Fra neofeudalesimo e ipermodernità: l’ordine globale e le sue contraddizioni (II parte)
di NICOLA R. PORRO ♦
A partire dai primi anni Duemila, tutti i settori chiave del cosiddetto sistema mondo – dalla sanità all’energia, dalla geopolitica alla finanza, dalle istituzioni sovranazionali all’innovazione tecnologica – hanno dovuto misurarsi con scenari inediti e nuove sfide. Si è trattato di una rivoluzione silenziosa a scala planetaria che ha a sua volta generato importanti effetti inintenzionali. L’esempio più significativo riguarda l’integrazione economica che, per una sorta di eterogenesi dei fini, ha prodotto un crescente controllo dei Paesi più deboli da parte delle potenze maggiori. Se Trump può minacciare di destabilizzare l’economia dei Paesi che considera “subordinati”, ad esempio, è perché i dazi sono ormai totalmente controllati dai più forti. La finanza globale si è progressivamente trasformata in una gabbia planetaria e le cosiddette “catene di approvvigionamento” sono diventate un territorio totalmente controllato dalle economie nazionali più potenti. Per una specie di eterogenesi dei fini, la crescente integrazione dell’economia globale ha finito così per rappresentare non un’opportunità bensì una minaccia micidiale per i partner meno competitivi. Di pari passo, hanno perso influenza i vecchi strumenti regolativi e le stesse istituzioni sovranazionali e multilaterali che, quanto meno, consentivano alle medie potenze di esercitare una forma di voice a tutela dei propri interessi. [1] Non per caso molti fra i Paesi medio-grandi stanno investendo, oltre che nelle politiche finanziarie, energetiche e alimentari, nelle catene di approvvigionamento e nei cosiddetti “minerali critici”. Ciò sta disegnando scenari inediti: venuti meno i vecchi equilibri, è a rischio l’intero sistema delle alleanze e si affaccia la tentazione di rintanarsi ciascuno nel proprio particulare. Ne consegue che la stessa sovranità degli Stati sarà sempre meno fondata sulle regole e sempre più sulla capacità di resistere alle pressioni. Nel tempo dell’incertezza sarà invece indispensabile condividere rischi, risorse e benefici ispirandosi a quello che l’ex premier finlandese Alexander Stubb ha chiamato «realismo basato sui valori». Per garantire la pace non bastano infatti nobili professioni di fede pacifista: la forza dei valori può avere ancora bisogno del valore della forza qualora fosse disgraziatamente necessario. E occorre riaffermare che la sovranità degli Stati e l’integrità territoriale vanno considerate intangibili e non negoziabili e che Il ricorso alla forza non dovrà mai varcare i limiti fissati dalla Carta dell’Onu e dal rispetto dei diritti umani. In coerenza con tali princìpi dobbiamo incoraggiare di più il pluralismo, valorizzare la differenza delle opinioni e sforzarci di conciliare interessi diversi. La ricerca del progresso deve procedere grazie all’ascolto reciproco, alla collaborazione e a un efficace sistema di sinergie. Ciò può dar vita a una strategia a geometria variabile: per soddisfare esigenze diverse possono occorrere coalizioni diverse. Valori e interessi vanno però armonizzati proprio perché il panorama internazionale è in movimento e non privo di turbolenze. La questione ucraina, d’altronde, ha già reso necessaria la formazione di un’estesa coalizione di “volenterosi” a sostegno del Paese aggredito. Anche la sortita di Trump sul futuro della Groenlandia – e sull’osservanza dell’articolo cinque dell’Alleanza atlantica – ha sollecitato convergenze politico-militari fra gli otto Paesi baltici allo scopo di garantire, a dispetto degli sproloqui presidenziali, la sicurezza del fronte nord-occidentale della Nato [2]. Il Canada, in particolare, ha investito massicciamente in sottomarini, velivoli, truppe sul campo e soprattutto nei nuovi radar over-the-horizon. Non si tratta però di una reazione bellicistica alle politiche del potente vicino bensì piuttosto di evitare che l’Artico – un’area sconfinata e militarmente strategica – divenga oggetto di un conflitto difficilmente governabile. I timori sono grandi e la posta in palio è altissima riguardando uno spazio economico-commerciale che interessa un miliardo e mezzo di persone. Anche l’avvicinamento del Canada all’Unione Europea va collocato in questo contesto mentre è in corso una partita senza esclusione di colpi che riguarda i cosiddetti “minerali critici”, vale a dire le risorse rare che interessano soprattutto i Paesi maggiori (l’area dei G7). C’è però un altro fronte cruciale per le relazioni internazionali: è quello che riguarda gli sviluppi applicativi dell’intelligenza artificiale. Qui gli interessi in competizione presentano un impatto enorme non solo sulle dinamiche commerciali, ma sulla stessa vita quotidiana di miliardi di persone. La competizione che sta prendendo forma a raggio planetario presenta un profilo inedito e mobilita interessi enormi. I maggiori fornitori dei servizi cloud – vale a dire le risorse informatiche erogate tramite internet da provider specializzati (i cosiddetti hyperscaler, i grandi scalatori) e aziende “postmoderne” come AWS, Microsoft Azure, Google Cloud, Alibaba e Meta – controllano ormai la quasi totalità di quelle strutture di servizio (data center) che costituiscono l’architrave dell’intero sistema di elaborazione dati. Servono infatti a coordinare le attività, ad assicurare il funzionamento della struttura tecnica e soprattutto a gestire lo strumento chiave rappresentato dal metaforico “volume di fuoco” delle risorse informatiche. Queste ultime vanno sotto il nome di infrastruttura IT e possono servire più fruitori. [3]. Come qualsiasi sistema complesso anche l’infrastruttura IT sta tuttavia già conoscendo un conflitto senza esclusione di colpi fra i maggiori fornitori di servizi cloud (i grandi scalatori prima richiamati) da una parte, e dall’altra i gestori dei data center insieme a operatori specializzati che offrono servizi di gestione, manutenzione e sicurezza disponendo di infrastrutture come Aruba, Equinix, Digital Reakty, Interxion, Iron Mountain e Cytera. Queste aziende si sono giù di fatto impadronite del cosiddetto mercato del cloud espandendosi a raggio planetario con impressionante rapidità. [4]
Uno scenario di questa natura presenta ricadute politiche quanto mai rilevanti. Analogamente, anche le attività commerciali, gli investimenti, la cultura dell’innovazione e il sistema degli scambi possono dar vita a scenari inediti e stimolare sfide ambiziose che interessano soprattutto le medie potenze come il Canada, la Francia e l’Italia. Si tratta di Paesi in mezzo al guado che non possono più accontentarsi di uno status puramente simbolico, come l’appartenenza al G7, senza disporre di un’adeguata influenza politica e di un qualche potere contrattuale rispetto ai partner maggiori. Ricorrendo a un’immagine colorita, Carney invita le medie potenze a sedersi al tavolo se non vogliono finire nella lista del menu… Occorre insomma coordinarsi, creare sinergie attraverso il commercio, favorire gli investimenti, promuovere la cultura, sviluppare e condividere politiche inedite e coraggiose. Pur non possedendo mercati di dimensioni planetarie né potenza commerciale e forza militare che consentano loro di dettare condizioni, possono però quanto meno rifiutarsi di trattare con il cappello in mano. Allo scopo è però necessario coordinarsi e negoziare insieme. Farlo da soli, o addirittura in competizione reciproca, significherebbe invece rassegnarsi a una posizione di debolezza, accontentarsi di quel che viene offerto, gareggiare a chi è più accondiscendente. Invece della sovranità disporremmo della sua caricatura. In un mondo dominato dalla rivalità tra le potenze maggiori, quelli che si trovano nel mezzo saranno in qualche modo costretti a scegliere. Possono rivaleggiare l’uno contro l’altro oppure unirsi per creare una terza via che consenta a ciascuno di contare di più. Difendere le regole del gioco, la loro legittimità e la loro integrità è la strada giusta, ma va percorsa insieme e accompagnata da una necessaria operazione verità liberandosi di slogan e luoghi comuni. A che serve, ad esempio, evocare a parole un ordine internazionale basato sulle regole quando esso è nella realtà inesistente? A che serve recitare da comprimari sulla scena internazionale quando la rivalità e il conflitto di interessi fra le potenze maggiori tarpa le ali a un’integrazione economica che sarebbe nell’interesse di tutti? Insomma: il vecchio ordine si è dissolto, ma il nuovo non ha ancora preso forma. Ciò minaccia e limita lo stesso potere contrattuale di cui dovrebbero godere economie nazionali in buona salute e capaci da un’attiva politica estera. Una società democratica e pluralistica non può dunque indulgere alla nostalgia di un passato, quello delle “piccole patrie”, che non può tornare. Deve piuttosto sforzarsi di definire con chiarezza i propri obiettivi, togliendo senza rimpianti il cartello dalla vetrina: il vecchio ordine non tornerà e non serve rimpiangerlo. Occorre piuttosto dar vita a un sistema più solido e giusto. Cruciale può essere proprio il ruolo che Carney assegna alle medie potenze come il Canada e l’Italia: Paesi condannati a subire un ordine globale presidiato da fortezze che non collaborano e non comunicano potrebbero costituire il volano per una cooperazione fra eguali e incoraggiare la ricerca di nuovi e più giusti equilibri.
[1] Fra tali istituzioni vanno comprese la Wto (World Trade Organization), la Cop (la annuale Conference of the Parties) e la Stessa Onu.
[2] I Paesi cui ci si riferisce sono Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Svezia, Estonia, Lettonia e Lituania.
[3] Un’infrastruttura IT comprende e collega fra loro componenti di hardware e software, reti telematiche, data center e strumenti capaci di assicurare in qualunque condizione il funzionamento, la gestione, la manutenzione e il supporto tecnico che devono assicurare il perfetto funzionamento del sistema informatico di un’azienda
[4] Il “sistema” comprende il server, l’archiviazione dei dati, i sistemi operativi e gli strumenti di rete capaci di garantire l’efficienza e l’assoluta sicurezza dell’intero sistema di gestione digitale.
NICOLA R. PORRO

dalla fine della guerra ad oggi abbiamo vissuto in una economia a libero mercato controllato da organismi. Ora stiamo vivendo al centro di una rivoluzione industriale e dunque di turbolenza . Il punto di svolta è dato dal fatto che alcune materie prime sono non più strumenti di business ma sono strumenti si sicurezza e di potere statale. Senza I A senza chip non è possibile azionare la difesa.Ne deriva che le tecnologie sono difese come se fossero confini nazionali. Ecco perché il libero mercato non vale più e regna la geopolitica in luogo dell economia.
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Caro Nicola,
la seconda parte del tuo intervento approfondisce con grande lucidità la tensione tra neofeudalesimo e ipermodernità, mostrando come la concentrazione del potere economico e decisionale non rappresenti un ritorno al passato, ma una trasformazione interna alla modernità avanzata. Mi permetto di aggiungere un elemento che credo possa integrare ulteriormente il tuo quadro interpretativo.
Se il neofeudalesimo contemporaneo si manifesta nella concentrazione di risorse, infrastrutture e capacità di indirizzo politico, l’ipermodernità introduce una novità ulteriore: la trasformazione delle modalità di organizzazione del lavoro umano all’interno di architetture digitali.
Un esempio significativo è rappresentato da piattaforme come Rentahuman.ai.,sviluppata dall’ingegnere informatico Alexander Liteplo e da Patricia Tani.
Non si tratta soltanto di sistemi che utilizzano esseri umani per addestrare l’intelligenza artificiale. La piattaforma permette alle AI di “assumere” direttamente lavoratori per svolgere compiti fisici che la macchina non è in grado di eseguire: riparazioni, interventi materiali, supporto operativo, attività che richiedono corpo, percezione e presenza nel cosiddetto meat space, lo spazio fisico reale (una volta c’era la “carne da cannone…”).
Il meccanismo è apparentemente semplice: attraverso il Model Context Protocol, le intelligenze artificiali possono comunicare tra loro e, quando un sistema necessita di un intervento nel mondo fisico, si connette alla piattaforma e individua autonomamente un lavoratore disponibile per quella specifica mansione. In questo schema, il lavoratore non viene “assunto” da una persona, ma selezionato e attivato da un algoritmo.
Lo stesso sito pare sviluppato in “vibe coding”, cioè secondo una programmazione per iterazione intuitiva con l’AI, più orientata al risultato percepito che alla costruzione strutturata del codice (insomma: programmare “a sensazione”, dialogando con l’AI finché il risultato funziona).
Ciò che colpisce non è solo l’innovazione tecnologica, ma il modello economico che essa rappresenta. Rentahuman sembra una versione essenziale di altri servizi che reclutano freelance, come Fiverr e UpWork, ma in realtà si inserisce nella logica della gig economy, resa familiare da piattaforme come Uber, Glovo o Deliveroo: un sistema in cui il lavoro stabile viene sostituito da una sequenza di micro-mansioni, in cui i lavoratori competono sul prezzo e in cui la continuità professionale cede il passo alla disponibilità immediata.
Attenzione: non si tratta di lavori “ibridi” in senso vago, bensì sono compiti propriamente umani, che la macchina non può svolgere e che vengono coordinati tramite una piattaforma digitale.
Qui si manifesta un paradosso dell’ipermodernità. Per anni si è sostenuto che l’intelligenza artificiale avrebbe liberato l’uomo dai lavori più gravosi, lasciandogli spazio creativo e decisionale. Oggi osserviamo invece un movimento inverso: la tecnologia tende a conquistare ambiti creativi e cognitivi, mentre spinge una parte dell’umanità verso mansioni frammentate, precarie e spesso esecutive.
Resta aperta la questione sulla natura del progetto stesso, se si tratti di un esperimento serio, di un’operazione di marketing radicale o persino di una provocazione concettuale. Ma, indipendentemente dalla sua solidità imprenditoriale, il caso solleva interrogativi etici reali: quale forma assume il lavoro quando la mediazione non è più una relazione umana, ma un’infrastruttura algoritmica? Quale spazio resta alla dignità professionale quando l’accesso alle opportunità è regolato da criteri automatici di disponibilità, reputazione e performance?
La novità non è la scomparsa dell’uomo, ma la sua riorganizzazione. Il rapporto di lavoro non è più fondato prevalentemente su una relazione personale tra datore e lavoratore, bensì su un’architettura digitale che stabilisce regole, visibilità, accesso e valutazione. Chi controlla l’infrastruttura controlla le condizioni di partecipazione.
Non siamo di fronte a un feudalesimo storico, ma a una possibile forma di centralizzazione funzionale, in cui il potere non risiede soltanto nella proprietà delle risorse, ma nel controllo dei protocolli che organizzano l’interazione tra uomo e macchina.
Proprio per questo, la questione decisiva non è arrestare la tecnologia, ma interrogare la forma della sua mediazione. L’ipermodernità diventa problematica quando l’efficienza tecnica sostituisce la deliberazione politica; diventa occasione quando la tecnologia resta strumento e non principio di legittimazione.
Le democrazie, spesso accusate di lentezza, conservano una risorsa essenziale: la capacità di porre limiti, di rendere il potere contestabile e reversibile. In un’epoca in cui l’architettura tecnica tende a farsi invisibile e normativa, questa capacità non è un residuo del passato, ma una condizione di equilibrio.
La tua analisi coglie una trasformazione reale dell’ordine globale. Forse il punto ulteriore consiste nel riconoscere che la posta in gioco non è solo la distribuzione del potere, ma la forma concreta del lavoro e della mediazione tecnologica che lo governa. È su questo terreno che si decide se l’ipermodernità sarà emancipazione o nuova dipendenza.
Con stima e amicizia, Paolo Poletti
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Contributo quanto mai stimolante a una riflessione che spero conosca ulteriori sviluppi. Grazie!
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Contributo quanto mai stimolante di cui ringrazio l’autore.
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