I BRICS e l’ordine globale: dinamiche geopolitiche, forze attrattive e tensioni centrifughe
Dalla forza economica alla frammentazione geopolitica di un attore incompiuto.
di PAOLO POLETTI ♦
Introduzione: dalla base economica alla competizione geopolitica
Nel primo articolo si è mostrato come i BRICS costituiscano un aggregato economicamente sistemico, dotato di una crescente capacità attrattiva, ma privo di una vera integrazione giuridica e politica. Questa ambivalenza – forza quantitativa e debolezza istituzionale – rappresenta il punto di partenza necessario per comprendere il ruolo geopolitico del gruppo nel secondo decennio del XXI secolo.
Il passaggio dalla dimensione economica a quella geopolitica non è automatico né lineare. I BRICS non nascono come alleanza strategica, non condividono un’identità politica comune e non perseguono un progetto ideologico unitario. Tuttavia, essi si collocano al centro di una fase di profonda trasformazione dell’ordine internazionale, caratterizzata dall’erosione delle regole del multilateralismo tradizionale, dalla crescente politicizzazione dell’economia globale e dal ritorno della competizione tra grandi potenze come elemento strutturale del sistema.
In questo contesto, il comportamento geopolitico dei BRICS non può essere analizzato in termini di contrapposizione frontale all’Occidente, né come semplice sommatoria delle politiche estere dei singoli membri. Esso va piuttosto interpretato come il risultato di una interazione dinamica tra fattori strutturali – economici, demografici, infrastrutturali – e shock politici che hanno accelerato tendenze già in atto. Tra questi shock, un ruolo centrale è stato svolto dalle politiche adottate dagli Stati Uniti a partire dalla seconda metà degli anni Dieci, in particolare durante l’amministrazione di Donald Trump.
L’obiettivo di questo secondo articolo è dunque analizzare come i BRICS si inseriscano nella competizione geopolitica contemporanea, individuando le forze attrattive che ne rafforzano il ruolo internazionale e le tensioni centrifughe che ne limitano la capacità di agire come attore unitario.
- I BRICS nella transizione verso un ordine multipolare frammentato
La fase storica in cui si colloca l’ascesa dei BRICS è segnata dalla crisi dell’ordine internazionale emerso dopo la fine della Guerra fredda. L’unipolarismo statunitense, che aveva garantito per oltre due decenni una relativa stabilità sistemica fondata su istituzioni multilaterali, liberalizzazione degli scambi e integrazione delle catene globali del valore, ha progressivamente lasciato spazio a una configurazione più instabile e competitiva. Questa transizione non ha prodotto un multipolarismo ordinato, ma piuttosto una moltiplicazione dei centri di potere, accompagnata da una crescente frammentazione delle regole del gioco.
In tale contesto, i BRICS non rappresentano la causa della crisi dell’ordine liberale, bensì uno dei suoi effetti più evidenti. La loro emersione riflette lo spostamento del baricentro economico globale verso l’Asia e il Global South, ma anche la percezione diffusa, tra molte economie emergenti, che le istituzioni multilaterali tradizionali non siano più in grado di garantire rappresentanza, stabilità e prevedibilità. Il gruppo si inserisce dunque in una fase di transizione incompiuta, in cui il vecchio ordine perde legittimità senza che ne emerga uno nuovo pienamente condiviso.
Un elemento di accelerazione decisivo di questa dinamica è stato rappresentato dalle politiche economiche e commerciali adottate dagli Stati Uniti nel periodo della presidenza Trump. Il ricorso sistematico ai dazi come strumento di pressione geopolitica, la messa in discussione degli accordi multilaterali, il conflitto commerciale con la Cina e l’uso esplicito della leva economica a fini di sicurezza nazionale hanno segnato una rottura rispetto al paradigma del libero scambio regolato che aveva caratterizzato la globalizzazione post-1990. Pur non essendo un fenomeno isolato né reversibile con un semplice cambio di amministrazione, questo approccio ha reso esplicita la politicizzazione dell’economia globale.
Per i BRICS, tale mutamento ha avuto effetti strutturali. Da un lato, ha rafforzato la percezione dell’instabilità dell’ordine economico occidentale e la necessità di diversificare partner, mercati e strumenti finanziari. Dall’altro, ha contribuito a trasformare la cooperazione economica in una dimensione sempre più intrecciata con la sicurezza, rendendo evidente che l’accesso ai mercati, alle tecnologie e alle infrastrutture critiche non può più essere considerato neutrale. In questo senso, le politiche di Trump non hanno “creato” i BRICS come attore geopolitico, ma ne hanno accelerato la politicizzazione.
Il risultato è un contesto internazionale in cui il multipolarismo è principalmente economico e funzionale, ma solo parzialmente politico. I BRICS esprimono una crescente capacità di influenza attraverso il peso aggregato dei loro mercati, delle loro risorse e delle loro infrastrutture, ma non dispongono di una visione strategica condivisa sul piano della sicurezza globale. Questa asimmetria spiega perché il gruppo riesca a incidere sulle dinamiche dell’economia mondiale senza riuscire a trasformarsi in un soggetto geopolitico coeso.
La frammentazione dell’ordine globale, accentuata dalla competizione commerciale e tecnologica, crea dunque uno spazio in cui i BRICS operano come attori di riequilibrio, più che come costruttori di un nuovo ordine. Essi contribuiscono a erodere l’universalismo delle regole occidentali, ma non propongono un modello alternativo unitario. È su questa ambiguità – tra contestazione dell’esistente e assenza di un progetto condiviso – che si innesteranno, nelle sezioni successive, tanto le forze attrattive quanto le tensioni centrifughe che attraversano il gruppo.
Una parte della recente analisi geopolitica propone tuttavia una lettura alternativa di questa fase, meno eurocentrica e più attenta agli effetti di breve periodo della coercizione strategica. Da questo punto di vista, le politiche adottate dall’amministrazione Trump non avrebbero semplicemente indebolito l’ordine multilaterale, ma avrebbero prodotto risultati tangibili: un rafforzamento della deterrenza, una redistribuzione degli oneri di sicurezza tra alleati, una maggiore disciplina nelle catene di alleanza e, in alcune aree critiche – dal Medio Oriente all’America Latina – una rinnovata capacità americana di imporre esiti politici.
Anche assumendo questa prospettiva, il sistema che emerge è più fondato sull’efficacia della forza che sulla prevedibilità delle regole, e non rende i BRICS beneficiari automatici dell’arretramento occidentale. La frammentazione dell’ordine globale, lungi dal favorire automaticamente i BRICS, ne accentua le ambiguità e ne mette alla prova la reale capacità di incidere sugli equilibri strategici.
- Le forze attrattive dei BRICS: economia, sovranità e spazi di manovra strategica
La capacità dei BRICS di esercitare attrazione sul piano geopolitico non deriva da una strategia unitaria o da una comune visione dell’ordine internazionale, bensì dalla combinazione di fattori strutturali che rendono il gruppo una piattaforma funzionale per Stati alla ricerca di maggiore autonomia strategica. L’attrattività dei BRICS va dunque intesa non come adesione a un progetto politico coerente, ma come risposta pragmatica alle trasformazioni dell’economia e della sicurezza globale.
Il primo e più evidente fattore di attrazione è di natura economica. Il peso aggregato dei BRICS in termini di popolazione, crescita e risorse conferisce al gruppo una centralità oggettiva nei flussi commerciali e finanziari globali. Per molti Paesi emergenti e di medio livello, l’interazione con i BRICS offre accesso a mercati dinamici, a fonti di finanziamento alternative e a opportunità di cooperazione economica meno esposte alle condizionalità politiche tipiche delle istituzioni occidentali. In un contesto di crescente incertezza sulle regole del commercio internazionale, questa dimensione economica assume una valenza geopolitica indiretta ma rilevante.
A tale elemento si affianca una seconda forza attrattiva, di natura politico-istituzionale, legata al principio di sovranità. I BRICS si presentano come uno spazio di cooperazione che non richiede l’allineamento a standard normativi, modelli di governance o valori politici predefiniti. L’enfasi sulla non ingerenza negli affari interni e sul rispetto delle specificità nazionali costituisce un elemento di appeal per Stati che percepiscono le politiche occidentali come intrusive o selettive. In questo senso, i BRICS non propongono un’alternativa normativa all’ordine liberale, ma offrono un ambiente di interazione meno prescrittivo, nel quale la cooperazione è prevalentemente funzionale.
Un terzo elemento di attrazione è rappresentato dalla possibilità di ampliare gli spazi di manovra strategica. In un sistema internazionale sempre più competitivo e frammentato, molti Stati cercano di evitare allineamenti rigidi e di mantenere una pluralità di opzioni diplomatiche ed economiche. I BRICS si inseriscono in questa logica come piattaforma di hedging strategico: aderire o cooperare con il gruppo consente di bilanciare relazioni con l’Occidente senza necessariamente romperle, riducendo la dipendenza da un singolo polo di potere. Questa funzione è particolarmente evidente nei Paesi che intrattengono rapporti economici intensi con gli Stati Uniti e l’Unione europea, ma che allo stesso tempo intendono rafforzare i legami con Asia, Africa e Medio Oriente.
Le forze attrattive dei BRICS sono inoltre rafforzate dalla crescente politicizzazione delle interdipendenze economiche. L’uso delle sanzioni, dei controlli sulle esportazioni e delle restrizioni tecnologiche come strumenti di pressione geopolitica ha contribuito a erodere la percezione della neutralità dei mercati globali. In questo contesto, la cooperazione con i BRICS viene vista da molti attori come una forma di assicurazione strategica, capace di attenuare i rischi derivanti da shock politici o da decisioni unilaterali delle grandi potenze occidentali.
Tuttavia, l’attrattività dei BRICS non va sopravvalutata. Essa non si traduce automaticamente in allineamento politico, né implica una convergenza strategica profonda. La forza del gruppo risiede in una ambiguità funzionale: benefici concreti senza vincoli stringenti. Questa caratteristica ne amplia il raggio di attrazione, ma al tempo stesso ne limita la capacità di trasformarsi in un attore geopolitico unitario.
In definitiva, le forze attrattive dei BRICS operano principalmente sul piano funzionale e opportunistico, più che su quello ideologico. Esse rispondono a un’esigenza diffusa di adattamento a un ordine globale meno prevedibile, in cui la sicurezza economica e la sovranità decisionale diventano elementi centrali della politica estera. È proprio questa logica di adattamento, tuttavia, a generare le tensioni interne al gruppo, che saranno analizzate nella sezione successiva.
- Le tensioni centrifughe interne ai BRICS: eterogeneità strutturale e divergenze strategiche
Se le forze attrattive dei BRICS spiegano la crescente rilevanza del gruppo sul piano internazionale, le tensioni centrifughe ne delineano con altrettanta chiarezza i limiti strutturali. L’eterogeneità politica, economica e strategica dei membri non costituisce un elemento contingente, ma un tratto costitutivo del gruppo, che ne condiziona profondamente la capacità di agire come attore geopolitico coerente.
In primo luogo, i BRICS riuniscono Stati con priorità strategiche profondamente divergenti. Cina e India, pur condividendo una crescente centralità economica, sono impegnate in una competizione regionale latente che riguarda confini, influenza nell’Indo-Pacifico e leadership nel Global South. Questa rivalità, pur mantenuta sotto una soglia di conflitto aperto, limita la possibilità di una reale convergenza strategica all’interno del gruppo e rende strutturalmente fragile ogni ipotesi di coordinamento geopolitico avanzato.
La Russia, dal canto suo, si colloca in una posizione peculiare. Il progressivo deterioramento dei rapporti con l’Occidente e l’impatto delle sanzioni internazionali hanno spinto Mosca a valorizzare i BRICS come spazio politico alternativo e come canale di legittimazione internazionale. Tuttavia, questa esigenza non è condivisa nella stessa misura dagli altri membri, molti dei quali mantengono relazioni economiche e diplomatiche intense con Stati Uniti ed Unione europea. Ne deriva una asimmetria di aspettative, che rende difficile l’elaborazione di posizioni comuni su temi di sicurezza globale.
Anche Brasile e Sudafrica presentano profili strategici distinti. Entrambi operano in contesti regionali caratterizzati da dinamiche specifiche e mostrano una propensione maggiore verso un approccio pragmatico e multilaterale, piuttosto che verso una contrapposizione sistemica con l’Occidente. Per questi Paesi, l’appartenenza ai BRICS rappresenta soprattutto uno strumento di proiezione internazionale e di valorizzazione del proprio ruolo regionale, più che un veicolo di ridefinizione radicale dell’ordine globale.
A questa eterogeneità strategica si affianca una differenza strutturale spesso sottovalutata, ma rilevante sul piano geopolitico: quella relativa ai sistemi di governo dei Paesi membri. I BRICS comprendono infatti regimi politici profondamente diversi, che spaziano da assetti autoritari o fortemente centralizzati, come nel caso di Russia e Cina, a democrazie formali con differenti livelli di pluralismo e di controllo istituzionale, come India, Brasile e Sudafrica.
Questa diversità incide direttamente sul modo in cui ciascun Paese interpreta concetti chiave quali sicurezza, stabilità, sovranità e uso della forza. In contesti autoritari, la politica estera tende a essere più strettamente intrecciata alla sicurezza del regime e meno vincolata da meccanismi di accountability interna; nei sistemi pluralisti, invece, l’azione geopolitica è maggiormente condizionata da opinione pubblica, equilibri istituzionali e vincoli normativi.
La coesistenza di questi modelli all’interno dei BRICS contribuisce a spiegare perché il gruppo fatichi a sviluppare posizioni comuni su crisi internazionali ad alta intensità politica e perché privilegi, nella maggior parte dei casi, approcci prudenti, ambigui o minimamente consensuali. Le tensioni centrifughe non derivano soltanto da interessi divergenti, ma anche da culture politiche e istituzionali difficilmente conciliabili.
In questo quadro si colloca anche il rilievo strategico dell’accordo commerciale tra l’Unione europea e il Mercosur, che coinvolge direttamente il Brasile come attore centrale. Tale intesa, pur oggetto di dibattito politico e sociale, rafforza il legame strutturale tra Brasilia e l’economia europea e conferma una traiettoria di integrazione regolata nei mercati occidentali.
Per il Brasile, l’accordo UE–Mercosur non rappresenta una contraddizione rispetto all’appartenenza ai BRICS, ma ne chiarisce la funzione: non strumento di contrapposizione all’Occidente, bensì leva di diversificazione strategica. Al tempo stesso, esso accentua le divergenze interne al gruppo, evidenziando come alcuni membri perseguano una cooperazione multilaterale fondata su regole e accesso ai mercati, mentre altri adottano posture più marcatamente revisioniste. Questa asimmetria contribuisce a limitare ulteriormente la possibilità di una convergenza geopolitica profonda all’interno dei BRICS.
A queste divergenze geopolitiche si aggiungono differenze significative nei modelli economici e nelle traiettorie di sviluppo. La centralità della Cina nelle catene globali del valore, il dinamismo demografico e industriale dell’India, la dipendenza russa dalle risorse energetiche, il ruolo agricolo e minerario del Brasile e le fragilità strutturali del Sudafrica delineano un mosaico di interessi che difficilmente può essere ricondotto a una strategia economica condivisa. Questa pluralità rafforza il peso aggregato del gruppo, ma al tempo stesso ne accentua la frammentazione interna.
Un ulteriore fattore centrifugo è rappresentato dalla assenza di meccanismi decisionali vincolanti. La natura informale dei BRICS, che costituisce una delle principali fonti della loro attrattività esterna, limita anche la capacità di gestire conflitti interni e di trasformare il consenso minimo in azione politica coordinata. Le dichiarazioni congiunte riflettono spesso compromessi al ribasso, evitando prese di posizione nette su questioni divisive e rinviando implicitamente le scelte più sensibili.
In questo quadro, le tensioni centrifughe non devono essere interpretate come segnali di crisi imminente del gruppo, ma come il prezzo strutturale della sua flessibilità. I BRICS non sono concepiti per produrre allineamento strategico, bensì per offrire uno spazio di coordinamento minimo tra attori molto diversi. Questa caratteristica ne garantisce la sopravvivenza, ma ne circoscrive le ambizioni geopolitiche.
È proprio la coesistenza di attrattività esterna e frammentazione interna a definire la natura paradossale dei BRICS: un aggregato capace di incidere sugli equilibri globali attraverso il proprio peso economico e simbolico, ma incapace di trasformarsi in un soggetto politico unitario. Su questo paradosso si innesterà l’analisi delle reazioni del gruppo alle grandi crisi geopolitiche contemporanee, oggetto della sezione successiva.
Raccordo: attrazione e frammentazione come chiave di lettura geopolitica
L’analisi delle forze attrattive e delle tensioni centrifughe interne ai BRICS consente di chiarire un punto metodologico essenziale: il comportamento geopolitico del gruppo non può essere valutato in termini di azione unitaria, ma come risultante di posizionamenti differenziati, tenuti insieme da un minimo comune denominatore economico e simbolico.
Questa impostazione è particolarmente rilevante nell’analisi delle crisi internazionali. Di fronte a eventi che mettono sotto pressione l’ordine globale, i BRICS non reagiscono come un soggetto collettivo dotato di una strategia condivisa, ma come una piattaforma all’interno della quale coesistono approcci prudenti, ambigui o divergenti. È proprio in queste situazioni che emerge con maggiore chiarezza la natura del gruppo: non un’alleanza geopolitica, ma uno spazio di coordinamento sottosoglia, capace di incidere indirettamente sugli equilibri internazionali senza assumere responsabilità strategiche unitarie.
- I BRICS e le grandi crisi geopolitiche del secondo decennio del XXI secolo
Le grandi crisi geopolitiche che stanno caratterizzando il secondo decennio del XXI secolo costituiscono un banco di prova decisivo per valutare la reale capacità dei BRICS di incidere sugli equilibri internazionali. Guerra, instabilità regionale e competizione tra grandi potenze hanno messo in evidenza tanto il peso politico del gruppo quanto i suoi limiti strutturali, confermando la distanza tra rilevanza economica e coesione geopolitica.
La guerra in Ucraina e la neutralità selettiva
Il conflitto in Ucraina ha rappresentato la crisi più rilevante sul piano sistemico, poiché ha messo in discussione principi fondamentali dell’ordine internazionale, dalla sovranità territoriale alla sicurezza europea. Di fronte a questa crisi, i BRICS hanno mostrato una risposta frammentata e prudente. Se da un lato la Russia è parte direttamente coinvolta, dall’altro gli altri membri hanno evitato una condanna esplicita, optando per una posizione di neutralità selettiva.
Cina, India, Brasile e Sudafrica hanno privilegiato un approccio volto a preservare i propri interessi economici e diplomatici, evitando l’allineamento automatico con le posizioni occidentali senza tuttavia sostenere apertamente l’azione russa. Questa postura riflette una strategia di gestione del rischio più che una visione condivisa del conflitto, confermando che i BRICS non costituiscono un fronte politico unitario, ma una costellazione di posizioni autonome tenute insieme da un interesse comune alla stabilità dei rapporti economici globali.
Medio Oriente e ridefinizione degli equilibri regionali
Nel Medio Oriente, i BRICS si confrontano con una molteplicità di crisi interconnesse, in cui si intrecciano sicurezza energetica, rotte commerciali e competizione geopolitica. L’allargamento del gruppo a nuovi membri dell’area rafforza la presenza dei BRICS nella regione, ma ne accentua anche le divergenze interne.
Alcuni membri vedono nel Medio Oriente un’opportunità di espansione economica e infrastrutturale; altri lo percepiscono come uno spazio di competizione indiretta con l’Occidente o con attori regionali rivali. In assenza di una linea politica comune, i BRICS si limitano a riaffermare principi generali – dialogo, stabilità, non ingerenza – senza sviluppare un ruolo attivo nella gestione delle crisi. Anche in questo caso, il gruppo esercita una influenza passiva, più attraverso la redistribuzione dei rapporti di forza che mediante iniziative diplomatiche coordinate.
Gaza, Iran e il banco di prova mediorientale per i BRICS
La crisi di Gaza e la conseguente escalation regionale rappresentano un banco di prova particolarmente significativo per valutare la postura geopolitica dei BRICS. A differenza di altre crisi, il conflitto israelo-palestinese e le tensioni che coinvolgono Iran incidono direttamente su più livelli di interesse del gruppo: stabilità regionale, sicurezza energetica, corridoi commerciali e rapporti con l’Occidente. In questo contesto, i BRICS hanno adottato una posizione formalmente ancorata al diritto internazionale e alla soluzione dei due Stati, evitando tuttavia prese di posizione che potessero tradursi in un allineamento geopolitico netto.
Questa cautela riflette, ancora una volta, la natura composita del gruppo. Da un lato, alcuni membri mostrano una maggiore propensione a criticare apertamente l’azione israeliana e a richiamare le responsabilità della comunità internazionale sulla crisi umanitaria di Gaza; dall’altro, altri adottano un approccio più prudente, volto a preservare relazioni economiche, tecnologiche e diplomatiche con partner occidentali e regionali. Il risultato è una posizione collettiva minima, che segnala dissenso rispetto allo status quo senza tradursi in iniziativa politica autonoma.
La presenza dell’Iran all’interno della compagine BRICS introduce un ulteriore elemento di complessità. Teheran rappresenta, al tempo stesso, un attore regionale di primo piano e un fattore di polarizzazione nei rapporti con gli Stati Uniti e i loro alleati. La sua inclusione rafforza il profilo geopolitico del gruppo nel Medio Oriente allargato, ma accentua anche le divergenze interne, poiché non tutti i membri condividono l’interesse a un confronto più diretto con l’Occidente su questo dossier. In tal senso, la crisi di Gaza e le tensioni che coinvolgono l’Iran rendono evidente come l’allargamento dei BRICS aumenti la rappresentatività globale del gruppo, ma ne riduca ulteriormente la capacità di esprimere una linea geopolitica coerente.
Nel complesso, la gestione di queste crisi conferma che i BRICS operano nel Medio Oriente più come fattore di riequilibrio simbolico che come attore di sicurezza regionale. Essi contribuiscono a limitare l’unilateralismo occidentale sul piano discorsivo e diplomatico, ma non dispongono degli strumenti politici né del consenso interno necessari per incidere direttamente sulla dinamica dei conflitti. È proprio questa distanza tra peso politico potenziale e capacità di azione concreta a emergere con maggiore chiarezza nel teatro mediorientale.
Indo-Pacifico e competizione tra grandi potenze
Nell’Indo-Pacifico emergono con particolare chiarezza le tensioni interne ai BRICS. La regione rappresenta il principale teatro della competizione strategica tra Cina e Stati Uniti, ma è anche lo spazio in cui l’India persegue una propria agenda di autonomia strategica. Questa sovrapposizione di interessi rende impossibile una posizione comune del gruppo.
La Cina utilizza il proprio peso economico e infrastrutturale per consolidare la propria influenza regionale, mentre l’India cerca di bilanciare la presenza cinese rafforzando al contempo i rapporti con partner occidentali e regionali. Gli altri membri dei BRICS restano ai margini di questa dinamica, confermando la natura asimmetrica del gruppo e la difficoltà di trasformare il peso aggregato in una strategia geopolitica coerente.
In conclusione, le grandi crisi geopolitiche del secondo decennio del XXI secolo mostrano che i BRICS non agiscono come attori di gestione delle crisi, ma come fattori di ricalibratura indiretta dell’ordine internazionale. Il gruppo contribuisce a indebolire la capacità dell’Occidente di imporre soluzioni unilaterali, ma non offre un modello alternativo di governance delle crisi.
Questa postura, al tempo stesso prudente e ambigua, rafforza la posizione negoziale dei singoli membri, ma limita la possibilità di attribuire ai BRICS un ruolo geopolitico unitario. È proprio questa distanza tra peso sistemico e capacità di azione collettiva a costituire il filo conduttore delle dinamiche successive, in particolare nel rapporto con l’Occidente e nella competizione tra corridoi geo-economici, che saranno analizzati nella sezione seguente.
- Corridoi geo-economici e competizione infrastrutturale: BRICS, “via del cotone” e nuovi equilibri euro-mediterranei
Nel contesto della frammentazione dell’ordine globale, la competizione tra Stati e aggregati regionali non si esprime più soltanto attraverso alleanze politiche o confronti militari, ma sempre più attraverso la costruzione e il controllo di corridoi geo-economici. Infrastrutture logistiche, reti energetiche, collegamenti digitali e catene di approvvigionamento diventano strumenti centrali di proiezione di potenza e di influenza sistemica. È all’interno di questa dinamica che si colloca la cosiddetta “via del cotone”, spesso associata agli Accordi di Abramo, e che assume una rilevanza diretta anche per l’evoluzione dei BRICS.
La “via del cotone” può essere intesa come un corridoio economico indo-mediorientale-mediterraneo, che collega l’India al Golfo, al Levante e all’Europa attraverso una combinazione di infrastrutture portuali, ferroviarie, energetiche e digitali. Essa rappresenta, sul piano geo-economico, una risposta alla crescente centralità delle direttrici sino-centriche e, in particolare, alla Belt and Road Initiative. A differenza di quest’ultima, la “via del cotone” non si configura come un progetto unitario rigidamente strutturato, ma come una rete di convergenze strategiche tra attori che condividono l’interesse a ridurre la dipendenza da singoli hub logistici e da catene di fornitura eccessivamente concentrate.
Gli Accordi di Abramo svolgono in questo quadro una funzione che va ben oltre la normalizzazione diplomatica. Essi costituiscono una piattaforma geopolitica abilitante, che rende possibile l’integrazione economica e infrastrutturale tra aree storicamente frammentate del Medio Oriente e del Mediterraneo allargato. Attraverso tali accordi, la cooperazione economica, tecnologica ed energetica diventa un fattore di stabilizzazione selettiva e, al tempo stesso, uno strumento di ridefinizione degli equilibri regionali.
Per i BRICS, questa dinamica è profondamente ambivalente. Da un lato, alcuni membri del gruppo – in particolare India ed Emirati Arabi Uniti – sono direttamente coinvolti nello sviluppo di questi nuovi corridoi e ne traggono benefici strategici evidenti. Per l’India, la “via del cotone” rappresenta un’opportunità di rafforzare il proprio ruolo come snodo manifatturiero e logistico globale, riducendo al contempo la dipendenza dalle rotte controllate o influenzate dalla Cina. Per gli Stati del Golfo, essa consente di consolidare la propria funzione di hub energetici, finanziari e tecnologici in una fase di transizione economica post-petrolifera.
Dall’altro lato, l’emergere di corridoi alternativi introduce tensioni implicite all’interno dei BRICS. La centralità della Cina nelle catene globali del valore e nelle infrastrutture transcontinentali viene indirettamente messa in discussione da iniziative che diversificano le direttrici del commercio e della logistica globale. Senza configurare un confronto diretto, la competizione tra corridoi riduce il carattere esclusivo delle reti sino-centriche e rafforza la pluralità delle opzioni strategiche per Stati e imprese.
Questa competizione infrastrutturale contribuisce a trasformare i BRICS da aggregato prevalentemente economico a spazio di intersezione tra traiettorie geo-economiche differenti. Il gruppo non controlla un’unica direttrice strategica, né persegue una visione condivisa dello sviluppo infrastrutturale globale. Al contrario, al suo interno convivono interessi talvolta convergenti, talvolta divergenti, che riflettono posizionamenti regionali differenti e strategie di lungo periodo non sovrapponibili.
In questo senso, la “via del cotone” e gli Accordi di Abramo non rappresentano un’alternativa frontale ai BRICS, ma ne evidenziano i limiti strutturali come attore geopolitico unitario. La forza del gruppo risiede nella sua capacità di adattarsi a questa frammentazione; la sua debolezza, nell’impossibilità di governarla in modo coordinato.
Questa evoluzione conferma che il futuro dei BRICS si giocherà meno sulla costruzione di un blocco contrapposto all’Occidente e più sulla capacità dei singoli membri di posizionarsi strategicamente all’interno di un sistema globale caratterizzato da corridoi concorrenti, interdipendenze selettive e nuove geometrie di potere. È su questo terreno che si innestano, in modo diretto, le dinamiche dei rapporti con l’Occidente e le prospettive di lungo periodo del gruppo, che saranno affrontate nella sezione conclusiva.
- I BRICS e l’Occidente: competizione, adattamento, interdipendenza
Il rapporto tra i BRICS e l’Occidente costituisce uno degli snodi più complessi della geopolitica contemporanea. Esso non può essere ricondotto a una logica di contrapposizione binaria, né interpretato come una semplice transizione da un ordine occidentale a uno post-occidentale. Al contrario, tale rapporto si articola lungo tre dimensioni che coesistono e si sovrappongono: competizione strategica, adattamento reciproco e interdipendenza strutturale.
La dimensione competitiva è la più visibile e, spesso, la più enfatizzata nel dibattito pubblico. Essa si manifesta nella contesa per l’influenza economica, tecnologica e normativa, nonché nel tentativo di ridurre la capacità dell’Occidente di imporre unilateralmente regole e standard globali. In questo senso, i BRICS contribuiscono a erodere l’universalismo dell’ordine liberale, promuovendo una pluralità di modelli di sviluppo e di cooperazione internazionale. Tuttavia, questa competizione non assume le forme di un confronto ideologico sistemico, ma si esprime attraverso strumenti economici, infrastrutturali e finanziari, spesso in modo indiretto e frammentato.
Accanto alla competizione, opera una logica di adattamento reciproco. Le economie dei BRICS restano profondamente integrate nei mercati occidentali, sia come fornitori sia come destinatari di investimenti, tecnologie e capitali. Allo stesso tempo, Stati Uniti e Unione europea sono costretti a riconoscere il peso crescente dei BRICS e ad adattare le proprie strategie industriali, commerciali e di sicurezza economica. Questo adattamento si traduce in politiche di de-risking, diversificazione delle catene di approvvigionamento e rafforzamento della resilienza interna, piuttosto che in un disaccoppiamento completo.
L’interdipendenza rappresenta, in questo quadro, la dimensione più strutturale e meno reversibile. Nonostante le tensioni geopolitiche e la crescente politicizzazione dell’economia, i legami tra i BRICS e l’Occidente restano profondi e multidimensionali. Catene del valore globali, flussi finanziari, scambi tecnologici e cooperazione scientifica continuano a creare vincoli reciproci che limitano la possibilità di una separazione netta. Questa interdipendenza non elimina il conflitto, ma ne modula le forme, spostandolo su un terreno di competizione regolata e selettiva.
La complessità di questo rapporto emerge con particolare chiarezza nell’atteggiamento differenziato dei singoli membri dei BRICS verso l’Occidente. Mentre alcuni Paesi adottano posture più marcatamente critiche o revisioniste, altri mantengono relazioni strette e pragmatiche con Stati Uniti ed Europa, privilegiando l’accesso ai mercati e alle tecnologie occidentali. Questa pluralità di posizionamenti impedisce al gruppo di elaborare una strategia comune nei confronti dell’Occidente e rafforza la natura flessibile e non allineata della cooperazione BRICS.
In definitiva, il rapporto tra i BRICS e l’Occidente non è destinato a evolvere verso una rottura sistemica, ma verso una ridefinizione dei termini dell’interazione globale. La competizione tende a intensificarsi, l’adattamento diventa una necessità per entrambe le parti e l’interdipendenza continua a fungere da fattore di stabilizzazione parziale. In questo equilibrio instabile, i BRICS non sostituiscono l’Occidente come centro dell’ordine internazionale, ma ne limitano la capacità di agire come polo esclusivo di riferimento.
Questa dinamica conferma la natura dei BRICS come attori di transizione, inseriti in un sistema globale in trasformazione, nel quale la coesistenza di competizione e cooperazione diventa la regola. È su questa ambivalenza che si innesta la riflessione conclusiva sul ruolo dei BRICS nell’ordine globale contemporaneo.
Conclusioni. I BRICS come attore geopolitico incompiuto
I BRICS occupano oggi una posizione centrale ma strutturalmente ambivalente nell’ordine globale. Essi contribuiscono in modo significativo a riequilibrare il sistema internazionale, limitando l’universalismo delle regole occidentali e ampliando gli spazi di manovra per molti Stati, ma senza riuscire a tradurre questo peso in una capacità effettiva di governo dell’ordine globale. La loro influenza resta quindi reale, ma indiretta e priva di una solida coesione politica.
Le stesse caratteristiche che rendono i BRICS attrattivi – peso economico, sovranità, flessibilità istituzionale – alimentano anche le tensioni centrifughe che ne limitano l’azione unitaria. La profonda eterogeneità dei modelli di sviluppo, dei sistemi politici e delle priorità strategiche impedisce al gruppo di agire come soggetto coerente nelle principali crisi geopolitiche, dall’Ucraina al Medio Oriente fino all’Indo-Pacifico. In questo senso, i BRICS funzionano più come piattaforma di coordinamento minimo e di legittimazione simbolica che come attore di sicurezza o di governance internazionale.
Il loro futuro sembra quindi inscritto in una traiettoria di centralità senza integrazione. I BRICS non costruiscono un nuovo ordine alternativo, ma contribuiscono a rendere irreversibile la transizione verso un sistema globale più frammentato, competitivo e negoziato. È in questa funzione di attore geopolitico incompiuto, più che in quella di blocco contrapposto, che va colto il loro reale significato storico e strategico.
PAOLO POLETTI
