NUOVO EDEN
di CARLO ALBERTO FALZETTI ♦
La scena che si svolge nella metafora biblica dell’Eden è chiara: l’uomo nasce con il divieto!
Da una situazione di bisogno soddisfatto si passa alla mancanza. Da una situazione inerte si entra nella tragedia del desiderante. L’umano ha così principio.
La vera salvezza è stata, in illo tempore, quella di essere “cacciati”.
Il divieto conduce alla mancanza, la mancanza è perenne movimento, dunque desiderio.
L’uomo nasce, distaccandosi dall’angelo, quando scopre il no!
Non è il “ sapore” della mela il punto chiave ma il rapporto con la Legge che vieta. Non importa che la quasi totalità dei frutti edenici sia a disposizione, è quello vietato ad attirare, il frutto proibito dalla Legge.
Cacciati dall’Eden, e dunque assunta la posizione umana, non possiamo più avere l’oggetto reale, se non con la fatica, lo sforzo, la sconfitta, il limite. Fuori dell’Eden sorge il desiderio e con esso il linguaggio. Se non possiamo avere l’immediatezza dell’oggetto ecco che dobbiamo parlarne, desiderare, sognare, vagheggiare, rendere in poesia quell’oggetto che non è più a portata di mano. Se non posso più protendere la mano per afferrare ciò che voglio, debbo chiedere e dunque parlare, nominare le cose, fare di loro dei simboli, rivestire il mondo di significanti e significati. Ma nonostante questo apparato con il quale rivesto il mondo, cioè il linguaggio, esiste comunque un vuoto che non riesco a colmare: io desidero!
Nell’Eden esisteva il regno del pieno, fuori dell’Eden esiste il regno del vuoto che le parole del linguaggio colmano ma non del tutto: il residuo è il desiderio.
L’animale ha solo bisogni (fame che viene saziata). L’uomo una volta che è sazio desidera: si interroga sul senso del vivere, sogna qualcosa che manca, non sembra essere mai appagato.
Il bisogno è godimento immediato, il desiderio è perenne attesa. Ma desiderio è anche rischio, rischio di non esaurire lo stesso, di fallire.
L’essenza dell’uomo è dunque il desiderio ed il linguaggio è la manifestazione del desiderio, la presenza di una assenza.
Così è stato per millenni.
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Che succede se l’uomo perde il desiderare? Che succede se i desideri si evaporano?
Per quanto detto si dovrebbe perdere in termini di condizione umana. Il desiderio ha bisogno dell’attesa, della mancanza. Ma se l’oggetto è sempre a portata di mano, sia in modo lecito o illecito, se l’attesa è minimale, se si vive in un mondo dove vige l’immediatezza, il motore del desiderio svanisce e l’umano perde il suo carattere fondante.
Questa sembra essere la situazione dei giovani in un mondo di passioni tristi. Se più non vige il divieto, il no, la Legge, il limite del Padre che crea il divieto tutto diviene facile ed il desiderio non trova la spinta efficiente.
Siamo, dunque, ad un ritorno all’Eden prima del divieto? E’ questa la situazione nella quale siamo immersi?
Purtroppo siamo di fronte ad un Eden “paradossale”perché artificiale: una sorta di “bolla algoritmica” dove la mancanza sembra essere bandita ma tutto questo ha un prezzo dalla conseguenza devastante.
Nella metafora edenica il godimento è naturale perché fa parte del naturale, è innocente perché fa parte di una realtà innocente. Il falso Eden di oggi è fatto di godimento compulsivo e conformista. Tutti bramano la stessa cosa ovvero ciò che è imposto dal nuovo Grande Padre: il Consumismo che legifera attraverso l’algoritmo in modo tale che il bisogno viene prefabbricato ed imposto tramite la comunicazione.
Ma l’aspetto più inquietante del Nuovo Eden e dato dall’assenza di un particolare aspetto del desiderio. Il desiderio da questo punto di vista è desiderio dell’Altro. Definizione questa che da Hegel a Kojeve è finita per essere la cifra essenziale di Lacan. Che significa dire questo? Che noi desiderando aneliamo ad essere oggetto del desiderio altrui, ovvero ad essere riconosciuti dall’Altro. Aspirazione lecita perché terribilmente umana!
Ma essere riconosciuti significa essere riconosciuti in quanto soggetti che valgono. L’Altro diviene il referente che ci fornisce sicurezza. Ma non si può essere riconosciuti in quanto mero oggetto in vetrina. Quando ciò accade noi cadiamo nell’anonimato, nel conformismo. Cerchiamo disperatamente di apparire ma quell’apparire non ci appartiene perché prefabbricato, dettato dall’algoritmo che obbedisce al grande Comunicatore del momento secondo la logica del profitto. Guardiamoci attorno: tutto è brama di apparire, essere notati dagli occhi del mondo, fare notizia, acquisire like, essere riconosciuti ma in quanto oggetti in esposizione perché conformi alle aspettativa del pubblico indotto, a sua volta, dalla comunicazione dominante (il panopticon digitale). Se il filtro dell’apparire è per tutti lo stesso nessuno è davvero “visibile” In verità, ognuno di noi dovrebbe essere riconosciuto dall’Altro non come immagine che si mostra (come nello specchio di Lacan) ma come “singolarità”per ciò che veramente siamo sia nella perfezione che nella mancanza. L’immagine che appare sullo schermo è silente, appare come deve essere, non è mai un Tu, è un “pezzo” in un mucchio esibito in vetrina. Il dramma di molti giovani è proprio quello di pensare che la visibilità attraverso i media valga quale riconoscimento della singolarità. Ma non è così!
L’Eden artificiale è tutto questo. Una immensa quantità di specchi che riflette l’immagine conformista.
Ma prima o poi il reale si manifesta e l’artificiale collassa. Il dolore, la frustrazione, la malattia, la maturità, lo scacco, la morte si manifestano prepotentemente.
Nella storia umana, nonostante le atrocità, le tragedie e la bestialità il desiderio è sempre stato presente. Per la maggior parte della gente il desiderio (che è anche ideologia, religione, rivoluzione, speranza) rimaneva sogno, anelito ma esisteva comunque.
Oggi siamo nel pieno di una rivoluzione industriale ( la 5.0: le macchine non sono più “esecutrici” ma diventano decisori) che comporta il passaggio dal dominio dell’economico al dominio del geopolitico. Tutto questo crea turbolenza a livello mondiale. Ma al di là dell’impatto geopolitico ciò che in questa sede interessa è l’effetto psicologico e sociale.
La tecnica ha come unico obiettivo il non avere obiettivo, non avere scopi, non avere valori. Ieri la tecnica era mezzo per fini da raggiungere. Oggi è il fine. Libera di agire la tecnica ha espulso il desiderio dal mondo.
Dire che la tecnica sia “cattiva” o che sia essa il male è osservazione puerile. La tecnica non ascolta, non sente, semplicemente “funziona (Galimberti). La tecnica è solo regno dell’efficienza.
Immersi come siamo in questo mondo spetterebbe a chi possiede capacità critiche, cioè agli adulti, introdurre categorie diverse quali l’emozione, il desiderio, il dubbio che possano contaminare lo strapotere dell’efficienza. Ma questa è domanda retorica o può veramente avere un senso?
La situazione attuale del mondo dei giovani, che i fatti di cronaca ci mostrano drammaticamente, certificano che chi ha capacità critiche reputa la tecnica come destino dell’essere, necessità storica. Questa tesi pensa che la tecnica non è un insieme di strumenti a disposizione ma è “un modo di vedere il mondo”. Noi viviamo in un’epoca che “tutto riduce a risorsa” e che la tecnica non può essere ostacolata: è un destino (il Gestell, di Heidegger). Di fronte alla necessità si può attenuare, limitare, proibire ma oltre non si può andare.
Forse, però, un sottile varco esiste: la tecnica può tutto ormai ma non sa capire la nostra noia, il nostro dolore, il nostro amore. Esisterebbero, cioè, i “fallimenti dell’efficienza”: il regno totalizzante della tecnica presenterebbe dei vuoti.
Questo sembra essere l’unico spazio a disposizione. Non si tratta di intraprendere assurde vie luddiste ma di reintrodurre una logica del desiderio che certamente è anti-tecnica perché imprevedibile, perché rivendica il diritto alla “noia”, al non essere totalmente collegati, al silenzio, all’errore, al rapporto diretto, al non conformismo, all’andare oltre il quotidiano affaccendarsi.
Come giungere ad una sintesi dopo queste brevi considerazioni?
Non si fermerà mai il “destino della tecnica”ma si può sperare (vagheggiare?) di desiderare e, soprattutto, far desiderare i giovani.
CARLO ALBERTO FALZETTI