I BRICS e l’ordine globale: sicurezza, tecnologia e controllo delle interdipendenze. Dalla competizione tecnologica alla sicurezza economica in un mondo frammentato.
di PAOLO POLETTI ♦
Introduzione: tecnologia e sicurezza come nuova grammatica del potere globale
Nei precedenti articoli si è analizzata l’evoluzione dei BRICS a partire dalla loro natura giuridica e dal peso economico aggregato, per poi esaminarne il ruolo nelle dinamiche geopolitiche del secondo decennio del XXI secolo. È emerso un quadro coerente: i BRICS costituiscono un fattore strutturale di riequilibrio dell’ordine globale, capace di eroderne l’universalismo occidentale, ma non di sostituirlo con un progetto alternativo unitario.
Questo terzo articolo si colloca come chiusura analitica del trittico, concentrandosi su una dimensione sempre più decisiva della competizione internazionale: il nesso tra tecnologia e sicurezza. Nell’attuale fase storica, la sicurezza non può più essere ricondotta esclusivamente alla sfera militare. Essa investe l’economia, le infrastrutture critiche, il cyberspazio, i dati, le catene di approvvigionamento e la capacità degli Stati di controllare le proprie interdipendenze tecnologiche.
La tecnologia, lungi dall’essere un fattore neutro di progresso, è divenuta uno strumento di potere geopolitico. Controlli sulle esportazioni, sanzioni tecnologiche, standard industriali, restrizioni sugli investimenti e politiche di de-risking testimoniano il passaggio da una globalizzazione tecnologica fondata sull’efficienza a una globalizzazione selettiva, orientata alla sicurezza. In questo contesto, i BRICS non agiscono come un blocco tecnologico coeso, ma come un insieme di attori che cercano di adattarsi a una competizione sempre più pervasiva, sfruttandone le opportunità e mitigandone i rischi.
L’obiettivo di questo terzo articolo è dunque analizzare come i BRICS si confrontino con la trasformazione della tecnologia in dominio di sicurezza, evidenziando le profonde asimmetrie interne al gruppo, le nuove forme di sovranità digitale e il ruolo delle infrastrutture critiche come strumenti di potere. Ancora una volta, emergerà una dinamica già osservata: centralità crescente senza integrazione, influenza potenziale senza governance condivisa.
- Dalla globalizzazione tecnologica alla sicurezza economica – Il superamento della neutralità nella tecnologia
Per oltre due decenni, la tecnologia è stata considerata uno dei pilastri della globalizzazione liberale. Innovazione, digitalizzazione e interconnessione delle catene globali del valore erano percepite come fattori essenzialmente neutri, capaci di favorire crescita economica, efficienza produttiva e convergenza tra sistemi diversi. Questa visione si fondava sull’idea che l’interdipendenza tecnologica riducesse i conflitti e rendesse la cooperazione economicamente razionale.
Nel secondo decennio del XXI secolo, tale paradigma è entrato in crisi. La progressiva politicizzazione dell’economia globale ha investito in modo diretto la dimensione tecnologica, trasformandola in un campo di competizione strategica. Le restrizioni sull’accesso alle tecnologie avanzate, i controlli sugli investimenti esteri, le sanzioni mirate e l’uso delle infrastrutture digitali come leve di pressione geopolitica hanno reso evidente che la tecnologia non è più un bene pubblico globale, ma una risorsa strategica da proteggere e, se necessario, da negare.
In questo nuovo contesto si afferma il concetto di sicurezza economica, intesa come capacità dello Stato di garantire continuità produttiva, autonomia tecnologica minima e resilienza delle proprie infrastrutture critiche. La sicurezza economica non sostituisce la sicurezza militare, ma la integra, spostando l’attenzione verso settori un tempo considerati puramente civili: semiconduttori, reti di comunicazione, piattaforme digitali, sistemi di pagamento, logistica avanzata.
Per i BRICS, questo mutamento rappresenta al tempo stesso una sfida e un’opportunità. Da un lato, molti membri del gruppo hanno beneficiato in modo significativo della globalizzazione tecnologica, integrandosi nelle catene globali del valore e accedendo a tecnologie occidentali avanzate. Dall’altro, la crescente selettività degli scambi tecnologici e il ricorso a strumenti di pressione economica hanno reso evidente la vulnerabilità di modelli di sviluppo fondati su dipendenze esterne critiche.
Il passaggio dalla globalizzazione tecnologica alla sicurezza economica accentua dunque le asimmetrie interne ai BRICS. Alcuni Paesi dispongono di ecosistemi tecnologici avanzati e di capacità industriali autonome; altri restano fortemente dipendenti da fornitori esterni e da standard definiti altrove. Questa eterogeneità limita la possibilità di una risposta coordinata del gruppo e rafforza la tendenza a soluzioni nazionali o bilaterali, coerenti con la natura informale della cooperazione BRICS.
In definitiva, il superamento della neutralità nella tecnologia segna un punto di non ritorno nell’evoluzione dell’ordine globale. La tecnologia diventa al tempo stesso oggetto e strumento di sicurezza, ridisegnando le priorità degli Stati e le forme della competizione internazionale. È su questo terreno che i BRICS si confrontano con i limiti della propria coesione e con la necessità di ridefinire il rapporto tra sviluppo, sovranità e interdipendenza, temi che saranno approfonditi nelle sezioni successive.
- I BRICS nella competizione tecnologica globale: asimmetrie interne e traiettorie divergenti
La collocazione dei BRICS nella competizione tecnologica globale è caratterizzata da profonde asimmetrie interne, che ne condizionano in modo decisivo la capacità di agire come soggetto unitario nel dominio della sicurezza tecnologica. A differenza di quanto avviene sul piano economico aggregato, dove il peso quantitativo del gruppo produce effetti sistemici, nel campo tecnologico i BRICS presentano livelli di sviluppo, capacità industriali e priorità strategiche fortemente differenziati.
La Cina rappresenta il polo tecnologico dominante all’interno del gruppo. Essa ha sviluppato un ecosistema industriale e digitale ampio e articolato, che copre settori chiave quali intelligenza artificiale, telecomunicazioni, manifattura avanzata, tecnologie dual use e piattaforme digitali. Questo posizionamento consente a Pechino di perseguire una strategia di autonomia tecnologica progressiva, orientata a ridurre la dipendenza da fornitori esterni e a definire standard alternativi in ambiti critici. Tuttavia, tale centralità introduce una asimmetria strutturale nei BRICS, poiché nessun altro membro dispone di una capacità comparabile di proiezione tecnologica globale.
L’India occupa una posizione intermedia e ambivalente. Da un lato, essa si afferma come uno dei principali hub globali nei servizi digitali, nel software e nelle tecnologie dell’informazione, nonché come piattaforma manifatturiera in espansione. Dall’altro, resta dipendente dall’accesso a tecnologie avanzate e a componenti critici provenienti da Stati Uniti, Europa e Asia orientale. Questa condizione spinge Nuova Delhi a una strategia di diversificazione tecnologica, che combina cooperazione selettiva con l’Occidente, partecipazione a corridoi geo-economici alternativi e prudente distanza dalle ambizioni tecnologiche cinesi.
La Russia presenta un profilo tecnologico fortemente condizionato dal contesto geopolitico. Le sanzioni e le restrizioni sull’accesso a tecnologie avanzate hanno accentuato una traiettoria di autarchia tecnologica parziale, concentrata su settori ritenuti strategici, come il cyber, lo spazio, il militare, l’energia e le applicazioni dual use. Sebbene Mosca disponga di competenze avanzate in alcuni ambiti, l’isolamento tecnologico riduce la sua capacità di integrazione nelle catene globali del valore e limita il potenziale di cooperazione tecnologica multilaterale all’interno dei BRICS.
Brasile e Sudafrica si collocano, infine, in una posizione di dipendenza tecnologica strutturale, pur con differenze significative. Entrambi partecipano alla competizione tecnologica globale prevalentemente come utilizzatori e adattatori di tecnologie sviluppate altrove, con una limitata capacità di incidere sulla definizione degli standard o sul controllo delle infrastrutture critiche. Per questi Paesi, la dimensione tecnologica della cooperazione BRICS rappresenta più una opportunità di accesso e diversificazione che un terreno di autonomia strategica.
Queste traiettorie divergenti rendono evidente che la tecnologia, lungi dal costituire un fattore di coesione, agisce come moltiplicatore delle tensioni centrifughe già presenti nel gruppo. La centralità cinese, le ambizioni indiane, l’isolamento russo e le vulnerabilità tecnologiche degli altri membri producono un quadro frammentato, nel quale la cooperazione resta selettiva e pragmatica, ma difficilmente traducibile in una strategia condivisa di sicurezza tecnologica.
Nel complesso, i BRICS non si configurano come un polo tecnologico alternativo all’Occidente, ma come uno spazio di adattamento differenziato alla competizione globale. Ciascun membro utilizza il quadro BRICS per rafforzare la propria posizione negoziale, ridurre dipendenze critiche o acquisire margini di manovra, senza rinunciare a relazioni bilaterali e multilaterali esterne al gruppo. Questa dinamica conferma, ancora una volta, che la forza dei BRICS risiede nella flessibilità, mentre la loro debolezza emerge nella difficoltà di trasformare tale flessibilità in governance tecnologica comune.
- Cybersicurezza, sovranità digitale e controllo dell’informazione – Dal cybercrime alla competizione strategica permanente
Nel contesto della competizione tecnologica globale, il cyberspazio rappresenta oggi uno dei principali domini di confronto strategico. Per i BRICS, la cybersicurezza non costituisce soltanto una questione tecnica o settoriale, ma un elemento centrale della sicurezza nazionale ed economica, strettamente connesso al controllo dell’informazione, alla protezione delle infrastrutture critiche e alla gestione delle interdipendenze digitali.
È tuttavia necessario precisare che questa centralità della cybersicurezza assume significati profondamente diversi in funzione della natura dei sistemi politici dei singoli membri. In contesti caratterizzati da assetti di potere fortemente centralizzati o autocratici, come nel caso di Russia e Cina, la cybersicurezza tende a coincidere in larga misura con la sicurezza del regime, includendo il controllo dell’informazione, la sorveglianza delle reti e la prevenzione del dissenso interno. In tali sistemi, la protezione delle infrastrutture digitali e la gestione delle interdipendenze tecnologiche sono inscindibili dal mantenimento della stabilità politica e del controllo sociale.
In altri Paesi del gruppo, come l’India – che mantiene un impianto democratico formale ma mostra crescenti tensioni tra sicurezza e pluralismo – o come Brasile e Sudafrica, la cybersicurezza è invece prevalentemente associata alla continuità dei servizi essenziali, alla protezione dell’economia e alla resilienza delle infrastrutture critiche. Questa divergenza di approcci contribuisce a spiegare perché, pur utilizzando un lessico comune sulla sovranità digitale, i BRICS non riescano a sviluppare una visione condivisa della sicurezza nel dominio cyber.
A differenza dei domini tradizionali, il cyberspazio è caratterizzato da una soglia di conflitto estremamente bassa e da una ambiguità strutturale che rende difficile distinguere tra attività criminali, operazioni di spionaggio e azioni geopolitiche deliberate. Cyberattacchi, campagne di disinformazione, sabotaggi digitali e operazioni di influenza si collocano in una zona grigia permanente, nella quale l’uso della forza resta formalmente sotto la soglia del conflitto armato, ma produce effetti sistemici rilevanti. In questo quadro, la cybersicurezza diventa uno strumento ordinario di competizione tra Stati, più che una risposta emergenziale a singoli incidenti.
Per i Paesi BRICS, la gestione di questo dominio avviene attraverso approcci profondamente differenziati. Alcuni membri concepiscono la sovranità digitale come estensione diretta della sovranità statale, privilegiando modelli di controllo centralizzato delle reti, dei dati e delle piattaforme digitali. Altri adottano strategie più aperte, ma non per questo meno orientate alla protezione degli interessi nazionali. Questa pluralità di modelli rende evidente l’assenza di una visione condivisa della governance del cyberspazio, pur in presenza di una convergenza retorica sul principio della non ingerenza e del rispetto della sovranità.
Il tema della sovranità digitale emerge, in questo senso, come uno dei nodi più rilevanti. La possibilità di controllare flussi di dati, infrastrutture di rete, sistemi di pagamento e piattaforme informative diventa una condizione essenziale per l’autonomia strategica degli Stati. Per molti membri dei BRICS, la dipendenza da infrastrutture digitali, software e servizi controllati da attori occidentali rappresenta una vulnerabilità critica, che può essere sfruttata a fini di pressione politica o economica. La risposta a questa percezione di vulnerabilità si traduce in politiche di localizzazione dei dati, sviluppo di ecosistemi digitali nazionali e limitazione dell’accesso a piattaforme straniere considerate sensibili.
Parallelamente, il controllo dell’informazione assume una valenza strategica crescente. Le operazioni di influenza, la manipolazione dei contenuti digitali e l’uso delle piattaforme social come strumenti di pressione politica rientrano a pieno titolo nella competizione geopolitica contemporanea. In questo contesto, la distinzione tra sicurezza informatica e sicurezza cognitiva tende a sfumare: proteggere reti e sistemi non è sufficiente se non si è in grado di tutelare anche la dimensione informativa e percettiva delle società. I BRICS, pur con approcci diversi, condividono la consapevolezza che il cyberspazio è un moltiplicatore di potenza capace di incidere sulla stabilità interna e sull’immagine internazionale degli Stati.
Tuttavia, anche in questo dominio, la cooperazione BRICS resta limitata e frammentaria. Gli scambi di buone pratiche e le dichiarazioni comuni sulla sicurezza informatica non si traducono in meccanismi operativi condivisi, né in una capacità collettiva di risposta agli incidenti cyber di natura sistemica. La cybersicurezza, come la tecnologia più in generale, rafforza le asimmetrie interne al gruppo: alcuni membri dispongono di capacità avanzate di difesa e offesa digitale, altri restano esposti a minacce diffuse senza strumenti adeguati di resilienza.
In questo quadro, non può essere ignorato il ruolo svolto da pratiche diffuse di cyber espionage, in particolare da parte di Russia e Cina, come strumento strutturale di acquisizione di vantaggi tecnologici, industriali e politici. Tali attività sono frequentemente condotte attraverso i cosiddetti gruppi APT (Advanced Persistent Threat), ossia attori dotati di elevate capacità tecniche, operanti in modo persistente nel tempo (rilevazione difficile) e orientati a obiettivi strategici di lungo periodo. I gruppi APT non sono assimilabili al cybercrime comune: essi agiscono tipicamente per finalità di spionaggio e raccolta informativa e sono, nella maggior parte dei casi, riconducibili a Stati o a strutture da essi sponsorizzate, pur operando spesso in forma indiretta.
Le evidenze disponibili, come rilevato con continuità nei principali report di threat intelligence e nelle analisi istituzionali occidentali, indicano inoltre un crescente ricorso a cybergang utilizzate come proxy operativi, secondo un modello che può essere descritto come espionage-as-a-service. In questo schema, gruppi criminali formalmente autonomi vengono tollerati, supportati o indirettamente utilizzati per ottenere accesso illecito a informazioni sensibili, riducendo l’attribuibilità diretta delle operazioni e mantenendo l’azione sotto la soglia del conflitto armato. L’ambiguità strutturale del cyberspazio diventa così un moltiplicatore di efficacia strategica.
Questo approccio produce effetti sistemici rilevanti. Sul piano internazionale, rafforza la percezione di una competizione tecnologica non regolata e di una crescente erosione delle norme di fiducia reciproca. All’interno dei BRICS, introduce un elemento di sfiducia latente che limita qualsiasi prospettiva di cooperazione avanzata in ambito digitale e tecnologico. La centralità di alcuni membri nel dominio cyber, esercitata anche attraverso pratiche opache o informali, accentua le asimmetrie interne e conferma la natura dei BRICS come spazio di adattamento strategico, più che come comunità di sicurezza digitale.
In definitiva, il cyberspazio rappresenta uno dei settori in cui emerge con maggiore chiarezza la natura incompiuta dei BRICS come attore di sicurezza. Il gruppo contribuisce a legittimare una visione del cyberspazio come dominio di sovranità statale e di competizione regolata, ma non riesce a trasformare questa convergenza di principi in una governance condivisa. La sicurezza digitale resta così una somma di strategie nazionali, coordinate solo in modo episodico, che riflettono priorità e vulnerabilità differenti. È proprio su questa frammentazione che si innesterà, nella sezione successiva, l’analisi delle infrastrutture critiche e delle dipendenze strategiche come nuovo terreno di confronto globale.
- Infrastrutture critiche e dipendenze strategiche – Dati, reti, energia e supply chain digitali come nuovi vettori di potere
Nel quadro della trasformazione della tecnologia in dominio di sicurezza, le infrastrutture critiche assumono un ruolo centrale nella ridefinizione dei rapporti di potere globali. Reti di telecomunicazione, sistemi energetici, data center, cloud computing, cavi sottomarini, satelliti e piattaforme logistiche digitali non costituiscono più meri supporti tecnici dell’economia globale, ma diventano asset strategici la cui vulnerabilità o il cui controllo possono incidere direttamente sulla sovranità degli Stati.
Per i BRICS, la questione delle infrastrutture critiche è strettamente connessa al tema delle dipendenze strategiche. La globalizzazione ha prodotto catene di approvvigionamento altamente efficienti ma anche fortemente concentrate, nelle quali pochi nodi – tecnologici, logistici o finanziari – esercitano un’influenza sproporzionata. In un contesto di crescente competizione geopolitica, questa concentrazione si traduce in vulnerabilità sistemiche, che possono essere sfruttate come strumenti di pressione politica o economica.
Il controllo dei dati rappresenta uno degli aspetti più rilevanti di questa dinamica. Data center, servizi cloud e piattaforme digitali costituiscono oggi l’infrastruttura portante di interi settori produttivi e amministrativi. La localizzazione dei dati, la giurisdizione applicabile e la dipendenza da fornitori esterni diventano questioni di sicurezza nazionale. Per molti Paesi BRICS, l’accesso a infrastrutture digitali controllate da attori occidentali o extra-regionali è percepito come una potenziale leva di condizionamento, spingendo verso strategie di diversificazione, sviluppo di capacità nazionali o regionali e maggiore controllo pubblico dei flussi informativi.
Analoga rilevanza assume il tema delle reti di comunicazione. Le infrastrutture di telecomunicazione, in particolare quelle di nuova generazione, sono essenziali non solo per lo sviluppo economico, ma anche per il funzionamento dei sistemi di difesa, dei servizi pubblici e delle infrastrutture industriali. La scelta dei fornitori, gli standard tecnologici adottati e l’integrazione delle reti con altri sistemi critici assumono una valenza strategica che supera la dimensione puramente commerciale. In questo ambito, i membri dei BRICS adottano strategie differenziate, riflettendo priorità nazionali e livelli diversi di esposizione al rischio.
Il settore energetico rappresenta un ulteriore nodo cruciale di intersezione tra infrastrutture fisiche e digitali. Le reti di distribuzione dell’energia, sempre più digitalizzate e interconnesse, diventano bersagli potenziali di attacchi cyber e strumenti di pressione geopolitica. Per alcuni Paesi BRICS, il controllo delle infrastrutture energetiche costituisce una fonte primaria di potere; per altri, la dipendenza da forniture esterne evidenzia la necessità di rafforzare la resilienza e la sicurezza delle reti. In entrambi i casi, l’energia si configura come un ambito in cui sicurezza economica e sicurezza tecnologica convergono.
Le supply chain digitali completano questo quadro. Semiconduttori, componenti hardware, software critici e servizi di logistica avanzata sono elementi indispensabili per il funzionamento delle economie moderne. La loro interruzione, anche temporanea, può produrre effetti a cascata su interi settori produttivi. I BRICS si confrontano con queste vulnerabilità in modo disomogeneo: alcuni dispongono di capacità industriali significative e puntano a ridurre la dipendenza da fornitori esterni; altri restano esposti a shock tecnologici e logistici difficilmente controllabili.
Nel loro insieme, queste dinamiche mostrano come le infrastrutture critiche rappresentino oggi uno dei principali terreni di competizione geopolitica. Tuttavia, anche in questo ambito, i BRICS non riescono a sviluppare una strategia collettiva coerente. Le iniziative restano prevalentemente nazionali o bilaterali, riflettendo interessi e vulnerabilità specifiche. Il gruppo offre un quadro politico di riferimento e una legittimazione discorsiva alla ricerca di maggiore autonomia infrastrutturale, ma non fornisce strumenti operativi comuni per la gestione delle dipendenze strategiche.
Questa frammentazione conferma che la sicurezza delle infrastrutture critiche, pur essendo un problema condiviso, viene affrontata dai BRICS come somma di strategie nazionali, più che come progetto collettivo. È proprio su questa pluralità di approcci che si innesterà, nella sezione successiva, l’analisi del rapporto tra tecnologia, corridoi geo-economici e competizione digitale, completando il quadro della sicurezza tecnologica globale.
- Tecnologia e corridoi geo-economici – Dalla “via del cotone” alla competizione digitale globale
Nel contesto della frammentazione dell’ordine internazionale, la competizione geopolitica si struttura sempre più attorno a corridoi geo-economici ibridi, nei quali infrastrutture fisiche e digitali risultano inseparabili. Rotte commerciali, hub logistici, reti energetiche e piattaforme digitali convergono in sistemi complessi che determinano non solo l’efficienza degli scambi, ma anche la sicurezza tecnologica e l’autonomia strategica degli Stati. È in questa prospettiva che la dimensione dei corridoi, già analizzata nel secondo articolo, assume nel terzo contributo una valenza eminentemente tecnologica.
La cosiddetta “via del cotone” – intesa come asse indo-mediorientale-mediterraneo – non è soltanto un’alternativa logistica alle direttrici sino-centriche, ma un ecosistema geo-tecnologico emergente. Accanto a porti, ferrovie e infrastrutture energetiche, essa integra cavi sottomarini, data center, reti di telecomunicazione e servizi digitali avanzati, configurandosi come uno spazio di competizione sugli standard, sulla sicurezza dei dati e sul controllo delle interdipendenze digitali. In questo senso, la “via del cotone” rappresenta un modello di integrazione selettiva, nel quale la tecnologia diventa elemento abilitante della proiezione strategica.
Per i BRICS, questa evoluzione ha implicazioni rilevanti. Alcuni membri del gruppo sono direttamente coinvolti nello sviluppo di corridoi che combinano dimensione fisica e digitale, e ne traggono benefici in termini di accesso a mercati, diversificazione tecnologica e rafforzamento della resilienza infrastrutturale. Altri osservano tali dinamiche con maggiore cautela, consapevoli che la proliferazione di corridoi alternativi riduce la centralità delle reti esistenti e introduce nuovi equilibri competitivi.
La dimensione tecnologica dei corridoi accentua, tuttavia, le asimmetrie interne ai BRICS. La capacità di progettare, controllare e proteggere infrastrutture digitali critiche varia sensibilmente tra i membri, rendendo impossibile una strategia comune di governance dei corridoi. Mentre alcuni Stati puntano alla definizione di standard tecnologici propri o alla leadership in specifici segmenti della catena del valore digitale, altri si concentrano sulla riduzione delle dipendenze più critiche, accettando una integrazione tecnologica parziale e selettiva.
In questo quadro, la competizione tra corridoi non si traduce in una contrapposizione diretta tra blocchi, ma in una pluralizzazione delle opzioni strategiche. I corridoi diventano strumenti di hedging tecnologico: consentono agli Stati di distribuire rischi, evitare dipendenze eccessive e mantenere flessibilità in un ambiente internazionale caratterizzato da crescente incertezza normativa e geopolitica. I BRICS, come gruppo, non governano questa pluralizzazione, ma ne sono parte integrante, adattandosi a una logica di interconnessione selettiva.
La sovrapposizione tra corridoi fisici e digitali rende inoltre evidente come la sicurezza tecnologica non possa più essere affrontata separatamente dalla sicurezza economica e geopolitica. Il controllo dei flussi di dati, la protezione delle reti e la continuità delle supply chain digitali diventano elementi essenziali per la sostenibilità dei corridoi stessi. In assenza di una governance condivisa, questi fattori rafforzano l’approccio nazionale o bilaterale, coerente con la natura informale della cooperazione BRICS.
In definitiva, la tecnologia trasforma i corridoi geo-economici in spazi di competizione sistemica, nei quali si intrecciano sviluppo, sicurezza e potere. Per i BRICS, ciò conferma una traiettoria già osservata nei precedenti contributi: centralità crescente nei processi globali, ma incapacità di tradurre tale centralità in un progetto collettivo di lungo periodo. È su questo sfondo che si colloca l’ultima sezione del terzo articolo, dedicata al rapporto tra sicurezza tecnologica dei BRICS e interazione con l’Occidente.
- Sicurezza, tecnologia e rapporti con l’Occidente – Convergenze forzate, competizione regolata e interdipendenza armata
Il rapporto tra i BRICS e l’Occidente, nel dominio della sicurezza tecnologica, si colloca in una zona di equilibrio instabile in cui competizione e cooperazione coesistono in forme nuove. A differenza delle dinamiche geopolitiche tradizionali, la dimensione tecnologica non consente una separazione netta tra blocchi contrapposti: le interdipendenze create da decenni di globalizzazione digitale rendono impraticabile un disaccoppiamento completo, pur in presenza di crescenti tentativi di controllo selettivo.
Da un lato, la competizione tecnologica tra Occidente e principali attori BRICS si intensifica. Controlli sulle esportazioni di tecnologie avanzate, restrizioni sugli investimenti, definizione di standard tecnici e normative sulla sicurezza dei dati diventano strumenti di politica estera e di sicurezza nazionale. In questo contesto, la tecnologia assume una funzione simile a quella svolta in passato dalle risorse energetiche o dalle rotte commerciali: un fattore abilitante e, al tempo stesso, coercitivo. I BRICS, pur con posizioni differenziate, condividono la percezione che l’accesso alle tecnologie critiche possa essere condizionato da scelte politiche, e che la dipendenza da ecosistemi tecnologici esterni costituisca una vulnerabilità strategica.
Dall’altro lato, permane una convergenza forzata su numerosi piani. Le economie dei BRICS restano profondamente integrate nei mercati occidentali per quanto riguarda software, semiconduttori, servizi cloud, standard industriali e ricerca scientifica. Allo stesso modo, le economie occidentali dipendono in misura significativa dai mercati, dalle capacità produttive e dalle risorse tecnologiche dei Paesi BRICS. Questa interdipendenza non è più percepita come fattore di stabilità automatica, ma come una condizione da gestire e, se possibile, da “armare” in funzione della sicurezza.
È in questo quadro che si afferma il concetto di interdipendenza armata. Le relazioni tecnologiche tra BRICS e Occidente non vengono interrotte, ma selettivamente riconfigurate: alcune filiere vengono protette, altre diversificate, altre ancora mantenute per necessità sistemica. Le politiche di de-risking adottate in ambito occidentale trovano risposte asimmetriche nei Paesi BRICS, che oscillano tra strategie di autonomia tecnologica, cooperazione pragmatica e adattamento alle regole esistenti. Ne risulta un sistema globale nel quale la sicurezza non è garantita dall’integrazione, ma dalla capacità di controllare le modalità dell’interdipendenza.
Per i BRICS, questa dinamica rafforza una tendenza già osservata nelle dimensioni economica e geopolitica: l’assenza di una posizione comune nei confronti dell’Occidente. Alcuni membri cercano di ridurre attivamente l’esposizione alle tecnologie occidentali e di sviluppare ecosistemi alternativi; altri privilegiano un approccio più cooperativo, volto a preservare l’accesso a mercati, capitali e innovazione. Il quadro che ne emerge non è quello di un fronte tecnologico contrapposto, ma di una pluralità di strategie nazionali che si muovono all’interno di un contesto di competizione regolata.
In definitiva, il dominio tecnologico conferma che i BRICS non costituiscono un attore unitario nella sicurezza globale, ma un insieme di soggetti che reagiscono in modo differenziato alla trasformazione dell’ordine internazionale. La sicurezza tecnologica diventa così uno specchio delle ambivalenze del gruppo: centralità crescente senza governance condivisa, influenza potenziale senza capacità di coordinamento strategico. È su questa tensione irrisolta che si innestano le conclusioni finali del terzo contributo e dell’intero trittico.
Conclusioni. Sicurezza e tecnologia nell’ordine globale frammentato
L’analisi della dimensione tecnologica e securitaria conferma che i BRICS occupano una posizione centrale ma strutturalmente ambivalente nella trasformazione dell’ordine globale. La tecnologia, lungi dall’essere un semplice fattore di sviluppo economico, è divenuta uno dei principali vettori di potere, attraverso il quale si ridefiniscono sovranità, dipendenze e capacità di influenza. In questo contesto, i BRICS si confrontano con una realtà in cui sicurezza economica, cybersicurezza e controllo delle infrastrutture critiche sono ormai inseparabili, ma affrontano tali sfide secondo traiettorie nazionali profondamente differenziate.
Le asimmetrie interne al gruppo, già emerse sul piano geopolitico, risultano amplificate nel dominio tecnologico. La mancanza di una governance condivisa della sicurezza digitale, delle supply chain tecnologiche e degli standard infrastrutturali impedisce ai BRICS di proporsi come polo alternativo coerente rispetto all’Occidente. Al contrario, il gruppo funziona come uno spazio di adattamento flessibile, nel quale ciascun membro persegue strategie di autonomia selettiva, hedging e gestione delle interdipendenze, senza rinunciare a forme di cooperazione esterna quando queste risultano funzionali agli interessi nazionali.
Nel loro insieme, i tre contributi mostrano che il ruolo storico dei BRICS non risiede nella costruzione di un nuovo ordine globale compiuto, ma nella progressiva normalizzazione della frammentazione dell’ordine esistente. Economia, geopolitica e tecnologia convergono nel delineare un sistema internazionale meno universale, più competitivo e strutturalmente instabile, nel quale la sicurezza non è più garantita dall’integrazione, ma dalla capacità di controllare e modulare le interdipendenze. In questo scenario, i BRICS non rappresentano un blocco alternativo, bensì uno dei principali fattori attraverso cui la transizione verso un mondo multipolare, selettivo e negoziato diventa irreversibile.
PAOLO POLETTI
