio può esprimere il terrore dell’attesa?
Viene a noi nel silenzio della notte. Lo avverti di lontano avvicinarsi sempre più e capisci che è in cerca.
Non è come la bomba che, seppur orribile, obbedisce alla cieca sottomissione dell’alea. Quel ronzio possiede l’arte di trasformarti in preda. Non vaga diretto dal caso, vuole te! Tu sei la meta programmata dall’algoritmo. Il sibilo della bomba anticipa l’esplosione che giungerà dopo pochi secondi ma, quel ronzio penetrante è ben altro. Ti avvolge, fruga nel silenzio, rovista l’aria, fluttua, s’incurva, plana, si blocca, ti scruta con occhi di rapace: deve individuare, osservare la vittima ovunque essa sia. Non sei solo colpito nelle tue membra con la devastazione della esplosione. Sei colpito prima ancora da quel quietissimo silenzio terrificante stravolto dal metallico brusìo.
E’ l’anima che viene massacrata, è l’anima che soffre ben prima della carne. Tutto ciò è terribile mia cara e non c’è alba che s’attenda con ansia perché vedere il giorno è divenuto ormai atto soave!
Cristina, calano dall’alto le nostre morti, dall’alto di questo cielo nero circonfuso da lacrime che sembra essere un fiume che trabocca annegandoci. Siamo tutti trastulli della sorte, corpi al servizio del caso.
Attendiamo! Le labbra secche, gli occhi spenti, esaurito ogni pensiero, attendiamo.
Siamo divenuti solo notizia per quel mondo altro annoiato, confuso, attonito reso infastidito solo perché i mercati dilatano i prezzi.
Oh, Cristina non voglio darti lezioni a te ed al tuo popolo, a me certo caro. Non voglio il vostro compianto. Vorrei….Vorrei poter più non entrare nelle ingorde cronache, vorrei un guanciale sopra un letto accogliente, vorrei esser colmata dal sonno, vorrei risorgere per continuare ad insegnare, vorrei l’ascolto di un tempo, la dolcezza del vento notturno, vorrei un cielo fitto di stelle, un cielo che splendesse sulla città sublunare, un cielo che accogliesse volo di uccelli e non nembi di morte.
La notte trascorsa è stata l’unica languida da sempre, nessun bagliore dal cielo avverso.
Notte beata, forse nulla è perduto! Il sangue era fermo, nessun sussulto stringeva la gola, nulla sembrava sfasciare il cuore, le lacrime più non scorrevano. Basterà questo momento di tregua?
Quanto desidero rivivere i giorni passati nel tuo Paese, gli amici, la gioia. Se vidi, un tempo, la fulgida bellezza, se la volli, se la ebbi, ora mi pare tutto un sogno…Ebbro era il mio cuore alla vista delle geometrie perfette, delle tante pietre narranti, dei marmi commisti alle acque marine. Ricordo tutti, una ad una, uno ad uno.
E’ primavera ormai, seppur immatura, ed il timido fiore chiede di poter sbocciare nella luce del sole ma questa nostra terra riesce ad esalare solo torbidi vapori, questa terra che tanto estranea ora m’appare, questa terra così contorta, così desolata.
Ho perso ormai la mia cattedra di lingua italiana. Dei miei studenti non ho più notizia certa.
Lascia che io gridi a tutti coloro che non vogliono ascoltare immersi nelle loro accidiose tranquillità: perisco nella mia morte e in quella di tutti gli altri prima di me e dopo di me!
Lascia, alfine, che io ti mostri la vera piaga del mio popolo. Sappi che non è solo sofferenza ciò che ci opprime. La sofferenza è dolore fisico è afflizione e come tale può essere eliminato, addolcito, alleviato. No! Non è solo sofferenza il nostro dramma. Noi siamo oggetto della sventura!
La sventura è sradicamento della vita. Insisto su questo termine “sradicamento”perché questo significa togliere l’alimento spirituale, la storia,la dignità, la casa, il cimitero dei Padri. E’ ciò che rende una persona cosa. E’ qualcosa che equivale alla morte in vita. La sventura toglie la parola, rende muti. La sventura è essere inchiodati totalmente al destino storico. E’ fare una domanda: perché? E non ottenere alcuna risposta. E’ ferro rovente che imprime un marchio nell’anima e che conduce finanche alla ripugnanza di se stessi.
Questa è la sventura!
Forse, sarà domani che si scioglierà il sottile velo del cielo e la pietà alfine spoglierà l’anima del suo tiepido involucro.
Attendo il termine, Cristina.
Che verrà!
La tua cara Nastasya, Farrah, Soraya, Giuditta….. (tanti possono essere i nomi, scelga la lettrice, scelga il lettore).
CARLO ALBERTO FALZETTI
