Sanremo, lo specchio imperfetto dell’Italia

di LETIZIA LEONARDI ♦

Il Festival di Sanremo resta un gigantesco rito nazionale. Non è soltanto una gara di canzoni: è spettacolo, memoria collettiva, polemica politica, tifo territoriale, marketing. Ogni anno promette di cambiare pelle, ma puntualmente ripropone uno schema riconoscibile con un grande apparato scenico, ospiti celebrati, momenti costruiti per emozionare e qualche scivolone che, su quel palco, pesa il doppio.

Sanremo funzionava meglio quando al centro c’erano soltanto le canzoni. Da quando si è scelto di inserire monologhi e siparietti a forte valenza politica, qualcosa si è parzialmente snaturato. Non perché la musica debba vivere in una bolla, ma perché il Festival non è un talk show ma una competizione musicale che dovrebbe avere nella musica il suo baricentro.

Il caso della signora centenaria ne è stato l’esempio più evidente. Un ricordo personale merita rispetto, ma quando si evocano categorie storiche davanti a milioni di spettatori l’esattezza non è un optional. Le culture politiche di inizio Novecento non sono sovrapponibili alle etichette contemporanee, e confondere i piani rischia di trasformare la memoria in slogan. C’è poi un dato storico che non è stato ricordato: il diritto di voto alle donne in Italia fu introdotto nel 1945 con un decreto formalmente firmato dal re Vittorio Emanuele III, prima ancora del referendum istituzionale del 2 giugno 1946 che avrebbe sancito la nascita della Repubblica. Non è una sfumatura. È storia istituzionale. Questo non toglie nulla al percorso delle donne italiane e alle battaglie che hanno portato a quella conquista. Ma la precisione conta, soprattutto su un palco simbolico come quello del Festival di Sanremo. Quando si ha quella platea, ogni parola pesa. E ogni omissione pure.

Alla questione dei contenuti si è aggiunta quella della forma. La scritta “Repupplica” (svista o refuso voluto?) comparsa in mondovisione è stata una caduta evidente. In un evento che rappresenta il servizio pubblico ci si aspetta perfezionismo, non leggerezze.

La presenza di Laura Pausini è apparsa poco centrata. La sua pronuncia non impeccabile, abiti poco eleganti e poca presenza scenica sono dettagli che in un contesto istituzionale diventano sostanza. Più curioso l’effetto mediatico attorno all’attore turco Can Yaman. Sicuro, disinvolto, perfettamente consapevole del proprio ruolo di divo internazionale. Forse un entusiasmo sproporzionato, ma è la logica dello spettacolo: l’ospite straniero viene amplificato, quasi mitizzato.

Dal punto di vista visivo abbiamo ritrovato tecnologia avanzata, luci spettacolari, regia di livello europeo. Eppure proprio questa perfezione rende il Festival sempre più simile a qualsiasi grande show internazionale. Meno identità artigianale, più omologazione, niente fiori di Sanremo. Impeccabile, sì. Ma meno riconoscibile.

Venendo alla musica, che dovrebbe restare il cuore del Festival, si è notata una tendenza interessante. Molti brani introspettivi, meno provocazione e meno slogan generazionali, più racconto personale.

In questo quadro spiccano le canzoni di Arisa e Serena Brancale, entrambe meritevoli di un riconoscimento più alto. Arisa ha portato un brano emotivamente stratificato, capace di raccontare crepe interiori e disillusioni adulte con un testo di grande significato. Il brano di Arisa mi ha colpita per la sua dimensione emotiva. Parla di tormenti interiori che non fanno rumore ma cambiano le persone, scavano dentro. Un testo che parla alle ferite vere. Musicalmente aveva un’impronta quasi fiabesca, in certi passaggi ricordava una colonna sonora romantica d’altri tempi, ma il testo aveva spessore. Non è un pezzo da consumo veloce ma richiede ascolto.

Serena Brancale, dal canto suo, ha portato un brano che scuote. Non è una canzone che si ascolta distrattamente. Ti costringe a fermarti. Tocca la figura della madre con una verità disarmante. Parla a chi l’ha perduta e sente ancora quel vuoto quotidiano, ma anche a chi ce l’ha accanto e magari dà per scontata quella presenza. Serena Brancale ha scelto la via dell’intensità pura, non gridata.

Mi hanno convinta, pur con minore entusiasmo, anche Francesco Renga, Raf, Tommaso Paradiso e il duo Marco Masini & Fedez. E poi Fulminacci, che ha portato un’allegria intelligente, capace di coinvolgere senza scadere nella superficialità.

Su Dito nella Piaga e Elettra Lamborghini c’è da fare un ragionamento un po’ più ampio, perché rappresentano due poli opposti di quello che oggi è Sanremo. Dito nella Piaga porta una provocazione consapevole. Non è solo un nome d’arte: è un programma. È teatro musicale più che semplice canzone. Il rischio è che la provocazione diventi fine a sé stessa e che il messaggio si perda dietro l’effetto.

Elettra Lamborghini, invece, è spettacolo puro. Ha voluto appresentare ritmo, fisicità, energia immediata. Non chiede profondità, punta all’impatto. È un prodotto pop costruito con intelligenza mediatica. Il suo problema, semmai, è che in un contesto come Sanremo, che resta pur sempre un palcoscenico simbolico della canzone italiana, la leggerezza estrema rischia di sembrare superficiale. Però va riconosciuto che tiene il palco con sicurezza e sa parlare a una fascia di pubblico che il Festival, altrimenti, faticherebbe a intercettare. Se devo dirla come la penso: non sono le proposte che resteranno nella memoria musicale del Paese. In fondo sono due facce della stessa medaglia: da una parte l’ironia tagliente e un po’ nichilista, dall’altra l’esibizione senza filtri. Entrambe, a modo loro, sono figlie del nostro tempo. E Sanremo, che lo vogliamo o no, è sempre lo specchio del momento storico che attraversiamo.

Quanto al vincitore, Sal Da Vinci, la sua proposta sembrava provenire da un’altra epoca. Struttura tradizionale, melodia classica, racconto lineare. Personalmente non l’avrei premiata, ma avevo intuito la possibilità della vittoria. E tuttavia la sua felicità autentica, senza costruzioni, è stata uno dei momenti più veri della serata finale. In un contesto spesso artificiale, quella gioia era reale. E questo ha un valore.

Resta il nodo del ritmo. Le serate si allungano oltre misura. Le edizioni storiche avevano una scansione più asciutta e un DopoFestival brillante, capace di ironia e analisi. Oggi tutto appare dilatato, quasi autoreferenziale. Quando si perde il senso della misura, anche uno spettacolo potente rischia di affaticare.

Eppure, nonostante tutto, questa edizione si è rivelata musicalmente migliore di quanto temessi. Non tutto resterà nella memoria collettiva, ma alcune canzoni sì. Meno slogan, più rigore, meno dilatazioni, più sostanza sarebbe già un buon inizio per le prossime edizioni. Ma comunque finché Sanremo riesce ancora a far discutere, dividere, emozionare e cantare, il suo ruolo nel bene e nel male non è finito.

LETIZIA LEONARDI

(Foto di Ferdinando Traversa | CC BY‑SA 4.0 via Wikimedia Commons)