Da L’ Olp ai Nuovi Partiti Islamici in Occidente. Codici della Causa Identitaria Palestinese nel Neo-Imperialismo.
Riceviamo e pubblichiamo di DELFINA ANGELONI ♦
Yasser Arafat, portavoce dell’OLP[1] dal 69 e del suo braccio armato di cui la causa palestinese si è avvalsa per la guerra contro il governo hashemita[2] negli anni 70’ è un personaggio controverso. Evidente all’epoca fu la sua capacità diplomatica e politica nel rendere la causa palestinese una causa identitaria legittima nella sua unicità e nel quarto congresso del Cairo dell’OLP ci fu cambio di passo in tal senso, aldilà del panarabismo, linea ideologica promulgata dal governo egiziano Nasseriano nei primi anni 60’ il cui tentativo era quello di congiungere la causa palestinese ad una causa panaraba condivisa nella risoluzione delle sue conflittualità territoriali e identitarie. Ecco perché, dopo gli accordi di Oslo[3], che definirono territorialmente Cisgiordania e Gaza come sedi di autogoverno palestinese (una pratica efficace dopo la Risoluzione Onu 181[4]) in quegli anni arrivò per lui il Nobel per la Pace.
La sua linea di pratica politica nella diplomazia si plasmò non senza precisazioni in merito agli interventi militaristi, prevedendoli nei punti programmatici di fase e questo pose Yasser Arafat in un quadro politico di interpretazione, anche per le governance internazionali, difficoltoso e in bilico anche poste le sue abilità di rappresentanza nell’ aver reso la causa palestinese un tentativo di costruzione di pace sui tavoli internazionali. L’ OLP di Arafat ha declinato con costanza storica ed efficacia parziale l’identità palestinese come momento di diplomazia ad interesse occidentale ma non senza perdere le sue potenzialità speculative per i contemporanei sistemi imperialisti ed ex-coloniali.
L’ attentato alle Olimpiadi di Monaco del 15 Luglio 1972 conservava in senso alla sua matrice politica le connivenze progettuali, le ombreggiature trasversali e la potente influenza dell’islamismo. Sebbene il movimento Fatah[5] progettasse già dalla fine degli anni 40’ la guerriglia per bande armate come primo punto progettuale della liberazione palestinese, l’organizzazione responsabile dell’ attentato, “Settembre Nero”, conservava un interesse separatista[6] dei suoi fedayn: la causa palestinese con Fatah, progettava già dalla fine degli anni 60’ una linea politica ufficiale laica riconosciuta e appoggiata da altri partiti come il partito Ba’t[7] siriano e poi anche iracheno, i partiti nazionalisti arabi tra cui spicca quello libanese (da cui l’OLP si è allontanato dopo la guerra civile in Libano). La causa palestinese lottava ideologicamente sin dall’inizio fra una forza di liberazione interna capillare e diffusa che si avvaleva delle guerriglie per bande armate composte dai palestinesi stessi (per lo più su base islamica fondamentalista) e una volontà politica progettuale dialogante e decentrata dai territori (ANP con Fatah). Il canale ufficiale delle comunicazioni con l’autorità palestinesi è per noi oggi L’ANP[8].
Non è un caso se Hamas[9] è divenuto un partito politico che ha sconfitto Fatah, forza politica laica, con la guerra civile del 2007 e le successive opacissime elezioni. Hamas ha controllato militarmente e ideologicamente il popolo palestinese della Striscia, ottenendo così le sue possibilità elettive, soprattutto durante la prima Intifada, che ha fatto seguito alle divisioni di controllo israeliano in zone territoriali ben delimitate. Ovviamente il tessuto sociale palestinese ha visto da parte di Hamas la costruzione di ospedali, scuole ed altri edifici negli ultimi vent’anni: Hamas è riconosciuto come partito politico in Palestina ed ha ottenuto il favore politico degli abitanti della striscia, facendo di un problema di vita quale l’occupazione israeliana per zone urbane ben delimitate, una causa militarista di tipo terroristico solo nella sua declinazione propagandistica e politica estera; su un piano di intervento sociale Hamas ha reso possibile il mantenimento delle strutture di appartenenza politica, civile e sociale nella striscia anche con interventi di sostegno alla popolazione che vive in una economia azzerata dal controllo degli scambi e dalle imposizioni normative di Tel-Aviv.
Oggi l’ANP con Fatah controlla la Cisgiordania. La Striscia di Gaza è in mano al controllo amministrativo di Hamas, al suo braccio militare Al-Qassam e al suo apparato di intervento e supporto sociale Dahwa. Solo le sue brigate sono responsabili dell’intonazione prospettica terrorista, riconosciuta da gran parte delle potenze ex-coloniali ma con l’attribuzione di movimento legittimo di liberazione dei palestinesi o comunque non di interesse terroristico effettivo da Svizzera, India, Cina, Russia, Brasile, Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Turchia, e Iran. Questo spettro di definizione e attribuzione di pericolosità non condiviso sul suo piano legittimo di riconoscimento, ha reso Hamas una entità politica che contiene le progettualità politiche di governance statale occidentale ma non quelle intersezionali condivise in sede ONU anche in caso di intervento sul territorio; e sul piano diplomatico questo tipo di impasse è stato disposto a coniare prospettive strategiche in soggettiva istituzionale nella risoluzione del conflitto. Il piano per la pace Trumpiano presenta le defezioni storiche di sordità di intervento problematico per la Palestina che si videro già con le ambivalenze assiomatiche delle prospettive di Barack Obama, prima possibilista e successivamente ben disposto ed adattivo nei confronti del recalcitrante ritorno dell’ideologia nazionalista sugli scranni della Knesset. Le ingerenze americane non disinteressate si sono sempre presentate, anche in ragione di una facilitazione al confronto come per gli accordi di Oslo, con proposte di intervento e risoluzione atte a sottolineare gli USA come effettivo terzo attore dal linguaggio e visione strategica “maternese” verso Tel Aviv.
L’imperialismo sionista di Netanyahu è una risultante politica di un progetto di espansione europeista coloniale di fine 800’, iniziato e condiviso da Francia ed Inghilterra in particolar modo e il cui scopo era indicare un posizionamento geopolitico efficace e d’occupazione soprattutto a seguito della caduta del regime ottomano. Dopo la sponsorizzazione della Francia del progetto di scavo del canale di Suez, gli attriti fra Francia e Inghilterra sfociarono anche nella decisione ufficiale del primo ministro Disraeli[10] a rendere organica la colonizzazione della Palestina che con la fine del protettorato britannico lasciò lo spazio politico definitivo alla proclamazione dello Stato di Israele: il controllo di quei territori per indebolire l’Egitto era lo scopo principale. La causa coloniale, come indicato da Edward Said[11], è prima una formula antislamica culturale accademicamente condivisa e strutturata come un linguaggio di attribuzione aggressiva e non dialettica verso il mondo arabo, poi un progetto territoriale materiale di insediamento e solo successivamente una causa ideologica giustificatoria fondata e costruita ad arte manipolando istanze religiose. Il sionismo oggi è un paradigma in bilico di definizione sfumata a carattere etnico-religioso e in secondo luogo di natura politica. Della pericolosa visione etnica figlia del colonialismo ne ha parlato anche Shlomo Sand[12], in un testo edito a Tel Aviv già da moltissimi anni e recentemente pubblicato in Italia. Il panorama delle appartenenze identitarie condivise, di rappresentanza politica confacente e di espressione cultuale instaurano nel mondo contemporaneo una urgenza di chiarificazione partecipata, contro le attuali screpolature capillari del multilateralismo e pongono le misure del dissenso sociale in una prospettiva sempre più caotica e manovrabile politicamente. Il dissenso politico sociale anticapitalista per l’autodeterminazione dei popoli contro le politiche imperialiste conserva la sua matrice di sconvolgimento intestino nelle società occidentali e sposta l’asse della rappresentanza del popolo palestinese con il grido condiviso oltre i confini del dualismo territoriale. Ma la visione di intervento prossimale del governo Netanyahu non risparmia nemmeno la Cisgiordania già dal 2021 con l’esproprio e la demolizione di case e infrastrutture sociali come per il pogrom del villaggio agricolo di Khallit al-Dabe’ del Settembre scorso e la distruzione del campo da calcio dei bambini del campo profughi di Aida; ed è in effetti logicamente suffragato dal recente resoconto della situazione in situ di Francesca Albanese, relatrice speciale per le Nazioni Unite nei territori palestinesi, che l’attribuzione militarista all’identità sociale palestinese rivela lo specchio secolare e nazionalista delle possibilità di intervento in aggressioni antisemite spesso agite dai coloni israeliani e suffragate, legittimate dal governo israeliano. Tel-Aviv non concede la gran parte delle richieste di costruzione in Cisgiordania ma espropria e demolisce le abitazioni e le infrastrutture civili in entrambi i territori palestinesi.
Si fissa così all’interno del conflitto arabo-israeliano, uno schema consolidato di proiezioni violente di colpe oltre che ideologiche anche politiche, mentre l’intersezionalità politica del dissenso anticapitalista alla quale la difesa della causa identitaria palestinese si commista oltre confine in occidente, rimodella un progetto di società civile che si espande, comprende e trova un sostanziale fondamento architettonico e motore di modulazione anche sul tema dei diritti, delle libertà di genere sessuale e di espressione.
Il contenuto di precisazione ideologica che così contiene un assioma aprioristico di impossibile riconoscimento di rappresentatività secondo una ideologia prettamente decostruttivista, potrebbe contenere e impastare l’attivismo politico in forme partitiche più commestibili sul piano istituzionale e sicuramente rese disponibili ad una armonia prospettica più condivisa sul piano delle relazioni internazionali. Le violazioni del diritto internazionale, il lento e violento crollo del multilateralismo fratturano il territorio politico anche per le nuove possibilità delle ancora embrionali formulazioni di partiti islamici in Occidente; testimoniando come il problema delle appartenenze identitarie percepite o immaginate, si possa rivelare un paradigma di ricorsività e proiezione infinita dell’ombra definitiva di una ideologia religiosa, di condivisone valoriale, giuridica e si, anche di appartenenza sessuale. Il terreno dell’io sociale, svuotato nelle sue potenzialità rappresentative, si fluidifica in un grido costante di nuove definizioni e parametri progettuali che supera confini territoriali impossibili da definire e cerca spazio su un terreno fragile e sconnesso, per le sue potenzialità in Occidente.
DELFINA ANGELONI
