“AGORA’ SPORTIVA” A CURA DI STEFANO CERVARELLI – L’ULTIMA GARA…

di STEFANO CERVARELLI ♦

La morte è la grande, ultima avversaria di tutti: ma vince sempre lei.

Gli atleti, specialmente quelli di valore internazionale, ne parlano per allontanarla, per deriderla e si capisce perché: hanno costruito la loro vita nell’illusione di poterla allontanare, rinviare questa ultima prova il più possibile, sospenderla quasi, perché ritengono di essere in possesso di un corpo che risponde prontamente, che guarisce più in fretta degli altri esseri umani. Poi la sensazione che il trascorrere del tempo sembra non appartenergli, non toccarli, ed infine il mondo che ti guarda come se tu fossi eterno.

Gli atleti ne parlano come se fossero convinti di trovare l’eternità in un record che li renda immortali; hanno timore del ritiro, vedendo in questo ciò che chiamano “piccola morte”, ma di una specificità tocca dare atto ai campioni: parlano della morte come poeti.

Come scrissi nel mio ultimo articolo Nicola Pietrangeli  ha molto scherzato e riso sulla sua morte, sul funerale da organizzare sul campo che porta il suo nome perché  “Almeno lì c’è il parcheggio” aggiungendo che, in caso di pioggia, sarebbe stato da rinviare, perché altrimenti “Le signore si bagnano le scarpe”.

Diego Maradona amava dire che con Dio aveva un rapporto intimo, al punto che lo chiamava “El barba”.

Al momento della sua morte un suo caro amico d’infanzia disse che El barba si era sbagliato, perché in Argentina  vi erano tanti delinquenti che sarebbero dovuti morire al suo posto.

Nel periodo della malattia Gianluca Vialli è stato senza dubbio il più categorico, il più deciso nel non farsi “ingabbiare” nella retorica che vede nell’atleta, nel  campione,  un guerriero che combatte la morte. Vialli diceva infatti: “Io ho paura di morire, eh. Non so, quando si spegnerà la luce, che cosa ci sarà dall’altra parte, ma nello stesso tempo mi eccita sapere cosa c’è dopo”.

La  sua curiosità era  l’ultimo atto di coraggio possibile.

Il grandissimo Muhammad Alì trasformò la morte in catechismo.

Durante la squalifica avuta per il suo rifiuto alla guerra del Vietnam, incontrò un bambino che gli chiese di tutto: del titolo perso, della guerra, della vita. Alì gli rispose facendogli il conto delle ore di sonno di un uomo che sommate arrivano a 16 anni.

Allora il bambino gli domandò: “Tu cosa farai nei prossimi sedici?” Alì rispose: “Mi preparerò per incontrare Dio”. La vita: come un ring per prepararsi all’ultimo incontro.

Siamo tutti abbastanza grandicelli per ricordare, almeno gli appassionati di sport, George Best. Fenomeno del football ma anche, purtroppo, amante dell’alcol.

I suoi eccessi, le cadute ed i ritorni, hanno disegnato il profilo della sua storia. Di se stesso confidava: “Dimenticheranno, quando me ne sarò andato, tutta la spazzatura,  e si ricorderanno solo del calcio. “Per lui sarebbe sopravvissuto il gesto tecnico, la sua grande finezza calcistica, e non l’uomo.

Tra due grandi personaggi del calcio Sven-Goran Eriksson e DavidBeckmam  ci furono solo quattro parole: “It will be OK”. Cioè la frase che si usa quando nessun ragionamento serve più.

La campionessa paraolimpica Marieke Vervoort, scelse da sola il giorno in cui ci avrebbe lasciato, ma quando parlava di eutanasia, e in particolare della sua, non era solita usare toni tragici, diceva: “Significa solo addormentarsi e non svegliarsi più”.

In diverse occasione i campioni dello sport, giunti vicino al termine della loro vita terrena, hanno trovato parole che vengono bene agli scrittori di professione.

In fondo gli atleti giocano anche con il concetto della morte ogni giorno: questo perché  nella loro attività, particolarmente la più  pericolosa, camminano accanto a una esperienza di morte senza nominarla: dall’infortunio che può spezzare tutto in un secondo decidendo così  della carriera e, di conseguenza della vita futura, alla tragedia sempre in agguato; forse a questo si deve l’assenza di retorica allorché parlano della morte.

Nel contempo cercano l’eternità nell’unico modo alla loro portata: lasciare bellezza; un gesto, un gol, un salto, un sorriso, un atto epico.

L’indimenticabile Walter Chiari, che da giovane aveva praticato la boxe nella categoria pesi piuma, parlò della morte forse meglio di tutti, inspirato anche dalla sua vena comica, dicendo: “Amici non piangete. E’ solo sonno arretrato”.

Voglio chiudere questo breve articolo ricordando tutti gli atleti, professionisti, dilettanti, campioni, sconosciuti – e sono molti – che hanno perso la vita in maniera tragica proprio nel corso della prova agonistica, a causa spesso di fatalità, ma tante volte anche per via di organizzazione poco accurata, norme di sicurezza carenti, interventi tardivi.

STEFANO CERVARELLI