“I RACCONTI DEI SOPRAVVISSUTI” DI MICHELE CAPITANI – LA LEPRE E LA TARTARUGA
di MICHELE CAPITANI ♦
Tre matti: Michela dagli occhi vuoti, Gianni dai mille passettini, Andrea dal gravame di quelle buste immonde; tre, come tanti altri che abbiamo conosciuto e conosceremo, ombre in cui ci si imbatte nelle città, la cui epifania ha sempre qualcosa di unico, perché impossibili da trattenere, e perché è impossibile trattenere la loro storia: il matto della strada ha un alone di cattivo odore e di mistero, tra lo stregonesco e l’angelico, poiché la sua sola presenza, con tutte le assurdità delle parole e del comportamento, ci dichiara di altri mondi, di un passato non scalfibile, se c’è: persone senza origine, che se ti dicessero che si sono materializzate per incanto solo stanotte, non ti meraviglieresti.
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La signora Michela ci era già apparsa un paio di volte: qualcuno di noi del servizio ai senza-dimora l’aveva conosciuta un mercoledì, donandole un pasto; poi un sabato mattina io stesso, dirigendomi alle docce, la vedo attraversarmi la strada dalle parti della stazione: l’aspetto è inequivocabile, altri non può essere che una barbona.
Accosto, scendo, la invito alle docce, o almeno alle colazioni. I suoi occhi sono illeggibili, perché nascosti dietro i cernecchi sporchi, e perché inespressivi, indifferenti. Perché persi chissà dove, e chissà quando.
Lei inopinatamente accetta il passaggio; come stranamente, a pensarci bene, io gliel’ho offerto: dalla stazione alle docce corrono giusto trecento metri, eppure lo realizzo soltanto mentre sto guidando, sentendomi accanto il discreto tanfo che custodisce questa donnina.
La colpa è sempre della nostra usuale incoscienza, l’audace ingenuità che ci fa pensare un attimo troppo tardi, esponendoci talora a inconvenienti disdicevoli o imbarazzanti, come la volta che una barbona lasciò sul sedile di uno di noi una macchia giallognola!
Michela non è molto “presente”: neanche un minuto e siamo arrivati, io parcheggio, lei lentamente scende però non entra: se ne va, riprendendo a vagare, lenta e senza una mèta apparente. Ridiventando inesistente, per mesi.
Fino a stasera: l’amica Paola mi chiama per dirmi che nell’androne di casa sua (come già una volta era avvenuto) si è materializzata dal nulla una dormiente sconosciuta, povera e sporca. Io sono appena uscito da una cena coi colleghi, tenendo una rosa che avevo trovato abbandonata su un tavolo. Ci andrò subito visto che è poco distante.
La collega che mi accompagna, mi chiede premurosa:
«Ma ci vorrà anche una donna?… Dài, ti accompagno».
In pieno centro c’è appunto quel palazzo, di quelli con pareti altissime e ascensore d’epoca. Entriamo ma nell’androne non c’è nessuno. Come so che era già accaduto in passato, la troviamo all’ultimo piano, proprio di fronte al portone di Paola.
Michela dorme davanti all’uscio, tutta rannicchiata. Piano piano le poso accanto il volantino dei nostri servizi e, già che ce l’ho, anche la rosa; al che, lei si desta per un attimo, guardando nel nulla coi suoi occhi spenti e scusandosi non so di cosa. La tranquillizzo anche a nome di Paola e me ne vado, mandando subito un messaggino alla figlia della mia collega, che abita qui: “Si chiama Michela, non è un volto nuovo, non si sa quanto ci stia con la testa. Ho lasciato il volantino e una rosa, anche a nome tuo. Vogliamole bene, e grazie ancora”.
Lei mi risponde: “Ma certo che le vorremo bene. È così assurdo rientrare a casa, al caldo, con tutto ciò che di buono si ritrova nella propria casa e poi avere una realtà del genere appena fuori dalla porta. Farà più bene lei a me, che io a lei, probabilmente! Buona serata”.
Quindi vengo trascinato giù per le scale dalla gravità di un groppo che non si scioglie… Usciamo nella sera ventosa, e ci avviamo verso la macchina, zitti.
Stasera tutto è scarto: una rosa abbandonata su un tavolino, una donna abbandonata nel centro di una città, ma talmente al centro da trovare l’invisibilità, e uno zerbino che a qualcuno viene utile come cuscino. E mi sento un po’ scartato anch’io le volte che non riesco a far quadrare i conti, quando invano mi chiedo che mondo mirabile verrebbe fuori se lo potessimo costruire con tutti i fiori scartati e le persone scartate e gli spazi e gli oggetti scartati, e ci ricordassimo che tutti dovremmo avere uno zerbino, però con una casa dietro, invece di scusarci per avere preso come cuscino lo zerbino di qualcun altro.
E di Michela, da domani e nuovamente, il mondo avrà perduto la memoria.
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Certe volte, dopo il consueto giro settimanale tra i nostri amici senza-casa, si torna a casa carichi di pena: stasera abbiamo veduto l’infezione alla mano di Traian (ma anche la vicinanza del suo amico di baracca, Sergiu), e a Santa Severa abbiamo saputo da Bruno che la famiglia di Renato, con i due figli piccoli, sta per essere sloggiata dalla roulotte. Tanto per dire.
Nulla di preoccupante, è il solito cuore gonfio del mercoledì sera. Ma ero comunque triste per ragioni mie personali, e affamato perché non ho cenato, e lievemente febbricitante. Bella seratina.
Rincasando mi metto a vagabondare in macchina, anche tornando a passare davanti alla stazione, e lì nei pressi avvisto un omino che cammina.
Si chiama Gianni, piccoletto, secco secco, molto curvo, canuto e con lunga barba bianca: se invece di una sporca felpina verde chiaro avesse una talare nera, sembrerebbe un vecchio monaco ortodosso. Invece è vestito leggerino, e oltre un marsupio alla vita, pure lercio, non ha bagaglio. Ma più indimenticabile è la camminata: buffa, a passettini cortissimi e rapidi, mentre guarda di sotto in su, un po’ beffardamente. Parlotta tra sé e sé, quasi sottovoce, anche quando risponde a me:
«Signor Gianni, siete italiano?»
«Eh, Italia grande paese».
Dal suono di quest’asserzione solenne ed enigmatica, comprendo che è straniero. Forse non ha fame: nel suo sintetico farfuglio mi pare di distinguere solo “freddo” e “caffè”, perciò mi illudo di indicargli un bar, mentre lui va avanti con quel portamento comico, a passi ritmici ma troppo fitti e brevi per essere veloci, eppure di fatto inarrestabile.
Non ha nulla, ovvero non ha bagaglio, non ha fame, forse ha freddo, non si accorge di chi vuole aiutarlo; e nemmeno ha la possibilità di comunicare se soffre: ecce homo, ecco l’uomo. Anzi l’omino.
Se ha freddo posso andare a cercargli una coperta, ma se non ha nulla addosso vuol dire che si è perso tutto e subito perderebbe anche quella; e soprattutto, se mi allontanassi probabilmente io perderei lui; così, mi scopro che lo sto seguendo…
Va un po’ sul marciapiede e un po’ sulla strada, e un po’ anche nel bel mezzo della strada, talvolta fermandosi a osservare da un’irragionevole vicinanza un manifesto, oppure un citofono.
Passettini passettini, se ne arriva verso i Mulini, desolato ex centro commerciale, che con i parcheggi della stazione forma una composita e oscura zona, forse più minacciosa che pericolosa, e qui purtroppo me lo perdo: l’ombra di uno stabile se l’è ingoiato.
Io sono solo una lepre, incapace di raggiungere la tartaruga Gianni.
Però, a guardar bene, pur con alcune differenze, ossia uno appiedato e l’altro in automobile, uno sano di mente e l’altro no, un vecchino ricurvo e un cinquantenne, eppure non c’è un omino bensì due omini che vagano in questa notte… entrambi persi, quale più quale meno, ognuno a modo suo.
E domani ovviamente sarà scomparso, e il mondo avrà ricominciato a dimenticarsi anche di lui.
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Aiutare, aiutare in maniera incisiva quando il disturbo è tanto profondo e alienante, non è impossibile, ma ci si va vicini.
Venuto al servizio docce perché invitato qualche giorno fa da Sandro, che l’ha incontrato alla casa abbandonata presso la stazione, Andrea è segaligno ed emaciato, indossa uno spolverino bianco, si porta appresso uno zainetto e delle buste dal contenuto minaccioso.
«Certo che un impermeabile bianco non è molto adatto a chi vive per strada» osservo.
«Be’… era bianco!» aggiunge saviamente Tadeusz, ridendo.
Andrea è nato nel ‘46 in un paesino della Ciociaria, e non tace altre notizie su di sé: ha lavorato da quando aveva sedici anni, soprattutto a un ministero a Roma, poi è stato anche a Nettuno, e qui ci fermiamo, non certo perché lui non continui bensì perché null’altro si capisce: il suo parlare è un continuo ciangottìo arruffato e a basso volume, anche quando non ha più accanto nessuno, e ricomincia a “parlare” da solo.
Rispetto ad altri psicotici lui appare un minimo più avanti negli stadi comunicativi, ma sembra più indietro nella gestione di sé: Sandro, dopo la chiusura, ci racconterà con raccapriccio che nelle buste (che peraltro non è riuscito a sottrargli) c’è roba inimmaginabile, anche putrida, che «se la dài ai maiali, i maiali scappano».
Riesce a introdurlo nel locale doccia, quindi a fargli sfilare almeno la camicia; poi, facendosi sentire bene da Andrea, Sandro me la affida raccomandando grande attenzione poiché in una tasca ci sono documenti importanti, come la patente e altre cose. La doccia, ahimé, non riesce a fargliela fare; a malapena riusciamo a far scomparire per sempre alcuni panni luridi che ha indosso, e nemmeno tutti: i pantaloni che gli diamo li infila semplicemente sopra gli altri; scarno com’è, troppi gliene entrerebbero.
Io allora vado a estrarre i documenti dalla camicia come maneggiando francobolli rari con le pinzette, ed è quasi superfluo aggiungere che non c’è traccia di documenti, né importanti né secondari: solo scontrini, fogliettini microscopici, biglietti da visita, e un paio di bollettini di pagamenti postali (di cinque anni prima), e questi sì che possono essere importanti, almeno per noi, perché vi figura nome e cognome preciso, e un indirizzo. Li fotografo rapidamente, e li ripongo in quella schifosa custodia-scrigno.
Qualcuno commenta, oscuramente: «Quello è Gesù Cristo, è apparso così come è sparito subito dopo».
La cura che pone Sandro nel tentare di fargli fare la doccia sembra quasi niente, nel senso che una doccia non è che risolva niente, se non ripristinare sull’uomo un minimo di pulizia, per nulla duratura; e in questo caso ancora meno, visto che Andrea non se la fa. Insomma, sì, lo sappiamo, è la goccia nell’oceano, ma l’oceano è fatto di gocce come noi siamo fatti di cellule.
Tu, quand’è che hai iniziato a morire? Quando muore senza ricambio la tua prima cellula; così la società cessa di essere umana quando perde una cellula infinitesimale, come è ciascuno di noi, e come è anche ogni matto; e per farlo basta poco: basta negare un gesto semplice a un poveraccio smarrito come Andrea, a un tipico matto innocuo, proprio come Michela e Gianni, e che, come loro, può solo suscitare un’infinita tenerezza.
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Uomini di nessuna scaturigine: Andrea da chi è nato? Chi c’è nel suo dna? E come è fatta quella sua testa? Chi gli ha voluto bene?
In noi c’è turbamento: la malattia mentale è sofferenza, eppure crea esseri tanto speciali che resta problematico immaginare che siano come tutti gli altri, e non piuttosto creature nate da dolori e sogni e incubi, scivolati una notte da una finestra giù per strada e lì materializzati. Per ciò trovo sconvolgente aprire questa carta d’identità: è atto misterioso, che spalanca mondi inaspettati, è penetrare in una magia, significa scoprire allibiti che dunque quell’essere senza passato e famiglia, senza parole e bisogni, ha un nome e un cognome, viene pure dalla nostra specie, di coloro per i quali la necessità di contatti umani sarebbe da annoverarsi fra i bisogni primordiali.
Perché matti si diventa (Mario e Lorenzo, che hanno problemi mentali e collaborano con noi, sono d’accordo!), ecco perché restiamo sempre sgomenti nel riscoprire, ogni volta, che esistono forze che potrebbero portarci, chiunque di noi, a quegli stadi alienati.
È insomma la scoperta che noi, razionali e orientati, abbiamo qualcosa in comune con il pazzo più perso che ci sia.
Quello di cui, comunque, da domani e nuovamente, il mondo avrà già perduto la memoria.
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MICHELE CAPITANI
