Davos, disuguaglianze e sicurezza democratica
di PAOLO POLETTI ♦
Davos: governance informale e “politica delle cornici”
Il vertice di Davos nasce nel 1971, in un contesto storico segnato dalla crisi dell’ordine economico internazionale costruito nel secondo dopoguerra e dalla progressiva dissoluzione del sistema di Bretton Woods. È in quella fase di transizione che il World Economic Forum prende forma come spazio di confronto tra élite economiche, inizialmente con una forte impronta europea, per poi trasformarsi, nel corso dei decenni, in uno snodo centrale del dialogo – e del coordinamento informale – tra élite politiche, finanziarie, industriali e tecnologiche globali.
Dal 19 al 23 gennaio 2026, come avviene ormai da oltre mezzo secolo, Davos ospita nuovamente uno dei momenti più densi – e al tempo stesso meno formalizzati – della governance globale contemporanea. Il World Economic Forum Annual Meeting non produce trattati, non adotta decisioni giuridicamente vincolanti, non esercita poteri sovrani in senso formale. Ciononostante, il suo peso politico, simbolico e strategico resta difficilmente contestabile.
Davos non è un’istituzione decisionale, ma un dispositivo di governance informale. È uno spazio in cui leader politici, grandi imprese, finanza internazionale, piattaforme tecnologiche e attori regolatori allineano priorità, linguaggi e cornici interpretative. Il suo valore non risiede tanto nelle decisioni che annuncia, quanto in quelle che rende plausibili: ciò che a Davos viene presentato come inevitabile, realistico o tecnicamente necessario tende a orientare il dibattito politico ed economico globale nei mesi successivi.
In questo senso, Davos svolge una funzione essenziale di agenda setting e di legittimazione delle narrazioni dominanti su crescita, innovazione, sicurezza, transizione digitale e sostenibilità. È il luogo in cui il potere globale riflette su sé stesso, spesso parlando il linguaggio della responsabilità, dell’inclusione e della resilienza, ma restando strutturalmente ancorato a un ordine economico profondamente asimmetrico, nel quale la distribuzione di risorse, opportunità e capacità di influenza rimane fortemente squilibrata.
Oxfam: definizione del contesto e funzione di rottura
È all’interno di questo spazio simbolico e politico che si colloca l’intervento di Oxfam, attraverso la pubblicazione, alla vigilia del vertice di Davos 2026, del report “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”.
Oxfam è una confederazione internazionale di organizzazioni non governative, nata nel 1942 e oggi attiva in oltre settanta Paesi. La sua azione si articola su due piani complementari: da un lato l’intervento diretto in contesti di povertà, emergenza e vulnerabilità; dall’altro un’attività strutturata di analisi, advocacy e pressione politica, fondata sull’uso sistematico di dati ufficiali, ricerche economiche e indicatori sociali.
I report Oxfam non sono documenti accademici in senso stretto, né semplici strumenti divulgativi. Sono atti di intervento nel dibattito pubblico globale, costruiti con l’obiettivo esplicito di influenzare le agende politiche e di mettere in discussione assetti di potere consolidati. In questo senso, la loro collocazione temporale non è neutra.
La pubblicazione del report alla vigilia di Davos risponde a una logica precisa: interrompere la liturgia del discorso dominante. Mentre a Davos si discute di crescita, innovazione tecnologica, intelligenza artificiale e transizioni presentate come “inevitabili”, Oxfam introduce un contro-frame che sposta l’attenzione su una variabile spesso trattata come esterna o residuale: la concentrazione estrema della ricchezza e i suoi effetti diretti sulla qualità della democrazia.
Il messaggio è chiaro: non è possibile parlare di futuro, resilienza e sicurezza globale senza interrogarsi su chi detiene il potere economico, su come questo potere si traduca in influenza politica e informativa e su quali conseguenze produca, nel tempo, sul funzionamento delle istituzioni democratiche. In questo senso, il report Oxfam non si limita a criticare i risultati del sistema economico globale, ma ne mette in discussione la legittimazione narrativa, proprio nel luogo in cui tale legittimazione viene ritualizzata.
Il cuore del report Oxfam: disuguaglianza e regressione democratica
Il report Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia non si limita a denunciare l’aumento delle disuguaglianze economiche, ma propone una lettura più ambiziosa e, per certi versi, più inquietante: la disuguaglianza estrema è oggi uno dei fattori strutturali che alimentano l’arretramento delle democrazie nel tempo, incidendo sulla qualità della rappresentanza, sulla partecipazione politica e sulla capacità degli Stati di governare il consenso in modo non coercitivo.
La riduzione della popolazione mondiale che vive in democrazie
Uno degli elementi di maggiore rilievo, che il report Oxfam assume come sfondo analitico, è il drastico mutamento della distribuzione globale dei regimi politici negli ultimi due decenni. Le democrazie non stanno semplicemente “funzionando peggio”: stanno diventando minoritarie in termini di popolazione governata.
Secondo i dati del V-Dem Institute, richiamati e coerentemente integrati nel report, la quota della popolazione mondiale che vive in sistemi democratici è passata da oltre il 50% nei primi anni Duemila a circa il 28% nel 2024. In termini assoluti, ciò significa che oltre cinque miliardi di persone vivono oggi in regimi classificati come autocrazie elettorali o autocrazie chiuse, mentre meno di un terzo della popolazione mondiale beneficia di sistemi democratici, spesso peraltro indeboliti.
Ancora più significativo è il dato relativo alle liberal democracies, cioè ai sistemi che combinano elezioni competitive con solide garanzie dei diritti, separazione dei poteri e stato di diritto: esse ospitano oggi meno del 12% della popolazione mondiale, il valore più basso registrato da V-Dem negli ultimi cinquant’anni.
Questi numeri sono convergenti con le rilevazioni di Freedom House, che nel rapporto Freedom in the World 2025 segnala il diciannovesimo anno consecutivo di declino della libertà globale, con un numero di Paesi in peggioramento sistematicamente superiore a quelli in miglioramento.
Il punto concettuale, che il report Oxfam sottolinea con forza, è che questo arretramento non assume prevalentemente la forma della rottura istituzionale, ma quella dell’erosione progressiva: elezioni formalmente mantenute ma sempre meno competitive; media formalmente liberi ma economicamente concentrati o politicamente intimiditi; sistemi giudiziari formalmente indipendenti ma sottoposti a pressioni crescenti. È il paradigma della autocratizzazione incrementale, che consente ai regimi di mantenere una parvenza democratica svuotandone progressivamente la sostanza.
Disuguaglianza e autocratizzazione: una correlazione strutturale
È su questo sfondo che il report Oxfam introduce uno dei suoi snodi analitici più rilevanti: la correlazione strutturale tra alti livelli di disuguaglianza economica e maggiore probabilità di regressione democratica.
Il documento richiama studi comparativi secondo cui i Paesi caratterizzati da forti disuguaglianze di reddito e di ricchezza risultano fino a sette volte più esposti a processi di autocratizzazione rispetto a quelli con distribuzioni più equilibrate. La relazione non è meccanica né deterministica, ma è politicamente significativa.
La disuguaglianza agisce infatti su più piani:
- sul piano sociale, ampliando la distanza percepita tra cittadini e istituzioni;
- sul piano politico, riducendo la partecipazione effettiva e rafforzando l’influenza sproporzionata delle élite economiche;
- sul piano simbolico, minando l’idea stessa di uguaglianza politica, presupposto fondante della democrazia rappresentativa.
Il report insiste su un punto spesso rimosso nel dibattito pubblico: la disuguaglianza non è neutra rispetto alle istituzioni, ma ne altera il funzionamento. Quando ampie fasce della popolazione percepiscono che le regole del gioco economico e politico sono strutturalmente sbilanciate, cresce la disponibilità ad accettare soluzioni autoritarie, personalistiche o “di forza”, purché promettano ordine, protezione o redistribuzione selettiva.
In questa prospettiva, la disuguaglianza diventa un fattore abilitante dell’autocratizzazione: non la causa unica, ma una condizione che rende più fragile il terreno democratico e più credibili le narrazioni illiberali.
La risposta degli Stati: dalla redistribuzione alla repressione
Un ulteriore elemento centrale del report riguarda la risposta degli Stati al crescente malessere sociale generato dalle disuguaglianze. Oxfam osserva come, in un numero crescente di contesti, tale risposta non consista in politiche redistributive o in un rafforzamento dei diritti sociali, ma in un inasprimento degli strumenti repressivi e di controllo.
Il documento segnala una tendenza ricorrente:
- restringimento dello spazio civico;
- criminalizzazione della protesta sociale;
- uso estensivo della legislazione securitaria;
- limitazioni alla libertà di associazione, manifestazione e informazione.
Queste misure, spesso giustificate in nome della sicurezza, della stabilità o della lotta alla disinformazione, finiscono per colpire in modo sproporzionato proprio quelle forme di partecipazione e di dissenso che costituiscono il tessuto vitale delle democrazie.
Il report mette in evidenza un paradosso: la disuguaglianza produce instabilità, e l’instabilità viene affrontata non correggendo le cause strutturali, ma rafforzando il controllo. Si innesca così un circolo vizioso: più disuguaglianza genera più repressione; più repressione indebolisce la democrazia; una democrazia più debole è meno capace di redistribuire e più esposta alla cattura da parte degli interessi forti.
È in questo passaggio che la disuguaglianza assume una valenza pienamente strategica. Non è più soltanto una questione di giustizia sociale, ma un problema di sicurezza democratica.
Approfondimento comparativo: traiettorie regionali, continuità temporali e casi emblematici
L’arretramento democratico non è uniforme né sincrono, ma segue traiettorie regionali differenziate, accomunate da meccanismi ricorrenti. È questa ricorrenza a consentire una lettura del fenomeno come strutturale, e non come mera somma di crisi locali.
Nelle diverse aree del mondo, la regressione democratica assume forme differenti ma riconducibili a un medesimo nesso tra disuguaglianza e potere. Nelle democrazie consolidate di Europa e Nord America l’erosione è prevalentemente interna e incrementale: non si manifesta attraverso rotture costituzionali, ma tramite una crescente asimmetria tra potere economico e rappresentanza politica, che produce accesso diseguale ai processi decisionali, rafforza l’influenza delle grandi corporation e riduce la capacità redistributiva dello Stato. Ne deriva una democrazia formalmente funzionante ma socialmente rarefatta, segnata da calo della partecipazione, indebolimento dei partiti e polarizzazione del dibattito pubblico.
In America Latina, dove la disuguaglianza è storicamente strutturale, il legame con l’instabilità democratica appare più esplicito e ciclico: crisi economiche e sociali alimentano proteste cui seguono risposte securitarie o populiste, concentrazione del potere esecutivo e indebolimento dei contrappesi, in un’alternanza ricorrente tra aperture formali e chiusure sostanziali. In Africa subsahariana emerge invece una dissociazione tra crescita economica e inclusione democratica: la concentrazione delle rendite favorisce élite ristrette, cattura dello Stato e uso selettivo della repressione, mostrando come la disuguaglianza non sia solo un’eredità storica ma una dinamica attivamente riprodotta da modelli di sviluppo orientati alla stabilità degli investimenti più che alla partecipazione.
Nel contesto asiatico, infine, la disuguaglianza può assumere una funzione strumentale all’interno di sistemi autoritari o semi-autoritari: combinata con controllo dell’informazione e repressione preventiva, consente una gestione apparentemente stabile del conflitto sociale, che resta tuttavia fragile e tende a risolversi in forme coercitive quando la crescita rallenta o le aspettative sociali mutano.
Trend temporali: la disuguaglianza come acceleratore nel lungo periodo
L’analisi assume rilievo soprattutto nella prospettiva temporale, poiché non individua semplici correlazioni contingenti, ma dinamiche strutturali di lungo periodo. Negli ultimi due decenni si osservano tre tendenze convergenti: una crescente concentrazione della ricchezza, una drastica riduzione della popolazione che vive in sistemi democratici e una progressiva sofisticazione degli strumenti repressivi, spesso giustificati da emergenze reali o costruite.
In questo quadro, la disuguaglianza non appare come causa diretta dell’autocratizzazione, ma come fattore accelerante: riduce i costi politici e sociali della compressione dei diritti, rendendo più accettabile o meno contestabile l’erosione democratica.
Un filo comune: dalla redistribuzione mancata al controllo
Al di là delle differenze regionali, emerge un tratto ricorrente: quando la disuguaglianza cresce e non viene affrontata con politiche redistributive credibili, gli Stati tendono a spostare l’asse della risposta dalla politica sociale alla sicurezza. È questo passaggio – dalla redistribuzione al controllo – a segnare il punto di contatto tra disuguaglianza economica e regressione democratica.
Non si tratta di un esito inevitabile, ma di una scelta ripetuta nel tempo, che produce sistemi politicamente più stabili in apparenza, ma strutturalmente più fragili, meno inclusivi e sempre più dipendenti dalla coercizione.
Disuguaglianza, controllo informativo e repressione come superfici di vulnerabilità nella competizione ibrida
Letto attraverso la lente della competizione ibrida, il nesso tra disuguaglianza, potere informativo e repressione assume una valenza strategica. Questi elementi non sono effetti collaterali della globalizzazione o della crisi democratica, ma superfici di vulnerabilità sfruttabili in dinamiche di logoramento sistemico.
La competizione ibrida non mira alla distruzione immediata dell’avversario, bensì all’indebolimento progressivo della sua capacità di funzionare come sistema politico e sociale. Il bersaglio principale diventa la resilienza complessiva dello Stato, intesa come fiducia istituzionale, coesione sociale, legittimità decisionale e capacità di assorbire shock.
Disuguaglianza come vulnerabilità strutturale
In tale contesto, la disuguaglianza rappresenta una vulnerabilità primaria. Società fortemente diseguali sono più esposte a polarizzazione, conflitti distributivi irrisolti, sfiducia verso le istituzioni rappresentative e delegittimazione delle élite. Queste condizioni abbassano la soglia di efficacia delle operazioni di influenza: quando il tessuto sociale è già frammentato, è sufficiente amplificare fratture esistenti per generare instabilità.
La concentrazione estrema della ricchezza non compromette soltanto l’equità, ma indebolisce le capacità difensive delle democrazie.
Controllo informativo e dominio cognitivo
La seconda superficie di vulnerabilità riguarda il controllo dell’ecosistema informativo. La concentrazione dei media, il ruolo delle piattaforme digitali e l’impiego dell’intelligenza artificiale generativa hanno trasformato l’informazione in un asset strategico centrale.
Nel contesto della competizione ibrida, il dominio cognitivo non è accessorio: orientare percezioni, polarizzare il dibattito, delegittimare le fonti istituzionali e opacizzare le responsabilità politiche diventa più efficace dell’uso diretto della forza. In società segnate da disuguaglianze profonde, la percezione di ingiustizia economica fornisce un terreno particolarmente fertile per tali operazioni. La distinzione tra attori interni ed esterni tende così a sfumare, poiché gli stessi strumenti e le stesse narrative possono essere utilizzati da soggetti diversi.
Repressione come moltiplicatore di instabilità
Il terzo elemento è la risposta repressiva degli Stati. In molti contesti, l’aumento della disuguaglianza viene affrontato non con politiche redistributive, ma con strumenti di controllo: restrizione dello spazio civico, criminalizzazione del dissenso, legislazione securitaria estensiva.
Nel breve periodo, tali misure possono produrre una stabilità apparente; nel medio-lungo periodo, tuttavia, amplificano la vulnerabilità sistemica. La repressione conferma le narrative di illegittimità del potere, radicalizza il conflitto, riduce i canali di mediazione democratica e rende più probabile l’escalation. Il conflitto non viene risolto, ma spostato su piani meno visibili e più difficili da governare, dove le dinamiche ibride trovano terreno favorevole.
Attori interni ed esterni: una convergenza funzionale
Un tratto distintivo della competizione ibrida contemporanea è la convergenza funzionale tra attori interni ed esterni. Interessi economici concentrati, potere informativo e debolezza democratica possono essere sfruttati sia per consolidare posizioni di potere interne, sia per indebolire dall’esterno la capacità decisionale e la coesione dello Stato.
In questo scenario, la distinzione tradizionale tra minaccia interna e minaccia esterna perde gran parte della sua utilità analitica: la vulnerabilità nasce all’interno, ma può essere attivata dall’esterno, e viceversa.
Una lettura di sicurezza democratica
In questa prospettiva, disuguaglianza economica, controllo informativo e repressione politica emergono come variabili strategiche della sicurezza democratica. Non si tratta di affermare che la disuguaglianza “causi” la competizione ibrida, ma di riconoscere che ne costituisce una delle principali condizioni di possibilità.
Dove la democrazia è socialmente svuotata, informativamente distorta e politicamente compressa, la competizione ibrida incontra poca resistenza e tende a normalizzarsi. Ne deriva una conclusione netta: la sicurezza non è separabile dalla qualità della democrazia e la disuguaglianza rappresenta oggi uno dei suoi nodi strategici centrali.
Sicurezza democratica come criterio di valutazione strategica
La sicurezza democratica emerge come criterio operativo di valutazione strategica, non come etichetta aggiuntiva alle politiche di sicurezza. Essa consente di ridefinire i parametri di efficacia della sicurezza nazionale, spostando l’attenzione dalla sola protezione di infrastrutture e confini alla capacità del sistema politico di reggere pressioni prolungate senza perdere legittimità.
Un sistema risulta tanto più sicuro quanto più è in grado di integrare conflitti sociali senza delegittimarsi, mantenere pluralismo informativo in condizioni di stress, impedire che la disuguaglianza si trasformi in frattura politica permanente e ridurre lo spazio di manovra per operazioni di influenza e destabilizzazione. In questa prospettiva, la sicurezza democratica non rappresenta un obiettivo ideale o normativo, ma una condizione funzionale della sicurezza nazionale nell’era della competizione ibrida.
Davos–Oxfam come paradigma della sicurezza democratica nell’era della competizione ibrida
Il rapporto tra Davos e Oxfam assume valore paradigmatico perché rende visibile una trasformazione profonda delle dinamiche di sicurezza: la sicurezza nazionale, e in particolare quella democratica, non si gioca più esclusivamente entro i confini dello Stato, ma anche nei luoghi informali in cui si costruiscono narrazioni, priorità e legittimazioni del potere globale.
Davos rappresenta uno di questi spazi. Oxfam vi interviene dall’interno del contesto simbolico del vertice, non per contestarne l’esistenza, ma per metterne in discussione la sufficienza narrativa, rendendo esplicita la distanza tra stabilità economica e qualità democratica.
Davos come spazio di stabilizzazione dell’ordine esistente
Nel linguaggio della sicurezza, Davos può essere interpretato come uno spazio di stabilizzazione cognitiva dell’ordine economico globale. La sua funzione non consiste nell’imporre decisioni, ma nel selezionare i problemi ritenuti rilevanti, normalizzare specifici trade-off (crescita contro redistribuzione, innovazione contro regolazione) e depoliticizzare questioni strutturali presentandole come vincoli tecnici.
Questa funzione risulta coerente con una concezione della sicurezza orientata alla prevedibilità e alla continuità dell’ordine economico, ma entra in tensione con la sicurezza democratica in senso forte. Sistemi che appaiono stabili perché ben coordinati a livello elitario possono infatti rivelarsi socialmente fragili, proprio perché il coordinamento avviene sopra – e non attraverso – il tessuto democratico.
Oxfam come attore di “stress test” democratico
L’intervento di Oxfam può essere letto come uno stress test democratico applicato a uno spazio di governance informale. Senza contestare il vertice in quanto tale, esso ne mette in discussione la capacità di cogliere le conseguenze politiche e istituzionali del modello economico dominante.
La coesistenza di ricchezza record, concentrazione del potere politico, aumento della repressione e vulnerabilità informativa mostra come la stabilità economica possa accompagnarsi a un arretramento democratico profondo. In termini di sicurezza democratica, Oxfam introduce una variabile che tende a essere esternalizzata: la distribuzione del potere, non soltanto della ricchezza.
Il paradigma: sicurezza senza democrazia come stabilità apparente
Il caso Davos–Oxfam evidenzia una dinamica paradigmatica: è possibile perseguire una sicurezza formalmente efficace sul piano economico e sistemico, ma democraticamente regressiva. La stabilità dei mercati, delle catene del valore e delle relazioni tra grandi attori può coesistere con l’indebolimento delle istituzioni democratiche e con la compressione dello spazio civico.
È proprio questa disgiunzione che viene sfruttata nelle dinamiche di competizione ibrida: Stati e sistemi apparentemente stabili, ma socialmente fragili, diventano superfici ideali di pressione. In questo senso, Davos non rappresenta “il problema”, ma una parte del problema, in quanto espressione di un modello di governance che privilegia la sicurezza dell’ordine economico rispetto alla sicurezza democratica delle società.
Governance informale e vulnerabilità strategica
Il paradigma Davos–Oxfam mette in luce un aspetto spesso trascurato nelle analisi di sicurezza: la governance informale può generare vulnerabilità strategiche. Quando decisioni con effetti profondi sulla vita delle società vengono discusse in spazi privi di accountability democratica, giustificate come necessità tecniche e rese opache ai più, si produce una frattura cognitiva tra governance e governati.
Questa frattura alimenta sfiducia istituzionale, rafforza narrative antisistema e rende plausibili spiegazioni alternative, anche manipolative. In tal senso, la sicurezza dell’ordine globale non coincide automaticamente con la sicurezza delle democrazie.
Un paradigma operativo per l’intelligence e la sicurezza
Letto in chiave operativa, il paradigma evidenzia che la sicurezza democratica deve essere osservata anche nei luoghi di coordinamento informale del potere, non solo negli spazi istituzionali formali. Per l’analisi strategica ciò implica monitorare le narrative dominanti, valutare gli effetti sociali e politici delle decisioni rese plausibili in tali contesti, trattare la disuguaglianza come indicatore anticipatore di vulnerabilità e includere il dominio informativo come componente strutturale della sicurezza.
La sicurezza democratica non collassa improvvisamente: si erode mentre l’ordine appare funzionante. È in questa discrepanza tra stabilità percepita e fragilità reale che la competizione ibrida trova il suo terreno più favorevole.
Implicazioni di policy: dalla gestione delle crisi alla prevenzione strutturale
Sul piano delle politiche pubbliche, la disuguaglianza deve essere considerata una variabile strategica, non un’esternalità del sistema economico. Trattarla come tale implica spostare l’asse dell’azione pubblica dalla gestione emergenziale del conflitto sociale a politiche preventive e strutturali, capaci di ridurre le fratture prima che diventino fattori di instabilità.
In termini operativi, ciò richiede politiche fiscali e regolatorie orientate a contenere la concentrazione del potere economico, il rafforzamento dei servizi pubblici essenziali come infrastrutture di coesione sociale e una maggiore trasparenza nei processi decisionali che incidono su lavoro, tecnologia e transizioni economiche. Non si tratta di politiche sociali in senso tradizionale, ma di policy di sicurezza democratica, volte a ridurre la probabilità che shock economici, tensioni redistributive o narrative ostili si traducano in instabilità politica.
Conclusioni. Governare la fragilità democratica nell’era della competizione ibrida
La riflessione sviluppata conduce a una conclusione che supera la mera denuncia delle disuguaglianze e la critica della governance globale: la qualità della democrazia è oggi una variabile centrale della sicurezza nazionale. Il declino democratico non è un fenomeno episodico o circoscritto, ma un processo lento e cumulativo che, nel medio-lungo periodo, produce effetti strutturalmente destabilizzanti. In questo quadro, la disuguaglianza economica svolge un ruolo decisivo non come causa unica, ma come fattore abilitante, poiché erode la legittimità delle istituzioni, riduce la partecipazione politica e rende socialmente accettabile il ricorso a soluzioni autoritarie o securitarie.
Il rapporto tra Davos e Oxfam assume valore paradigmatico perché rende visibile la frattura crescente tra stabilità dell’ordine economico globale e sicurezza democratica delle società. La governance informale contribuisce a stabilizzare mercati e relazioni economiche, ma può coesistere con un progressivo svuotamento della democrazia, evidente nelle risposte repressive adottate da molti Stati. In questo contesto, la competizione ibrida non si manifesta come minaccia improvvisa, ma come dinamica strutturale che sfrutta fragilità preesistenti: disuguaglianza sociale, controllo informativo e compressione dello spazio civico diventano superfici di vulnerabilità ad alta efficacia.
Ne discende un passaggio concettuale cruciale: la sicurezza non può più essere intesa solo come difesa, ma come proprietà sistemica. La sicurezza democratica non rappresenta una dimensione valoriale aggiuntiva, bensì il presupposto che rende efficaci tutte le altre politiche di sicurezza. Sistemi formalmente forti ma socialmente fragili risultano più esposti a shock e dinamiche di destabilizzazione; al contrario, la capacità di mantenere legittimità, inclusione e pluralismo informativo costituisce un fattore decisivo di resilienza.
Il contributo più rilevante di questa prospettiva risiede nell’aver riportato la distribuzione del potere al centro del dibattito sulla sicurezza: non solo chi produce ricchezza, ma chi decide, chi influenza e chi controlla le narrazioni. Per l’Europa e per l’Italia, ciò implica riconoscere che strumenti normativi avanzati in materia di cybersicurezza, resilienza e intelligenza artificiale sono necessari ma non sufficienti se non accompagnati da un rafforzamento della legittimità democratica e della coesione sociale. In definitiva, governare la fragilità democratica non è una scelta opzionale, ma una condizione essenziale per una sicurezza duratura nell’era della competizione ibrida.
PAOLO POLETTI
