AMLETO O NON AMLETO
di ANNA LUISA CONTU ♦
Un sabato di inizio gennaio compro due biglietti per “Amleto” al teatro Traiano. Un’opera tra le mie preferite. Spero nell’attore- regista Filippo Timi che so essere bravo. Aspetto che si apra il sipario su una severa scenografia dei bastioni di Elsinore e la guardia che deve ricevere il cambio.
“ Chi va là?” È la domanda iniziale che sarà seguita da tutte le domande che Amleto pone sulla natura della vita, sulla morte, sulla condizione umana. Sono piena di aspettative.
Invece il sipario si apre con un fracasso spaventoso, una canzone pop cantata da un’attrice ballerina e canterina che dice di voler vincere l’Oscar. Entusiasta, come lo era quella donna del mio paese che si era ripromessa di vincere il premio Nobel, senza esercitare alcuna delle attività per cui si può vincere un Nobel.
E così da quell’inizio ho capito che non ci sarebbe stato nessun “Amleto“ ma solo l’ambizione di stravolgere un capolavoro che parla e ha parlato a decine e decine di generazioni, per renderla “attuale e godibile”. Nella locandina non avevo fatto caso a quel due sulla parola Amleto. Ormai i registi contemporanei che mettono in scena Shakespeare lo fanno accompagnando i titoli di un’opera con locuzioni che vogliono chiedere perdono al bardo per aver osato usare i suoi testi per altro, come in “aspettando Re Lear” di cui ho scritto qui nel blog. O quel “ Mercante di Venezia” di Moni Ovadia, rappresentato qualche anno fa nel nostro teatro cittadino: “Il mercante di Venezia in prova”, con Shel Shapiro in un letto d’ospedale che trascinava un albero da flebo o l’altro personaggio (che non ricordo ) che mimava una masturbazione.
Così questo “Amleto al quadrato” ha continuato a svolgersi in una giostra insopportabile, essendo l’opera “Amleto” soltanto un vago canovaccio per un vaudeville caotico e fracassone che avrebbe dovuto rappresentare (forse) i nostri tempi fuori di sesto. Anche il grande monologo del terzo atto ridotto alla recitazione di un mezzo verso: “Essere o non essere…” .
Io non conosco in letteratura una rappresentazione più cruda della condizione umana : “chi sopporterebbe la frusta e l’ingiuria del tempo, i torti dell’oppressore, le contumelie del superbo, i dolori dell’amore disprezzato, i ritardi della giustizia, l’insolenza del potere…. Chi porterebbe fardelli, grugnendo e sudando sotto il peso della vita….” quando potrebbe mettere fine ad essi con un nudo pugnale, se non fosse per la paura della morte, quella terra inesplorata da cui nessuno viaggiatore è ritornato. Mi sarebbe piaciuto sentirlo recitare dall’attore Timi. Invece niente. Gli altri grandi monologhi dimenticati, quello sulla Danimarca dipinta come una prigione (forse quella grata posta davanti a dove si svolge la scena voleva rappresentarla), la vita come un giardino non sarchiato che imputridisce, o sulla grandezza umana, il capolavoro che è l’uomo e nello stesso tempo quintessenza di polvere.
Ogni tanto si ride nello spettacolo di Timi ma non è la comicità di “Amleto”, perché Amleto è comico, fa ridere, soprattutto nei suoi scambi con Polonio che prendendo per vera la pazzia del principe, lo asseconda. Amleto finge la pazzia ma è la mente più lucida di Elsinore, sa chi ha ucciso il re suo padre e non perché crede allo spettro, ma perché osserva, indaga, vuole capire. È l’uomo moderno che non ha più i puntelli del mondo medioevale, non dà nulla per scontato, si interroga sul senso della vita, si pone domande. Anche il teatro è uno strumento di comprensione della realtà (“il teatro è lo strumento con cui prenderò in trappola la coscienza del re”). In “Amleto” Shakespeare definisce la sua poetica: il fine del teatro è quello di “tenere lo specchio alla natura, di mostrare alla virtù i suoi lineamenti, al vizio la sua immagine e all’età e al corpo del tempo la loro forma e impronta”. Quanto mi sarebbe piaciuto riascoltare queste parole! Il teatro Shakespeariano è un teatro di parola, la parola si fa corpo e sangue. Se non si ascoltano le parole, non è Shakespeare, è qualcos’altro. Timi forse ha divertito, io non vedevo l’ora che lo spettacolo finisse. I giovani registi dovrebbero imparare dai grandi, Strehler, Squarzina, Ronconi, Carmelo Bene che hanno diretto rappresentazioni shakespeariane che ancora si ricordano.
ANNA LUISA CONTU
