La crepa
di ANDREA BARBARANELLI ♦
Quando fu accesa la luce, la crepa era ben visibile sul muro. E magari era lì da settimane o da mesi, magari da anni, senza che nessuno di noi l’avesse precedentemente notata. Forse, all’inizio, era stata appena una lieve fessura, quasi impercettibile, che poi, col passare del tempo, si era andata allargando e ramificando a poco a poco, senza richiamare la nostra attenzione, senza allarmarci.
Ora, comunque, ci sentivamo imbarazzati alla sola idea di dirci l’un l’altro: “Hai notato la crepa?” oppure: “Guardate che crepa! Bisognerà pure farci qualcosa”. Tacevamo, fingendo di non vederla. Continuammo a riunirci in salotto, conservando le nostre consuetudini, lo stesso tono pacato delle conversazioni, gli stessi gesti misurati. Ma era una crepa davvero imbarazzante, una crepa scandalosamente oscena, come quei disegni che si vedono nelle latrine pubbliche. Questo osceno disegno si trovava però sulla parete più in evidenza del salotto buono di casa nostra. Una vagina aperta, coronata in alto da una fitta macchia di peli arricciati. Neri. Ricci e neri. Di una volgarità inammissibile. Una oscena vagina ammiccante, oserei dire sogghignante. Pensammo (sì, tutti dovemmo pensarlo, benché nessuno di noi si sia confidato con gli altri), pensammo a una intenzionalità occulta nel tracciato delle linee di frattura della crepa. Assurdo! A esaminarla da vicino, con attenzione, perfino con l’ausilio di una lente d’ingrandimento, la crepa risultava essere semplicemente una crepa: il casuale incrociarsi di fessure aperte nell’intonaco dall’umidità. Eppure, senza ombra di dubbio, era una vagina sfacciatamente nuda, esposta lubricamente agli sguardi di chiunque entrasse in quella stanza, sovrastando con la sua presenza ogni altro arredo e mobile e quadro e oggetto del nostro salotto, irridente la nostra composta pudicizia, la nostra controllata riservatezza. Sì, ci irrideva. Il disegno originario continuava ad essere chiaramente riconoscibile, benché ormai la crepa si fosse estesa a tutta la parete. Come un enorme ingrandimento fotografico. Adesso era una mostruosa vagina spalancata, pronta (intenzionata?) ad ingoiarci. Non so esprimere il nostro sconcerto, il nostro contenuto imbarazzo. Eppure, continuammo la nostra vita di sempre, negando, di fronte agli altri, l’esistenza di quella oscenità insediatasi nel centro della nostra dimora. È anche vero, però, che nei discorsi affiorava, qua e là, di tanto in tanto, immediatamente repressa e taciuta, un’espressione volgare, una parola sconcia o addirittura una bestemmia plebea, mai prima udita fra queste mura. I pasti in comune cominciarono inavvertitamente a degenerare in confusi litigi di ubriachi, querimoniosi ed astiosi, da cui ci risvegliavamo interiormente pesti e nauseati la mattina dopo.
Ma il giorno in cui vidi mio zio, il solido e arcigno mio zio, prendere per le spalle e rovesciare sul divano, alla vista di tutti, la sua giovane nuora, e tutti gli altri alzarsi dalle loro sedie e poltrone e farsi intorno per contemplare la scena fra ammiccamenti e sghignazzi, capii che era ormai troppo tardi per far rintonacare la parete.
ANDREA BARBARANELLI

Andrea caro che, in omaggio alla ricorrenza tutta al femminile, ci ricordi con questo racconto kafkiano l’ancestrale paura maschile della “divoratrice”, origine del mondo, ferita dell’orgoglio narcisistico del maschio ..e quant’altro, con buona grazia di Freud che del femminile aveva capito molto poco. Ti seguo con grande interesse ricordando i tuoi insegnamenti sul teatro e su Brecht improvvisati nei cortili della nostra città..❤️ Un caro abbraccio
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