La questione americana nel tempo del trumpismo
di NICOLA R. PORRO ♦
Doverosa premessa: la “questione americana” è stata centrale nella mia formazione e per quasi mezzo secolo ha scandito una parte non trascurabile della mia produzione a cominciare dalla tesi di laurea. Non mi considero però un americanista. Quello che mi interessa, infatti, è soprattutto il confronto fra culture e modelli sociali come quelli che caratterizzano il Nord America e l’Europa occidentale. Allo scopo occorre però preliminarmente liberarsi da pregiudizi ideologici e luoghi comuni presenti in certe rappresentazioni in chiave “populista” del caso americano. L’arcipelago sociale nordamericano, infatti, non è popolato da masse di disperati, non è strangolato da ingiustizie sociali intollerabili, non è minacciato nel breve o medio periodo da possibili collassi economici. Costituisce però un universo complesso e talvolta contraddittorio dove le disuguaglianze sociali sono solo parzialmente mitigate dalle politiche pubbliche. La nozione stessa di politica sociale, del resto, è del tutto estranea al pensiero conservatore americano. Ai tempi dei governi democratici di Obama (2009-2017) e poi di Biden (2021-2025), ad esempio, Trump non esitò a liquidare la filosofia del welfare come un nuovo “inferno americano”. [1]
Gli Usa, tuttavia, non solo rimangono il Paese più ricco del mondo ma continuano a guadagnare terreno nei confronti dell’Unione europea, la sola potenza occidentale in grado di rivaleggiare con essi. Lo ha dimostrato in modo inequivocabile il Rapporto Draghi che già nel 2024 aveva tracciato il profilo del sistema economico dell’Unione europea e della sua competitività a scala globale. Il sistema americano, in sostanza, conserva un robusto vantaggio sul competitor europeo e, in base ai dati Onu, risulta persino meno iniquo, perché meno afflitto da drammatiche diseguaglianze sociali, di quanto non sia la Cina comunista. Questa sorta di contronarrazione del capitalismo made in Usa risente però di una rappresentazione riduttiva e opinabile della nozione stessa di marginalità sociale. Secondo la quale, ad esempio, lo stesso fenomeno degli homeless andrebbe ricondotto alla sua modesta rilevanza statistica concentrato com’è in aree territoriali circoscritte e oggetto di efficaci politiche di Welfare locale.[2] Non casualmente, si sostiene, le ondate migratorie più recenti – anch’esse rabbiosamente avversate da Trump – provengono ancora da aree di prosperità diffusa e di equità sociale come l’Europa settentrionale. I flussi migratori, o quantomeno quelli regolari, non sembrano inoltre aver sinora risentito del giro di vite imposto dalla Presidenza Trump in coerenza con le sue inclinazioni xenofobe. Per un verso non pare dunque sostenibile la lettura che presenta come fisiologico e prevedibile il massiccio ritorno delle migrazioni dall’Europa. All’opposto è però ancor meno credibile la rappresentazione catastrofistica che alimenta la narrazione di Trump così come quella dei suoi avversari democratici quando si sono trovati all’opposizione.
Ricerche attendibili, come quella condotta nel 2025 dall’American Enterprise Institute e divulgata dal Wall Street Journal, consentono invece di tracciare un profilo del mutamento sociale negli Usa inedito ma abbastanza credibile. Fenomeni spesso controversi, come le dinamiche sociodemografiche che presiedono al vero o presunto ridimensionamento dei ceti intermedi, sono del resto ormai da tempo considerati acquisiti dalla pubblicistica di ogni colore. Ogni parte se ne serve però a proprio uso. Trump agita lo spettro di un presunto impoverimento delle famiglie per far digerire all’opinione pubblica lo sfacciato tradimento delle sue promesse elettorali. Gli avversari lo accusano invece di politiche fiscali inique e inefficaci, prive di qualsiasi intento redistributivo e negatrici di un’idea di welfare “dalla culla alla tomba” ispirata al modello scandinavo. Viene però da domandarsi come mai l’economia Usa sembri godere, alla luce di tutte le rilevazioni, di un eccellente stato di salute tanto da aver distanziato i rivali di ogni latitudine in termini di pil pro capite. Una condizione di privilegio che non ha precedenti nella storia della nostra civiltà e che due prestigiosi ricercatori come Stephen J. Rose e Scott Winship [3] stanno indagando con nuovi criteri di rilevazione. Si deve a loro, ad esempio, l’adozione, a partire dal 2024, di un criterio statistico capace di definire con relativa precisione quella cosiddetta “soglia federale di povertà” che consente di individuare e classificare diversi gruppi di reddito. In questo modo viene considerata povera una famiglia di tre persone che disponga di un reddito annuo inferiore ai 40.000 dollari, mentre la classe media “centrale” è composta da famiglia che godono di redditi compresi fra i 67.000 e i 133.000 dollari. Quella che dispone di redditi fino a 400.000 dollari annui viene invece definita classe medio-alta. Un laborioso ricalcolo degli effetti inflazionistici e delle altre variabili significative intercorse a partire dal 1979, quando si cominciò a disporre di sequenze statistiche attendibili e complete, ha permesso di ricostruire in maniera attendibile il panorama finanziario compreso fra la metà degli anni Settanta e oggi.
In questo arco temporale è dunque visibile una progressiva ascesa di quella che è considerata la classe media centrale verso la classe medio-alta. La prima, infatti, scende dal 35.5% del 1979 al 30.8 del 2024 mentre decrescono tanto i poveri quanto la classe medio-bassa. Il vero boom lo fa registrare invece la classe medio-alta che a oggi rappresenta il 31,1 per cento delle famiglie, tre volte tanto la quota stimata nel 1979 (10,4%). Il dato forse più significativo è però rappresentato dal fatto che nel 2024, per la prima volta nella storia americana, la classe media centrale superava per consistenza quella inferiore (35 per cento contro 34 per cento). I dati sembrerebbero così smentire la tesi dell’impoverimento, soprattutto se si considera che nell’ultimo decennio gli Usa hanno accolto ogni anno più di due milioni di immigrati clandestini. Gli Usa, insomma, si configurano ancora nell’immaginario dei migranti come la terra delle opportunità. Da una parte, la crescita dei poveri in valore assoluto ha però suggerito un’immagine del tutto differente: quella di un Paese che importa migranti e fabbrica poveri. Dall’altra, si sostiene invece che il sogno americano non sia affatto consumato dato che la grande maggioranza degli immigrati indigenti si trasforma in classe media in un arco temporale relativamente ristretto. Il panorama sociale non è però roseo come si potrebbe dedurre dalle semplici stime economiche. Il carovita, soprattutto, sta incidendo come mai prima d’ora sul benessere materiale delle famiglie e qualsiasi osservatore europeo stenta a capacitarsi dei costi sostenuti negli Usa per usufruire di beni pubblici come la casa, la salute e l’istruzione universitaria. Ciò malgrado il governo destini a tali settori risorse paragonabili solo a quelle (ingentissime) investite per la difesa. La frenesia liberista del trumpismo rappresenta così paradossalmente la causa prima dello spreco finanziario visto che in tali settori al posto della concorrenza vige il monopolio delle grandi corporation.
[1] Ciò sortì però l’effetto controproducente di enfatizzare agli occhi dell’opinione pubblica internazionale l’opposizione fra il “cinico” regime statunitense e il più “civilizzato” e socialmente sensibile modello europeo.
[2] I sostenitori del modello Usa ricordano anche come esso non contempli pratiche di coercizione nemmeno a fronte di patologie sociali conclamate, come le tossicodipendenze.
[3] Scott Winship è senior fellow del Centro per le opportunità e la mobilità sociale dell’AEI (American Enterprise Institute).
NICOLA R. PORRO

ottima analisi che ci permette di eliminare preconcetti creati dalla loquacità del demagogo.
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Grazie Nicola per l’analisi davvero interessante. Una delle cose che colpisce maggiormente è la distribuzione della ricchezza apparentemente non monotona, contrariamente a quello che ingenuamente ci si aspetta di solito. Non pensi che il vantaggio tuttora rilevante che gli USA hanno negli investimenti in ricerca sia alla base della relativa prosperità economica? E che il rischio per questo ‘eccellente stato di salute’ possa venire più dalle sfrenate fantasie degli autocrati tecnologici che dalla becera politica maga?
Giuseppe Pucacco
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E’ un fiore che condivido, grazie!
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